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CONVEGNO DI ARCHEOLOGIA
SUBACQUEA
Anzio - 30, 31 maggio e 1 giugno 1996
NUOVI DOCUMENTI PER LA "TOPOGRAFIA PORTUALE" DI ANTIUM (E. Felici, G. Balderi)
Piante del '700 e dell'800, fotografie e cartoline dei primi
decenni del nostro secolo ritraggono, in posizione coincidente con l'odierno molo
turistico, un resto murario di cementizio rivestito di mattoni, comunemente indicato come
il Moletto Panfili o Scoglio Molettone.
Questa struttura e' stata in tempi recenti inglobata sotto I'impianto moderno. Si trattava
di un'opera marittima che la letteratura tecnica indica come costruita poco dopo
l'impianto del porto voluto dal Papa Innocenzo XII (circa 1700) per limitarvi
l'ingressione di sabbie portate dal vento di scirocco.
I resti del Moletto Panfili visibili nelle fotografie d'epoca mostrano pero' un'opera di eta' romana, probabilmente progettata e realizzata insieme al contiguo porto di Nerone. Esso e' infatti chiaramente fabbricato in opus caementicium; il pennello settecentesco, secondo documenti d'epoca conservati presso l'Archivio di Stato, era invece realizzato con passonate riempite di pietrame, secondo una tecnica usata proprio in quegli anni in altri impianti amministrati dalla Camera Apostolica, ad esempio Viareggio e Fiumicino. Il molo Panfili, distrutto peraltro prima ancora di essere terminato perche' inefficiente contro le sabbie, avrebbe dunque semplicemente inglobato i resti della costruzione romana per risparmiare sulla lunghezza del cantiere, lasciando iI proprio nome al superstite rudere imperiale.
La pratica di sfruttare i resti antichi situati in posizione favorevole era infatti assai comune, ed anche il molo principale del porto innocenziano inglobo' una gran parte del molo est del porto di Nerone (ancora visibile sotto le opere moderne). Quando i resti antichi si trovavano invece in posizione svantaggiosa o erano troppo malridotti, il fondale veniva tiberato pescando i ruderi con le terraglie oppure imbracandoli ad opera di sommozzatori, come testimoniano documenti d'archivio settecenteschi.
La Anzio romana disponeva dunque in eta' imperiale di un complesso portuale composto da due bacini contigui. Questo '`nuovo" porto ad est, mai citato dalle fonti, terminava verso terra probabilmente alle pendici del dislivello su cui sorge Villa Adele (gia' Panfili). Una disposizione topogranca che ben giustifica il ritrovamento. ricordato da Rodolfo Lanciani, del relitto di una nave antica durante lo scavo per le fondazioni dell'Albergo delle Sirene (un palazzo ancora esistente sulla Rivera Zanardelli): si trattava evidentemente di un'imbarcazione affondata nell'angolo nord-orientale di questo porto romano minore e rimasta poi insabbiata con l'avanzamento della linea di costa.
LE PESCHIERE "FANTASMA" DI NETTUNO (P.A. Gianfrotta)
Inedite fotografie aeree italiane della fase iniziale dell'ultima
guerra mostrano con notevole incisivita' i fondali antistanti il Castello di Nettuno e
I'assetto della fascia costiera qual'era prima delle radicali trasformazioni degli ultimi
decenni (cementificazione e ripascimento)
Vi si evidenziano i resti di due peschiere marittime, oggi scomparse sotto il nuovo porto
turistico e nell'insabbiamento del littorale, le cui planimetrie, fin'ora note soltanto
attraverso equivocati schizzi del Lanciani e gli approssimativi cilievi dello Jacono,
venendone in parte rettificate trovano confronti con altri impianti delle coste
tirreniche.
TESTIMONIANZE TARDO-REPUBBLICANE DAL GARIGLIANO (F. P. Arata)
Nel corso di ricerche effettuate negli anni 1992 e 1993 nel tratto finale del fiume Garigliano, in prossimita' della citta' romana di Minturnae sono stati recuperatî numerosi reperti archeologici, tra i quali due in particolare possono collesarsi ad alcuni aspetti della storia tardo-repubblicana della colonia.
Il primo reperto e' un frammento di architrave in travertino.
caratterizzato da una decorazione figurata in stucco con elementi marini,riferibile con
buona probabilita' ad un edificio pubblico del foro di Minturnae: la porticus
duplex.
Il rifacimento di questo edificio puo essere assegnato con migliore precisione ad epoca
tardo-repubblicana o proto augustea, grazie alla decorazione dell'architrave rinvenuto nel
Garigliano, il cui simbolismo marino sembra potersi riallacciare alle vittorie navali di
Ottaviano su Sesto Pompeo e Marco Antonio.
Il secondo reperto e' rappresentato da una iscrizione
frammentaria menzionante un Dennius Auli filius.
II personaggio, per altri versi sconosciuto. come evidenziato dai caratteri paleografici
delle lettere, visse in eta' tardo-repubblicana. Il suo inserimento nella tribu' Scaptia
che trae origine dall'omonima citta' romana posta tra Sora e Fabrateria, lo segnala come
un cittadino romano legato alla circoscritta regione del Lazio meridionale.
E' anche disponibile una precedente relazione su scavi compiuti nel fiume Garigliano
ORTE, TESTIMONIANZE DI COMMERCIO DAL TEVERE (G. Galli)
Alcuni frammenti fittili ritrovati sulle sponde del Tevere presso
Orte. localita' Seripola, documentano cospicui e reciproci contatti della popolazione
ortana con Roma attraverso il grande fiume, navigabile per un buon tratto, e principale
via di scambio e penetrazione verso l'intemo. Si tratta di frammenti decontestualizzati ed
eterogenei, frutto di ricognizioni databili tra la fine del II secolo a.C. ed il IV sec.
d.C.
Interessanti sono un'ansa di Dressel 2-4 con bollo Anni ed un frammento di
bipedale con bollo dell'officina di Jiulia Saturnina
L'INSEDIAMENTO PALAFITTICOLO DEL LAGO DI MEZZANO (B. Di Lorenzo)
Si intendono presentare gli uitimi sviluppi delle ricerche nell'insediamento sommerso del lago di Mezzano, ed in particolare i risultati delle piu' recenti campagne svoltesi nell'ottobre 1993 e nei luglio I995, tuttora inedite.
Le indagini hanno privilegiato l'intervento di ricognizione e di rilevamento, finalizzato alla redazione di una cartografia dettagliata sia delle strutture che dei materiali metallici e ceramici pertinenti ad insediamenti palafitticoli dell'eta' del Bronzo. Il rilievo topografico e di dettaglio ha consentito di acquisire nuovi dati, tramite i quali si e' ulteriormente precisata la planimetria dell'abitato e si sono meglio definite le caratteristiche morfologiche del fondale.
Sono stati inoltre prelevati numerosi campioni di pali per !'analisi dendrocronologlca, e si sono efIettuati carotaggi in vari punti del lago per le analisi geologica e botanica.
Infine, il rilievo di dettaglio di una parte degli elementi strutturali lignei ha confermato la presenza di elementi piu' complessi dei semplici pali conficcati nel fondale.
PROSPEZIONI SUBACQUEE SULLE SECCHE DELLA MELORIA (LIVORNO) - RISULTATI PRELIMINARI DELLE CAMPAGNE 1994-95 (S. Bargagliotti, E. Cibecchini, P. Gambogi)
Nell'ambito di un progetto di censimento e documentazione del patrimonio archeologico sommerso del livornese, la Soprintendenza Archeologica per la Toscana ha promosso due campagne di prospezioni subacquee sulle Secche della Meloria (LI) nel I994 e 1995, in collaborazione con l'Universita' di Pisa e avvalendosi del supporto logistico del gruppo "Livorno Mare".
