Il laboratorio di architettura navale del
Centre Camille Jullian di Aix-en-Provence
articolo pubblicato sul numero 15 (set.-dic.
1999) della rivista 
Il laboratorio di architettura navale del Centre Camille Jullian è ospitato nella Maison Méd.ne des Sciences de l'Homme, un nuovo edificio dell'Università di Aix-en-Provence inaugurato nel 1997. Qui lavora l'equipe dell'archeologo navale Patrice Pomey (vd. L'archeologo subacqueo, 111, 1, pp. 12-13) composta dal disegnatore Michel Rival e dal modellista Robert Roman. Il laboratorio, un'unità del CNRS, è impegnato in alcuni progetti pluriennali, tra cui quello denominato "Dendrocronologia e dendromorfologia dei relitti antichi del Mediterraneo" che ha avuto inizio nel 1991. Una parte importante dell'attività dei ricercatori riguarda invece lo studio dei relitti rinvenuti durante lo scavo di place Jules Verne, dove si trova l'antico porto di Marsiglia (vedi L'archeologo subacqueo, 1, 3, 1995, pp. 13-15). L'intervento è iniziato nel 1990, durante lo scavo, quando dopo minuziosi rilievi sono stati recuperati i due relitti greco-arcaici "Jules Verne 7" e "J.V. 9", la prua di "J. V. 8", una piccola barca d'età romana, e due delle tre "navi draga" ("J. V. 3" e "J. V. 4") datate al III secolo.
Il gruppo di lavoro si è posto come obiettivo di ricerca la restituzione della forma originale delle imbarcazioni, attraverso lo studio dei procedimenti costruttivi e delle proprietà nautiche; un progetto ambizioso e molto lungo. Per ora, l'interesse si è concentrato sui relitti greci che, come abbiamo visto, sono già entrati o entreranno a far parte delle collezioni del Museo di Storia di Marsiglia.
Vediamo, in breve, come opera il laboratorio. Dopo aver liberato dai sedimenti i due relitti Jules Verne 7 e 9, sono state effettuate le riprese fotogrammetriche e i rilievi parziali, anche in scala 1:1, delle strutture. La documentazione grafica è stata completata da sezioni trasversali e longitudinali. Inoltre, ogni singolo elemento, prima della sua estrazione, è stato misurato e accuratamente analizzato, anche in rapporto agli altri elementi strutturali. Questa enorme massa di dati è alla base del lavoro di restituzione.
Solitamente, per restituire la forma di uno scafo di cui sono stati ritrovati pochi resti piatti e distorti, si parte dal rilievo delle sezioni effettuate in corrispondenza delle ordinate, le quali, essendo costituite da un unico pezzo massiccio, subiscono in misura minore rispetto al guscio del fasciame le deformazioni indotte dall'ambiente di giacitura. Ogni singola sezione trasversale viene ripresa e corretta in modo da ottenere una curva omogenea e continua che ricalca l'andamento della faccia inferiore dell'ordinata. Allineando tutte queste sezioni sul centro della chiglia si ottiene la prima proiezione, quella trasversale, del piano di costruzione dell'imbarcazione.
Nel caso del relitto 9, soltanto un madicre era conservato ma, trattandosi dello scafo di una piccola barca da pesca, il lavoro di assestamento delle tavole del fasciame sull'unica ordinata disponibile ha permesso di ricostruire la curvatura della carena. Il relitto 7, invece, si presentava in condizioni diverse. Soltanto la fiancata sinistra era solidale alla chiglia; fortunatamente, la fiancata destra si conservava fino all'altezza delle due cinte superiori. Le ordinate, molto numerose, giacevano abbattute e sparse: si trattava di ricostruirne la posizione esatta. Di conseguenza, a partire dai rilievi in scala 1:1, i ricercatori hanno cercato di ciascun madiere facendo coincifori di collegamento con quelli ti sulle tavole del fasciame. Un lungo e minuzioso che però ha rmesso di allineare le sezioni trasversali sulla glia e di incominciare a restituire la forma dello scafo.
Ottenuta una prima proiezione trasversale si passa a controllare che sulla proiezione orizzontale le linee d'acqua procedano secondo una curvatura fluida e omogenea. Lo scafo è un solido di forma complessa dalle superfici lisce e idrodinamiche; la presenza di brusche deviazioni, rientranze o sporgenze, determinerebbe vortici a discapito delle prestazioni dell'imbarcazione. Di conseguenza, allineando i punti delle diverse sezioni trasversali in corrispondenza della medesima sezione orizzontale si devono ottenere linee d'acqua omogenee. In caso contrario bisogna correggere la sezione trasversale. Un ulteriore controllo si ottiene sulla proiezione longitudinale, utile per conoscere il punto d'arrivo delle tavole sulla chiglia e quindi la forma dello scafo alle estremità. Successivainente, si passa alla restituzione delle parti non conservate. Le sezioni trasversali vengono prolungate e, allo stesso modo, anche la curvatura della chiglia. Le intersezioni tra i vari piani vengono riportate in pianta.
Ogni piccola caratteristica registrata sulle strutture lignee dello scafo può determinare una diversa fortna restituita. Nel caso di J. V. 7, in un primo ternpo le due estremità della chiglia furono ricostruite ricurve similmente a quanto avvenuto per il relitto più piccolo (un'imbarcazione simmetrica). Poi, ci si accorse che un frammento sconnesso del dritto di poppa poteva essere collocato nella sua esatta posizione. La forma delle estremità dell'imbarcazione cambiò sensibilmente e si avvicinò a quella del relitto, un po' più recente (IV sec. a.C.) trovato a Ma'agan Michael, in Israele (vedi L'archeologo subacqueo, 1, 2, 1995, pp. 15-17). In questo modo si è dimostrato un certo grado di parentela tra questi relitti che, costruiti interamente con il sistema classico a tenoni e mortase, impiegano le cuciture soltanto in alcuni punti dello scafo e per le riparazioni.
Giulia Boetto
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