Le ricognizioni, tuttora in corso, hanno portato all'individuazione di alcuni giacimenti subacquei di notevole interesse, tra i quali si segnalano in particolare:
UN DOLIO DI P. ROC(IUS] - NUOVI RITROVAMENTI DI DOLI NELLE ACQUE DELL'ARCIPELAGO TOSCANO (G. Ciampoltrini, P. Rendini)
La relazione propone una sintesi degli ultimi ritrovamenti effettuati nel tratto di mare compreso tra I'Argentario e le ísole meridionale dell'arcipelago toscano. In particolare ci si sofferma su un dolio che conserva un bollo in planta pedis riconducibile alle produzioni del territorio compreso tra la pianura pontina e l'agro Falerno.
MATERIALI DAI RELITTI DI PORTO ERCOLE E CALA SCIROCCO A GIANNUTRI (Grosseto) (M. Firmati)
In occasione della schedatura di materiali conservati ad Orbetello e provenienti da scavi e recuperi subacquei effettuati dalI'equipe di Lamboglia agli inizi degli anni '60, si sono individuati e restaurati alcuni manufatti riconducibili ai relitti suddetti.
VASI PER LA PESCA DEL POLPO (P. Rendini)
La relazione presenta un gruppo di reperti di forma particolare e ne propone l'eventuale identificazione come vasi per la pesca del polpo, forse d'eta' altomedievale.
IL ROSTRO DEL PORTO DI GENOVA (L. Cavazzuti)
Nell'anno 1597 fu ripescato dalle acque genovesi tra ponte
Spinola e la Darsena un rostro con protome di cinghiale. Alla fine del secolo scorso si
discusse molto su questo antico bronzo: alcuni lo identificarono come rostro, altri come
punta d'ariete, chi lo volle cartaginese o etrusco e chi romano.
Il reperto genovese e' in realta' un rostro secondario, che sulle navi da guerra era
posizionato al di sopra dello sperone principale sia con funzioni decorative sia con
chiare valenze otlensive; infatti impiegato in ausilio del tridente aveva soprattutto la
tunzione di aumentare lo squarcio della carena avversaria in senso verticale.
Rappresentazioni di navi da guerra armate con questo rostro in forma di protome di animale
lo troviamo su un denario di C. Fontelius della fine del II sec. a.C., ad Ostia
sul monumento funerario di C. Poplicola datato alla seconda meta' del I sec. a.C.
ed anche su emissioni pompeiane.
In eta' imperiale rappresentazioni simili provengono dal pannello dei trofei navali
dell'arco d'Orange. Ricordiamo infine il rilievo della collezione Medinaceli di Madrid ove
molte delle galere, che si affrontano nello scontro, sono dotate di rostri secondari con
protome di ariete. Il rilievo datato generalmente al I-II d.C, e' stato recentemente
ascritto da L. Basch alla fine della Repubblica.
II rostro di Genova. conservato oggi presso l'Armeria Reale di Torino. trova poi un
confronto pregnante in un altro, anch'esso in bronzo e con protome di cinghiale ritrovato
in Francia a Fos-sur-mer.
DIECI ANNI DI RICERCHE A HYERES, IN PROVENZA (L. Long, G. Volpe)
Tra il 1986 e il 1995 si sono svolte continuativamente campagne di scavo nelle acque delle isole di Hyeres (Var, Francia), prima, da 1986 al 1993 alla Pointe Lequin nell'isola di Porquerolles, poi, dal 1993 al 1995, alla Palud nell'isola di Port-Cros. Nel corso di un decennio una missione internazionale, principalmente francese e italiana, organizzata dal Departement des recherches archeologiques subaquatiques et sous-marines di Marsiglia in collaborazione con il Dipartimento di Studi classici e cristiani dell'Universita' di Bari, ha effettuato lo scavo sistematico di sei relitti.
Quattro, parzialmente sovrapposti, alla Pointe Lequin: un
importante relitto di nave greca arcaica (Lequin 1 A) degli ultimi decenni del VI sec.
a.C. con un carico di anfore, ceramiche e oggetti di artigianato artistico di produzione
attica e greco-orientale (ceramiche a figure nere, coppe ioniche, statuette in terracotta
e in bronzo, ecc.), un relitto massaliota (Lequin 1B) degli inizi del V sec. a.C., e due
relitti di eta' romana rispettivamente della fine del IlI sec. a.C. (Lequin 2) e del I
sec. d.C. (Lequin 3).
Questo cantiere, di grandi dimensioni e di notevole complessita' scientifica e
organizzativa ha visto impegnate molte decine di archeologi e tecnici, con l' impiego
della nave L 'Archeonaute e della barca Neree.
Altri due relitti, perfettamente sovrapposti, sono stati indagati alla Palud. con
modalita' organizzative diverse (una piccola equipe che ha utilizzato la barca Neree e un
gommone): uno. massaliota, del VI sec. a.C. (Palud 2); l'altro, tardoantico, del VI sec.
d.C. (Palud I) con un carico di derrate alimentari provenienti dall'Africa settentrionale
e dall'Oriente. trasportate in anfore africane cilindriche tarde di grandi dimensioni e
anfore vinarie dell'area siro-palestinese.
A conclusione di questa fase delle ticerche si tenta un bilancio non solo dei risultati
scientifici conseguiti ma anche e soprattutto delle forme organizzative e logistiche
adottate; in tutte queste ricerche, l'aspetto scienrifico si e' infatti sempre coniugato a
quello didattico, dando agli scavi la fisionomia di un campo-scuola di archeologia
subacquea (complessivamente alle ricerche hanno preso parte oltre cinquanta giovani
archeologi di numerose universita'). L'aspetto forse piu' originale di questi scavi
italo-francesi sta nel loro essere un "normale cantiere di scavo'', come tanti in
ambito terrestre ma ancora rari in ambiente subacqueo, in cui ricerca, didattica e tutela
sono attivita' strettamente connesse tra loro e sono condotte in maniera sistematica e
continuativa.
A partire daI 1996 comincera' una nuova fase delle ricerche, con l'avvio di un programma di ricognizione scientifica e di verifica di alcune decine di relitti segnalati al DRASSM nel corso degli anni, in preparazione di un nuovo cantiere di scavo.
RICERCHE SUBACQUEE NELLA SARDEGNA NORD-OCCIDENTALE (1992-95) (V. Gavini, R. Silvetti)
In questi ultimi anni l'attivita' di ricerca e tutela ha impegnato il Centro Ricerche Archeosub Sassari Alghero in stretta collaborazione con la competente Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro. Il Centro sta da tempo conducendo attente campagne periodiche di ricerca archeologica per tutelare alcuni relitti rinvenuti nelle acque di AIghero e denominati "I relitti del Mariposa" (ben 4 in 200 metri di litorale).
Nello sviluppare le ricerche che, soprattutto dal 1992, hanno
interessato il relitto "B", si e' dato vita ad un primo laboratorio per il
restauro dei legni bagnati. che nella sua fase attuale si ripropone di attivare le
strutt0ure fondamentali per conservare in vasche tutti i reperti recuperati dagli scavi
sinora condotti. Su uno solo dei quattro relitti, il relitto "B", e' stato
possibile condurre a termine lo scavo dell'intero scafo, fornendo notizie utili per
l'inquadramento delle navi in un contesto storico che ha visto alla fine del 1400 la
citta' catalana protagonista di un afflusso notevole di imbarcazioni, in prevalenza
provenienti dalla Spagna. che trasportavano prodotti destinati ai mercati della penisola.
Del carico sono stati recuperati svariati campioni di tessuto che veniva trasportato in un
contenitore di tela grezza, Non si esclude la presenza di vestiario, testimoniato dal
rinvenimento di bottoni in osso rivestiti di fine tessuto. Interessanti sono le ceramiche
(ciotole in ceramica marmorizzata, ceramica Slipware, brocchette invetriate,
catini), tutte attribuibili alla vita di bordo. Due compassi di bronzo forniscono inoltre
una testimonianza delle tecniche di navigazione. I resti di armi, unitamente al
ritrovamento di una bombardella. testimoniano come le navi mercantili fossero armate
contro la pirateria. Particolare risalto viene dato alla conservazione delle strutture
navali in situ con l'impiego di sistemi di "restauro subacqueo" semplici che
hanno dato buoni risultati.
L'ultimo degli interventi che vede oggi impegnato il CRASA e' la ricerca, condotta sotto
la direzione scientifica del dr. Pier Giorgio Spanu, sui resti di un'oneraria di epoca
tardo-imperiale, rinvenuta nelle acque dell'isola di Asinara nel giugno 1995. Primo di una
serie di interventi di tutela che la Soprintendenza vuole attuare in vista della
realizzazione del Parco naturale dell'Asinara.
IL RELITTO "A" DI CALA REALE (ASINARA) (P.G. Spanu)
In una segnalazìone del maggio 1995 alla Soprintendenza archeologica per le Province di Sassari e Nuoro veniva indicata la presenza di una notevole quantita' di materiale anforario in localita' Cala Reale nell'isola dell'Asinara. Un sopralluogo della Soprintendenza e dal Centro Ricerche Archeosub Sassari e Alghero (CRASA) ha verificato la presenta in alta concentrazione del materiale su un fondale sabbioso di circa otto metri di profondita' nei pressi del molo del Lazzaretto.
Tra giugno e luglio seguenti e' stata effettuata un'indagine
preliminare a cura del CRASA con la direzione scientifica dello scrivente. Il limitato
tempo a disposizione ha consentito di recuperare i materiali piu' superficiali, in un'area
ristretta, e di ripulire pochi quadrati. Nonostante la brevita' dell'intervento, le anfore
recuperate hanno preliminarmente consentito di formulare alcune ipotesi sulla provenienza
e sulla cronologia del relitto. I manufatti sono riconducibili ad un ambito iberico e
presentano tipologia differenti, assimilabili (almeno 3 dei 5 tipi principali individuati)
alle Almagro 50 e alle Almagro 51, ambedue diffuse tra il III e la meta' del V sec. d.C.
Una piu' precisa cronologia alla fine del IV sec. sembra essere indicata da una moneta,
sulla quale sono state rilevate tracce di bruciato, coniata dalla Zecca di Roma tra il 364
e il 367 sotto il regno di Valente. Altri materiali d'uso comune con la medesima datazione
possono riferirsi alla dotazione di bordo. mentre frammenti assegnabili a tipologie
ceramiche di cronologia differente sono stati recuperati negli strati piu' superficiali.
Interessante il recupero di numerose tessere musive in pasta vitrea, probabilmente merce
di accompagnamento al carico principale, costituito da conserve di pesce (alcune anfore
sono state recuperate ancora piene e provviste di tappo in sughero), caratteristiche merci
delle coste sud della Spagna. Il carico del relitto di Cala Reate ha inoltre consentito di
formulare alcune considerazioni sulle rotte che dalla Spagna. dalla tarda eta'
repubblicana fino almeno al V secolo d.C., si dirigevano verso gli altri porti del
Mediterraneo, in particolare quello ostiense attraverso le Pityusae, le Ballares
e la Sardegna: quest'ultima veniva doppiata sia a nord, attraverso le Bocce di Bonifacio,
sia a sud. probabilmente a seconda non solo delle esigenze commerciali, ma anche dei venti
e delle correnti predominanti.
NUOVE RICERCHE NELL.A SICILIA OCCIDENTALE (S. Tusa)
La ricerca archeologica subacquea nella Sicilia occidentale si e'
in questi ultimi anni articolata su due principali direttrici: da un lato si sono
intensificati i controlli e la tutela, con la collaborazione della Guardia di Finanza, di
siti noti attraverso segnalazioni di varia provenienza; dall'altro, si sono condotte
ricerche "a tema" nell'ambito del progetto Porti e approdi affidato
alla Societa' EIS.
Sono stati oggetto di queste ricerche i seguenti siti:
ISOLE EOLIE: OSSERVAZIONI SUI SITI SOMMERSI (E. F. Castagnino)
L'intervento offre nuovi elementi di conoscenza sull'antica topografia costiera delle isole Eolie attraverso una sintesi di osservazioni sui siti sommersi individuati sul piano infra e mesolitorale nonche' nei fondali prospicienti.
Sulla base delle ricognizioni - subacquee e di superticie -
effettuate seguendo i peripli delle attuali linee di riva dell'arcipelago, si
approfondisce l'analisi di particolari siti nei rentativo di ridefinire la
paleogeomorfologia costiera relativa ad un arco cronologico compreso tra il Neolitico e
l'eta' del Bronzo.
L'indagine, partendo da un'analisi comparata ed integrata tra dati geologici, archeologici
e meteomarini coinvolge, nel quadro della documentata presenza degli insediamenti
preistorici, anche elementari osservazioni di perizia nautica e portolanica.
Per quanto riguarda l'eta' neolitica. si analizza lo scalo sicuramente piu' interessante e
frequentato della preistoria eoliana. individuato lunga la costa nord-orientale di Lipari:
scalo della Papesca e di Capo Rosso.
Per l'età del Bronzo vengono presi in esame tre significativi paraggi di rnare,
particolarmente interessanti per la ricostruzione della linea di riva, di scali e di
approdi utilizzati durante questa prima fase dell'eta' del bronzo: Capo Graziano di
Filicudi, Punta Milazzese di Panarea, Pignataro di Fuori di Lipari.
RINVENlMENTI "ISOLATI" DALLO STRETTO DI MESSINA (R. Cester)
Soggetto di questo studio sono i materiali sporadici trovati
nelle acque dello Stretto di Messina. Queste testimonianze, quasi esclusivamente anfore ed
ancore, rappresentano la globalita' dei reperti in mano alle due Soprintendenze di Reggio
e Messina e coprono un arco temporale che va dall'epoca delle fondazioni alIa tarda
antichita'. Si e' tenuto conto che ogni elemento faceva parte di un insieme, costituito
dal carico della nave e dagli strumenti di bordo. Estrapolato da questo contesto o da
eventi antichi, quali i getti a mare o le perdite nei trasbordi, o da un recupero moderno
disattento ad eventuali tracce del relitto, il singolo manufatto narra solo di se' e
dell'eventuale tragitto effettuato.
Per quanto riguarda i ceppi d'ancora si e' tentato attraverso molteplici confronti di
costituire delle classificazioni tipologiche basate su considerazioni morfologiche e
toponometriche, fino ad identificare, tra i tipi piu' comuni, alcuni di fattura
particolare, definiti come ceppi piatti e ad incudine. L'analisi dei ritrovamenti di
anfore mi ha permesso di formulare ipotesi di rotte commerciali e, al tempo stesso, di
dare datazioni di massima dei vari siti, creando un punto di contatto tra le testimonianze
a terra, i pochi relitti indagati in mare e l'analisi storica e geografica di questo
litorale.
L'analisi e il disegno dei singoli manufatti e' stata informatizzata creando una banca
dati per aree a diverso interesse, quale quella di localizzazione geografica, quella
tipologica e metrica e quella bibliografica e di confronto.
Siamo arrivati alla conclusione:
BAIA SOMMERSA: GLl SVILUPPI DELLA RICERCA (G. Di Fraia, E. Scognamiglio)
Le indagini condotte dal 1993 al 95 suI fondale dell'insenatura
baiana hanno fatto registrare nuove, significatìve accquisizioni: e' stato precisato
l'andamento dell'antica linea di costa, si e' meglio definito I'assetto topografìco di
eta' classica e si e' approfondita la conoscenza di diversi nuclei termali.
Le ricerche hanno accertato che la villa dei Pisoni ebbe due approdi e venne realizzata
interamente in mare e, sul suo lato occidentale, si e' ormai circoscritta l'area
residenziale. In prossimita' del canale d'ingresso al Baianus Lacuse' stato
rintracciato il limite sul mare del nucleo edilizio includente una vlla con ingresso a
protiro ed un attiguo impianto termale. Nei pressi e' stata localizzata una peschiera e,
poco piu' a nord, un organismo residenziale caratterizzato da ambienti posti tra due
portici mentre alcuni ambienti ed un molo sono stati rilevati nella piccola insenatura
delimitata dal Castello e dai Cantieri Navali di Baia.
UNA VILLA MARITTlMA NELLE ACQUE DI BACOLI (NAPOLI) (A. Benini)
Nell'ambito di ricognizioni subacquee effettuate nel 1991 per
conto della Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta, vennero individuate, nella
baia di Marina Grande di Bacoli, gia' nota per la presenza a terra della cisterna nota con
il nome di CentocamerelIe e per il c.d. Sepolcro di Agrippina, una serie di strutture
murarie attribuibili ad una villa marittima di eta' romana.
Della villa, costruita su di una piattatorma che si protende in mare, e' stato possibile,
per il momento, individuare il settore adibito a terme ed i resti di un lungo un ponte che
la collega con il promontorio che chiude la baia a sud. A breve distanza e' stata inoltre
individuata un'opera di banchinamento della linea di costa con la duplice funzione di
piccolo approdo, per l'ormeggio di imbarcazioni, di frangiflutti per riparare la villa e
la baia dai venti di levante.
UN RELITTO A TORRE MELISSA? - INDAGINI TOPOGRAFICHE TRA LA FOCE DEL NETO E PUNTA ALICE (CROTONE) (G. Ceraudo)
Nel quadro di una piu' ampia indagine che ha interessato tutto il
territorio dell'antico abitato di Perelia (odierna Strongoli), centro brettio-romano
situato su un alto pianoro in vista deI Mar Ionio e della foce del Fiume Neto, circa 25 Km
a Nord di Crotone, ricognizioni di superficie e subacquee lungo questa fascia di litorale,
in un tratto di costa sprovvisto di insenature e di porti naturali, hanno permesso di
chiarire alcuni problemi riguardo al porto alla foce del Neto, allo scalo in prossimita'
del Tempio di Apollo Aleo a Punta Alice e di localizzare puntualmente in localita' Tronga
alla Marina di Strongoli un modesto insediamento di eta' romana dotato di approdo.
Nel corso della stessa indagine, poco a Nord di Torre Melissa. e' stato segnalato da un
subacqueo locale il rinvenimento occasionale avvenuto alcuni anni fa' di undici anfore del
tipo Lamboglia 2, tutte recuperate in un unico punto. A distanza di tempo, il sopralluogo
effettuato nella zona della scoperta, non ha permesso di riscontrare l'eventuale presenza
di altre anfore o di frammenti di alcun tipo riferibli al carico o allo scafo.
Allo stato della ricerca, non e' possibile dire con certezza se quanto recuperato fosse
parte del carico di una nave naufragata in questo tratto di mare, oppure il risultato
della perdita casuale o dell'abbandono volontario delle anfore trasportate.
NUOVE INDAGINI SUL RELlTTO DI S. PIETRO lN BEVAGNA (TARANTO) (A. Alessio - A. Zaccaria)
In questo contributo si vogliono brevemente illustrare i
risultati dei saggi e rilievi sabacquei eseguiti dalla Soprintendenza Archeologica di
Taranto sul relitto con sarcofagi marmorei a S.Pietro in Bevagna (Maruggio - TA) nel
giugno del 1995.
Il relitto. noto gia' dagli anni '60, e' stato oggetto di un rilievo preliminare da parte
di P. Throckmorton nel 1964, in attesa di un intervento di scavo sistematico, sinora mai
effettuato. La planimetria elaborata in quella occasione presenta notevoli imprecisioni
sia riguardo la posizione e la dislocazione dei sarcofagi sia la tipologia degli stessi.
Le nuove indagini hanno consentito di elaborare una planimetria corretta e completa, e di
individuare un ulteriore sarcofago, probabilmente insabbiato all'epoca delle prime
ricerche. La ricca documentazione grafica e fotografica realizzata sull'intera area e per
ciascun manufatto, permette inoltre di approfondire i dati analitici e tipologici del
carico, e di chiarire alcuni degli interrogativi legati alle circostanze del nautragio.
PER LA CARTA ARCHEOLOGICA SUBACQUEA DEL SALENTO (R. Auriemma)
La ricerca archeologica subacquea nel Salento ha avuto dal suo
esordio un ritmo altalenante, episodico, a tratti con grandi interventi e programmi di
impegno economico e scientifico considerevole, a tratti di "distrazíone" o
assenza
Negli ultimi anni, un piano di lavoro e' stato formulato all'interno dell'Unita' Operativa
2 del progetto Strategico 251100 C.N.R. - Dipartimento Beni Culturali dell'Universita' di
Lecce, ai fine di realizzare una Carta Archeologica Subacquea.
Vengono qui anticipate alcune considerazioni in merito ad una delle numerose tematiche
trattate nel corso di questo lavoro, e cioe' la circolazione dei contenitori da trasporto.
I dati suggeriscono per iI Salento rapporti privilegiati con l'opposta sponda,
sottolineati in misura quantitativamente rilevante dalle importazìoni corinzie e
corciresi e, soprattutto per l'eta' ellenistica e romano-repubblicana, un ruolo di primo
piano nel commercio adriatico.
Il pieno inserimento del Salento nella vivace rete di attivita'
agricolo-produttive e commerciali che investe Magna Grecia e Sicilia nella prima e media
eta' ellenistica e attestato dai numerosi rinvenimenti di anfore c.d. Grecoitaliche,
isolate o pertinenti carichi di relitti.
Si nota un periodo di "latenza" delle produzioni anforarie, sia italiche che
d'importazione, coincidente con i primi due, o forse tre secoli dell'Impero; il quadro si
ripopola solo a partire dalla media eta' imperiale, ma soprattutto dal III secolo
inoltrato, con le produzioni africane, in particolar modo contenitori cilindrici e spathia,
a cui, dalla fine del IV e dal V secolo. si affìancano quelle orientali.
Lo iato interessa gli ultimi tre secoli del primo millennio; la riapparizione di
contenitori da trasporto segnerebbe la grande rinascita del commercio mediterraneo dopo i
"secoli bui"': occorre pero' tener conto della scarsita' di informazioni e
conoscenze a disposizione per il periodo in discussione, e delle rivoluzionarie
acquisizioni che recenti indagini forniscono, come quelle relative alle produzioni di
Otranto in corso di analisi e classificazione.
STRUTTURE SOMMERSE A S. CATALDO (LECCE) (F. Esposito, G. Ceraudo)
A sud del faro di S. Cataldo (Lecce) e' stato esplorato
sistematicamente il tratto di costa e lo specchio d'acqua antistante l'edificio idrovoro
di S. Giovanni, nel Comune di Vernole. L'analisi preliminare delle foto aeree a
disposizione ha permesso di evidenziare delle anomalie del fondale. II riscontro diretto
di queste tracce ha consentito l'inaspettata scoperta di una struttura sommersa di
notevoli dimensioni.
A terra, invece, subito a nord dei canali dell'idrovora, sono stati rilevati una serie di
ambienti quasi completamente insabbiati, mentre la stretta fascia di costa, a ridosso
dello spigolo meridionale del muro di recinzione dell'edificio idrovoro. e' caratterizzata
da una serie di fosse rettangolari, scavate nella roccia e disposte grossomodo sullo
stesso allineamento. Atri blocchi, si individuano a circa 150 metri piu' a sud, sulla
battigia.
Da quanto esposto risulta evidente I'estrema frammentarieta' di quanto si conserva,
rispetto a come doveva presentarsi il contesto originario nel suo insieme.
L'interpretazione di quest'ultimo si presenta assai problematica e, allo stato attuale
della ricerca, formulare solo varie ipotesi che ricondurrebbero tutto il complesso ad
impianti per lo sfruttamento delle risorse marine.
CERAMICHE COMUNI DA TORRE S. SABINA (BRINDISI) (L. Pietropaolo)
Le intense attivita' di recupero e di prospezione archeologica sottomarina, svoltesi tra il 1972 e il 1983 nella baia di Torre S. Sabina, a nord di Brindisi, hanno consentito di individuare un importante giacimento archeologico, situato a breve distanza dalla costa e a pochi metri di protondita'.
Il sito ha restituito una documentazione ceramica molto
eterogenea, attribuibile ad un ampio arco cronologico che si estende dall'eta' arcaica
all'eta' tardoantica: la natura stessa del rinvenimento non aiuta a chiarire se si tratti
di residui di ancoraggi oppure di carichi dissetati relativi a piu' relitti.
Le ceramiche comuni, da mensa, da dispensa e da cucina di eta' romana rinvenute a Torre S.
Sabina presentano un quadro tipologico molto vario e articoiato ed individuano un contesto
che sembra estendersi in un arco cronologico compreso tra Ia meta' del II sec. a.C. e la
fine del II-inizi del III sec. d.C.
Le bottiglie in ceramica acroma e le olle, i tegami e le casseruoIe in ceramica da fuoco
rappresentano le forme piu' documentate; si riscontra inoltre una chiara prevalenza della
ceramica da cucina sulla ceramica comune da mensa e da dispensa. In generale, iI panorama
della distribuzione delle ceramiche comuni che emerge dallo studio di questi materiali
sembra confermare il quadro dei principali collegamenti marittimi, dei flussi commerciali
e dei rapporti economici che caratterizzano questo tratto del basso adriatico.
Se ne rileva l'inserimento del sito di Torre S. Sabina sin dall'epoca arcaica, quale
approdo sussidiario della costa brindisina, lungo le rotte di una navigazione di
cabottaggio, diretta sia verso le coste adriatiche sia verso il mediterraneo orientale.
L'approccio tipologico-cronologico, accompagnato da alcune considerazioni sulle argille e
delle tecnologie di produzione impiegate dai vasai, consente di tracciare un quadro.
evidentemente solo parziale, della commercializzazione della ceramica comune:
IMBARCAZIONI MONOSSILI: LETTERATURA ANTICA E ARCHEOLOGIA (S. Medas)
Lo studio delle imbarcazioni monossili permette non soltanto di
risalire ai primordi dell'architettura navale, ma anche di verificare direttamente
l'interessante fenomeno della continuita' tecnica e culturale, particolarmente forte nelle
tradizioni della cantieristica navale. L'imbarcazione monossile rappresento' nel corso dei
secoli una soluzione di grande efficacia per la navigazione nelle acque interne, in quelle
endolagunari e lungo i litorali marittimi. per questo motivo le piu' antiche monossili
europee sono documentate gia' nel Mesolitico.
Di particolare interesse risulta anche I'aspetto linguistico della questione, argomento in
molti casi indispensabile per un'attenta lettura delle stesse fonti. I testi presi in
esame spaziano cronologicamente dall'antichita' classica all'epoca altomedievale,
geograficamente dalla Penisola Iberica aII'Europa centrale, dalle grandi pianure Russe
tino al Mediterraneo orientale. Si puo' rilevare che le monossili non erano semplicemente
utilizzate per la navigazione lungo i fiumi o nei laghi con la spinta delle pagaie, ma che
erano impiegate anche in mare e potevano portare talvolta un armamento velico, che
potevano servire per costruire chiatte o ponti, che il loro impiego era anche militare,
che erano usate tanto dai popoli "barbari" quanto dai Greci e dai Romani.
In alcuni casi e' possibiie avvicinare alla documentazione letteraria una parallela
documentazione archeologica. L'esame parallelo delle fonti e degli scafi conservatisi
permette anche di verificare come le monossili presentino caratterrstiche tecniche e
nautiche che talora possono essere di un certo rilievo e che non si limitarono al semplice
tronco scavato. Le monossili, infine, sopravvissero anche nella recente tradizione poiche'
restavano i mezzi di trasporto su acqua meglio adattabili alle condizioni ambientali,
economiche e culturali di molte regioni. I loro scafi erano utilizzati come vere e proprie
imbarcazioni, ma anche per costruire vomi, pontoni e addirittura mulini natanti.
VENEZIA: TERRITORIO SOMMERSO E TUTELA (L. Fozzati, M. D'Agostino)
FUSINA 1: UN SITO SOMMERSO NELLA LAGUNA DI VENEZIA (L. Fozzati, F. Bressan)
L'insediamento denominato Fusina 1 e' situato nel Canale dei
Petroli, che va dalle Bocche di Malamocco a Marghera (Venezia), in corrispondenza dello
stelo luminoso 265 aIl'uscita del Canale di Brenta nella laguna.
Individuato durante la posa dei cavi elettrici subacquei relativi ai piloni del cosiddetto
"Sentiero Luminoso" che permette alle navi di entrare in porto anche con la
nebbia. e' stato in una prima fase controllato dal dr. D'Agostino con la squadra
archeologica del Consorzio Venezia Nuova nell'inverno del 1994. Pur essendo segnalato da
tempo, e' stato in seguito parzialmente danneggiato per errore dai lavori di una benna,
che ha asportato parte dello strato archeologico in situ dal bordo del canale
Venezia-Fusina, ortogonaIe a quello dei Petroli, per ricoprire i cavi sommersi. A seguito
di questo intervento si era provveduto, nell'estate 1995, a recuperare e setacciare la
parte di deposito rimossa dalle bennate singolarmente individuate e topografate,
sistemando i reperti recuperati in acqua dolce per il periodo di dissalazione e
provvedendo a campionare uno dei piu' di 900 pali per il C14 e ad eseguire le riprese
video.
La presenza di una serie di blocchi sottosquadrati di pietra a formare un pavimento, di
reperti significativi tra cui molte ossa animali con tracce di taglio intenzionale e il
rischio che la poco favorevole posizione del sito sommerso, soggetto a fortissima
erosione, potesse in poco tempo cancellare le evidenze archeologiche, ha convinto il
Centro Tecnico di Archeologia Lagunare della Soprintendenza del Veneto a stilare un
prosramma di interventi sia di emergenza sia di tutela del sito. Si e' trattato di
eseguire sostanzialmente un lungo e complesso lavoro di rilievo per individuare la
tipologia dell' insediamento e cercare cosi' di collocarlo non solo cronologicamente, ma
anche nel contesto dell'area di Fusina, localita' viciniore un tempo assai importante per
la sua posizione geografica, dove storicamente era nota l'esistenza di edifici adibiti ad
usi particolari.
II cantiere e' iniziato il 1.11.1995 e si e' concluso il 17.2.1996; la ditta IDRA di
Venezia ha eseguito i lavori assieme ad uno degli scriventi (FB), mentre l'appoggio a
terra e' stato fornito dalla ditta Ferrari, che ha predisposto un container per uso
laboratorio di primo intervento e deposito delle attrezzature.
E' stata eseguita la sorbonatura dello strato superiìciale di fanghiglia in un campo di
21x24 m., suddivisi in corsie contrassegnate da lettere dell'alfabeto e da numeri
progressivi. I pali sono stati numerati e rilevati contestualmente all'avanzamento del
lavoro, date le condizioni della laguna, con maree di notevole portata e forte riflusso
delte acque a causa del continuo passaggio di convogli di navi. Tutti i pali sono stati
descritti in tabelle riportanti numero, diametro, altezza residua dal fondale,
inclinazione. Mediante un rimontaggio a mosaico del rilievo metro per metro, e' stata resa
possibile una riproduzione grafica dell'intera superficie dell'insediamento indagato.
La quantita' dei pali rilevati non corrisponde a quella rilevata in precedenza: a parte la
riduzione del campo di indagine oggetto del presente lavoro, infatti, la destabilizzazione
del terreno sommerso, provocata sia dall' intervento meccanico sia dal flusso della
corrente di cui si e' detto sopra, potrebbe avere frammentato ancora di piu' i pali. Gia'
soggetti all'azione devastante delle teredini, oltre alla corrosione dovuta ad elementi
inquinanti contenuti nell'acqua.
Le condizioni ambientali in cui e' stato eseguito il lavoro non sono state detle migliori,
sia per il tempo atmosferico, sia per la visibilita' sott'acqua, non superiore, anche in
condizioni di massimo favore di marea, ai 50/70 cm. Cio' ha permesso comunque di
individuare l'esistenza di assi inclinate e di una porzione di "zatterone",
elemento tipico della costruzione degli edifici veneziani, e di delimitare cosi I'area
propiamente abitativa da quella che pare essere una fondamenta, forse un molo (pavimento
in grosse pietre squadrate). Sulla pianta e' stato possibile individuare degli ambienti,
con relativo orientamento e dimensioni, grazie anche alla presenza di lunghe travi. L'
ipotesi piu' plausibile di interpretazione delle evidenze archeologiche propenderebbe per
una bonifica dell'area umida mediante fascine (resti di tali sorte di graticci sono
visibili sulla gengiva del canale dei Petroli, a profondita' maggiore) e pali di diverse
dimensioni; ad essa avrebbe fatto seguito, in epoche diverse e per ora solo ipotizzabili
sulla base dei reperti e dell'unico esame al C14 in corso, la fase edificatíva vera e
propria sia di fabbricati sia di un rafforzamento della sponda con una fondamenta o con un
molo, poi sommersi per fenomeni di subsidenza e di collassamento dovuti all'apertura,
negli anni '70, del Canale dei Petroli.
La localita' Lizza Fusina e' nota nella cartografia antica e nella bibliografia storica
soprattutto dopo la deviazione in quell'area della foce del Brenta, avvenuta
posteriormente al 1400 ad opera dei Padovani, e dell'importanza che ha avuto, con la
famiglia Pesaro, per l'approvvigionamento alternativo di acqua potabile per la
Serenissima. Altre fonti ricordano inoltre l'esistenza in loco di un macello: la presenza
di notevole quantita' di ossa animali con tracce evidenti di macellazione (studio in corso
da parte del dr. M. Bon, Museo di Scienze Naturalí di Venezia) confermerebbe tale
informazione. I carotaggi eseguiti nell'area delle bennate a fine lavori hanno informato
che lo strato antropico residuo non supera oggi il metro di spessore. Gli esami
dendrocronologici sui reperti lignei non sono attuabili a causa della forte corrosione del
materiale ad opera delle teredini; sono stati prelevati campioni della pietra del
pavimento per analisi piu' approfondite, anche se l'interpretazione petrografica non
fornira' dati significativi, soprattutto cronologici, per la possibilita' di reimpiego o
di materiali antichi.
L'erosione dei pali e la loro inclinazione sui piano di infissione indicano il livello di
rischio in cui si trova l'insediamento sommerso: le indicazioni suggerite dai lavori
attuati nella campagna scorsa hanno permesso alla Soprintendenza di valutare le soluzioni
urgenti piu' opportune per l'immediato futuro.
INDAGINI PREVENTIVE A BURANO - S. ERASMO - TRE PORTI (VENEZIA) (C. Pizzinato)
Nei mesi di Luglio-Agosto 1995 e' stata condotta una campagna di
indagini preventive, in previsione della posa dei cavi Telecom a fìbre ottiche, negli
areali siti tra Murano e S.Erasmo, S.Erasmo e Burano, Burano e Tre Porti. Particolarmente
interessanti sono risultati gIi specchi Iagunari siti tra Burano, S Erasmo e Crevan: la
zona, infatti, gia' nota dalle cronache medievali e alto medievali (VIII-XIII sec.) come
area delle "Vigne Perse", "Umbraria", toponimi che indicavano la
presenza di coltivazioni, si presenta ricca di resti di eta' romana che vanno dal I al IV
d.C.
In particolare si e' potuto riconoscere un pavimento in mosaico bianco (e nero?) e due
sentieri, nonche' diverse delimitazioni di confine, costituite in quel tempo da anfore e
pali. L'indagine si e' avvalsa di un metodo ormai collaudato in laguna: la presenza del
fango che copre per 2, anche 3 mt i resti rende, infatti, impossibile I'impiego di vere e
proprie tecniche subacquee. Viene percio' utilizzata una sonda, asta metallica in acciaio
di varie Iunghezze e diametri, scelte di volta in volta dall'operatore, in rapporto alla
profondita' del livello in esame e al tipo di terreno. La chiara differenza tra la
resistenza opposta dallo strato di copertura, spesso limoso, e quella degli oggetti o
strutture sepolte rende possibile la ricerca e permette non solo di riconoscere la
presenza e I'estensione delle strutture sepolte, ma anche di valutare e distinguere i vari
materiali di cui e' composta: pietra, laterizi, legno. ceramica etc.
I VETRI DEL RELITTO DI GRADO (GORIZIA) (M. Giacobelli)
Individuato nel 1986 e parzialmente indagato l'anno successivo,
il relitto della nave romana di Grado e' stato oggetto di una prima campagna di scavo nel
1940, nel corso della quale fu portato alla luce, in tutta la sua estensione, il primo
strato delle anfore che costituivano il carico dell'imbarcazione; i lavori per il recupero
del carico hanno avuto luogo negli anni successivi (1994/1995) e sono tuttora in corso.
Assieme alte anfore, per la gran parte di produzione africana, sono stati recuperati
numerosi altri frammenti ceramici e suppellettili relative all'attrezzatura di bordo,
nonche' i resti di una botte di legno, individuata nella zona prodiera del relitto, che
conteneva una gran quantita' di frammenti di vetro, raccolti per essere probabiimente
rifusi. E' proprio il contenuto della botte a costituire uno degli aspetti piu'
interessanti della composizione dei carico: si tratta di orli, anse, pareti e fondi
riconducibili alle piu' varie forme note nelle produzione vetraria romana, alcuni dei
quali recanti bolli o marchi di officina, spesso inediti. II contesto della botte appare
quindi in questa sede "isolato" dal resto del carico, e considerato come una
preziosa fonte di informazioní per lo studio dei centri di produzione, della
distribuzione e degli aspetti ríguardanti il riutilizzo del materiale vitreo.
ARCHEOLOGIA SUBACQUEA E VARIAZIONI GEOMORFOLOGICHE: LAGUNA DI GRADO E CATANIA (E. Tortorici)
Gli esempi della laguna di Grado e della fascia costiera catanese
evidenziano l'importanza della ricostruzione dell'assetto geomorfologico antico per
affrontare correttamente la ricerca storico-topogralica. La portata dei fenomeni eustatici
che hanno portato, a partire almeno dal X-XI secolo, alla formazione della laguna di
Grado, non e' stata finora compresa appieno: tale situazione ha pesantemente condizionato,
da piu' di un trentennio, gli studi sull'intero sistema portuale di Aquileia e
sull''assetto di questo territorio in eta' romana.
Circostanziate indagini geologiche hanno dimostrato ruttavia che l'intera area lagunare
era completamente emersa in eta' romana. Recenti ricerche inoltre, basate sulla
ricognizione integrale (ovviamente anche subacquea), hanno fornito nuovi elementi per la
discussione (rinvenimenti di assi viari. di ville rustiche, di probabili impianti per la
lavorazione del vetro, riconoscimento di canali navigabili e di resti di un relitto).
Per quanto riguarda Catania e' noto che la linea di costa e' stata profondamente
trasformata dalle colate laviche scaturite nel corso dei secoli alle numerose eruzioni
dell'Etna. Tale situazione ha notevolmente accresciuto la complessita' del problema del
porto della antica citta' e degli approdi (tra cui il Portus Ulixis nominato da
Plinio). Studi geologici della fine del secolo scorso, di recente confermati ed integrati
dalle ricognizioni subacquee, forniscono dati in favore della localizzazione del porto di
Catania (almeno in eta' romana) nell'area dell'attuale Golfo di S. Giovanni Li Cuti,
completamente colmato da una colata lavica nel 1381.
UN'ANTICO ANCORAGGIO SULLA COSTA SUD-ORLENTALE DELLA SICILIA (PUNTA BRACCETTO - CAMARINA) (G. Boetto)
La relazione presenta una serie di materiali rinvenuti a Nord del
promontorio di Punta Braccetto nell'estate del 1988, in seguito a prospezioni subacquee
effettuate dalla Coop. Aquarius, per conto della Soprintendenza Archeologica di
Siracusa.
Si tratta principalmente di elementi di ancore litiche - ceppi litici, riempimenti in
piombo di ceppi di legno, ceppi in piombo ed una contromarra - che attestano una lunga
frequentazione del sito come luogo di ancoraggio. Non lontano dalla zona indagata inoltre,
in un'insenatura della scogliera, sono state scoperte numerose bitte scavate nella roccia,
adibite all'alaggio di piccole imbarcazioni. Punti di ormeggio analoghi sono stati
riconosciuti a Branco Grande e a Caucana e sono stati messi in relazione con la presenza
di sorgenti di acqua dolce.
L'ancoraggio di Punta Braccetto, sembra rientrare tra questi punti di approdo e
rifornimento per una navigazione di piccolo cabotaggio, che - per l'eta' greca - doveva
collegare il porto di Camarina, alla foce dell'Ippari, con il porto canale sull'Irminio
del probabile emporio di Contrada Maestro. I ceppi in pietra, inoltre, potrebbero essere
attinenti al "relitto arcaico" datato tra la meta' e la fine del VI sec. a.C. C.
La loro ubicazione piu' al largo rispetto al relitto potrebbe essere spiegata con
l'affondamento dell'imbarcazione vicino a riva dopo una rottura degli ormeggi nel luogo di
ancoraggio.
INTERPRETAZIONE DELLA DISTRIBUZIONE SPAZIALE DEI REPERTI E RICONOSCIMENTO DEI PROCESSI FORMATlVI NEL RELITTO (C. Beltrame)
Il relitto come appare all'archeologo e' l'esito di numerosi
processi di tipo naturale e antropico. L'informazione che esso ci offre e' molto
"disturbata" ma puo' essere decodificata. In Italia, a differenza di altri
paesi, fino ad oggi nell'archeologia navale si e' portata attenzione ai reperti per il
loro valore intrinseco piu' che per le loro relazioni spaziali e quindi ancora minore
interesse e' stato dato ai processi di formazione, i motivi di questa situazione sono un
passato degli archeologi subacquei poco incline a dibattiti metodologici, la carenza di
esecuzione di scavi completi e la latitanza dell'Universita'.
Attraverso vari esempi vogliamo dimostrare come un approccio all evidenza consapevole dei
proeessi che formano il relitto possa dare risposte a domande quali la dinamica del
naufragio, la morfologia dello scafo, l'assetto del carico, la vita a bordo, ecc. Le
osservazioni della Hesnard sul Grand Ribaud D o quelle del Nieto a Cala Culip
hanno permesso di riconoscere il rovesciamento delle navi sul fondo.
Gli studi accurati sul relitto di Yassi Ada, ma anche su altri giacimenti, hanno
illustrato la posizione della cabina di bordo e la disposizione degli oggetti quivi
ricoverati. Precisi rilevamenti di alcuni carichi di imarcazioni hanno permesso un
riassemblaggio a tavolino del loro assetto originario.
Oltre a tali ricostruzioni, attente analisi dei record archeologici hanno portato
a riconoscere esiti di processi naturali quali la "contaminazione" e I'esistenza
anche di processi antropici nella formazione del relitto. La scoperta di tracce di
prelievi dai relitti immediatamente dopo il naufragio, come ad esempio sulla Madrague
de Giens, apre una breccia in piu' in quella "capsula temporale" con cui
per anni si e' voluto rinchiudere il relitto.
Oggi, affrontando un sito sottomarino, dobbiamo tener presente la possibilita' di avvenute
contaminazioni: evidenti, allorche' si hanno sovrapposizioni di imbarcazìoni compatte;
meno nitide, per giacimenti sparpagliati mescolatisi. A questo punto e' chiara la
necessita' di compiere rilevamenti dettagliati, scavare stratigraficamente ma, cosa piu'
importante, affrontare il relitto con un'ottica processualistica.
Esempio eclatante di divergenze di risultati ottenuti con diversi gradi di risoluzione
analitica e' la reinterpretazione del giacimento del Grand Conglue' effettuata da
Long il quale ha riconosciuto la presenza di due relitti li' dove il Benoit ne aveva visto
uno solo.
UN NUOVO METODO DI COPERTURA PER IL RELITTO DI MONTALTO DI CASTRO (VITERBO) (R. Petriaggi)
Si sono svolti nei mesi di settembre e ottobre 1995 i lavori di
copertura del relitto di eta' repubblicana di Vontalto di Castro, sotto la direzione della
Soprintendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale e dello STAS. L'assistenza alle
immersioni e' stata assicurata dai Carabinieri Subacquei di Roma, dai sommozzatori della
Guardia di Finanza di Civitavecchia e dai sommozzatoti dei Vigili del Fuoco di Roma che
hanno effettuato anche riprese video con tetecamera filoguidata.
Si tratta del relitto di una nave oneraria datata a eta' repubblicana grazie al tipo di
anfore, Dr. 1 A, che costituiscono il carico, naufragata al largo di Montalto di Castro e
rinvenuta a ca. 37 m di profondita'. L'eccezionale stato di conservazione del carico e,
molto probabilmente, anche dello scafo, hanno spinto la Soprintendenza Archeologica ad
utilizzare un nuovo tipo di copertura piu' efficace rispetto alle reti elettrosaldate che,
spesso, si sono rivelate insufficienti alla tutela dei relitti sommersi. Sono stati
utilizzati dei pannelli modulari metallici ricoperti di vetroresina, ancorati al fondo con
particolari picchetti antistrappo ad espansione. Questo sistema di copertura si rivela
particolanrtente efficace perche' i pannelli sono facili da installare e da rimuovere
parzialmente (in caso, per es., di saggi di scavo) e, qualora Ia nave di Montalto venisse
scavata e recuperata totalmente, potranno essere riutilizzati dalla Soprintendenza per la
copertura di un nuovo relitto.
L'area protetta dai pannelli, circoscritta operando una serie di sondaggi nel fango
attorno al cumulo di anfore, misura circa mq 120; per migliorare la mimetizzazione, ai
pannelli e' stato dato un gelcoat dello stesso colore del fondale marino.
Prima della copertura il relitto e' stato oggetto dí un saggio di scavo preliminare,
durante il quale sono stati effettuati rilievi di massima e documentazione
video-fotogratica.
LA SPELEOLOGIA SUBACQUEA PER L'ARCHEOLOGIA (M. Mazzoli)
Cìtando solo velocemente ie tecniche, le attrezzature speciftche
e le competenze necessarie per affrontare la ricerca speleologica subacquea in termini
credibili e di sicurezza. ci si vuole concentrare sul potenziale e sui deterrenti che
questa attivita' incontra in ambiti archeologici.
Lo speleosub puo' trovare accessi a grotte ormai sigillate dalle modificaztoni del livello
delle acque o dai crolli. Pensiamo a quanto in tal senso possono offrire le grotte marine
per le quali la scoperta della Grotta Cosquer puo' costituire un esempio famoso. Nel campo
delle grotte naturali il potenziale e' enorme ed i limiti sono quelli tecnici della
speleologia subacquea.
Anche negli ambienti artificiali il potenziale di ricerca e' abbastanza buono ma qui il
vero limite e' dato dall'inquinamento. Per chi abbia necessita' di ricerche di questo tipo
deve sapere che gIi speleosubacquei sono pochi e che, qui piu' che mai, e' importante
affidarsi a gente del mestiere.
A proposito dello studio archeologico del sito, ci si riferira' alle regole generali
dell'archeologia subacquea, arricchendole con accorgimenti dettati dalla specificita' del
sito. Le difficolta' principali sono costituite: a) dall'utilizzo di tecnici abituati
all'ambiente sommerso ipogeo; b) dall'intorbidimento delI'acqua; c) dalla difficolta' di
posizionamento dell'attrezzatura fissa per il rilievo e lo scavo. L'intervento ne
definisce i contorni e le azioni necessarie per il successo.
E' disponibile anche il testo completo dell'intervento
MATERIALI ARCHEOLOGICI IN AMBIENTE FLUVIALE: PRESENZE ASSENZE (L. Zaghetto)
L'indagine qui esposta mira alla veritica del grado di
affidabilita' su base statistica con cui i depositi archeologici provenienti da ambito
fluviaIe. Per assunto in giacitura secondaria, possono essere riferiti al corso d'acqua di
pertinenza e utilizzati, di conseguenza, in qualita' di índicatori 'culturali' per datare
l'attivita' del corso stesso.
Il caso studio riguarda i corsi d'acqua nel territorio della provincia di Padova; sulla
base della localizzazione topografica, e' stata verificata la frequenza con la quale i
rinvenimenti subacquei ricorrono in rapporto alla diversa tipologia del corso fluvale:
L'analisi quantitativa sulla presenza di siti archeologici ha
indicato una netta prevalenza di rinvenimenti per gli ambiti di corso naturale (piu'
antichi), in evidente opposizione ad una situazione di scarsezza riscontrata in ambito di
canale artificiale. Questa osservazione e' stata confermata dalle analisi delle situazioni
di 'fiume rettificato' (3), che hanno mostrato concentrazioni selettive di materiali lungo
i tratti non intaccati da rettifiche.
L'analisi cronologica dei depositi archeologici subacquei (in tutti glì ambienti
considerati) ha inoltre attestato che i siti risultano, nella grande maggioranza dei casi,
coevi e/o posteriori al periodo di attivazione dei corsi d'acqua pertinenti. La relazione
fra i dati quantitativi/topogratici e quelli cronologici sembra quindi indicare come la
presenza di depositi archeoiogici in un corso attivo sia da attribuire principalmente al
ruolo di 'bacino di cattura' che il corso svolge nei confronti di materiali provenienti da
siti ad esso cronologicamente e culturalmente correlati (siti perispondali, depositi di
scarico o deposizioni cultuali ubicate direttamente in acqua, ecc. ); di contro
sembrerebbero significativamente inferiori i casi di depositi privi di relazioni di
giacitura primaria col corso d'acqua e presi in carico dall'alveo solo 'incidentalmente'.
Il caso della situazione 'ibrida' (3), con concentrazioni di materiali protostorici e
romani selettivamente lungo i tratti naturali e significativa assenza nei tratti di
rettifica moderni, sembrerebbe inoltre confermare l'osservazione empirica delle dínamiche
di fondo, secondo la quale gli oggetti in alveo fluviale tendono a mantenere nel tempo
localizzazioni prossime a quelle della presa in carico originale.
UN NUOVO CAMPO Dl INDAGINE: I PORTI DELL'ARABIA FELIX (B. Davídde)
I regni dell'Arabia Felix basarono la loro prosperita'
sull'agricoltura, sulla produzione e sull'esportazione dì quelle sostanze aromatiche
(incenso, mirra, cannella. cinnamomo e cassia) cosi' apprezzate nel mondo antico per le
cerimonie religiose e per la preparazione di unguenti, medicinali, spezie e profumi.
Questi regni ebbero per secoli il monopolio delle vie carovaniere, attraverso le quali i
profumi, le spezie e le pietre preziose, prodotti nelle loro terre, raggiungevano i
mercati occidentali. La via di terra, tuttavia, non era l'unica arteria di comunicazione
controllata dai regni dell'Arabia Felix: i sudarabici conducevano anche una grande
quantita' di commerci via mare tra il bacino del Mediterraneo e l'India, attestati anche
prima dell'eta' ellenistica, ma piu' frequenti nei primi secoli dell'impero romano.
I porti dei regni sudarabici erano Muza sul Mar Rosso e Aden, Moscha e Qana' sull'Oceano
Indiano. Nell'ottobre del 1996 un'equipe italiana, in collaborazione con I'Istituto di
Studi Orientali dell'accademia delle Scienze di Mosca e il CNRS di Lione, effettuera' una
serie di prospezioni archeologiche subacquee volte all'individuazione e alla
documentazione dei resti dellìantico porto dei Qana'.
La citta' di Qana', odierna Bir'ali, e' oggetto dal 1985 di campagne di scavo sistematiche
condotte da studiosi russi e francesi. Gli scavi dell'abitato (magazzini, un fortilizio,
un edificio di culto) frequentato dal I sec. a.C. al VII sec. d.C., come dimostrano le
ricche collezioni di materiali ceramici e vitrei, per lo piu' d'importazione, presentano
il porto di Qana' come uno degli scavi principali nel commercio internazionale
dell'antichita'.
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