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ARCHEONAUTICA? PERCHE' NO!
L'approccio ai velivoli della seconda guerra mondiale che giacciono sui fondali
non può prescindere dalle corrette metodiche archeologiche.
Testi e foto di Domenico Macaluso
articolo pubblicato sul numero 71
(set.-ott. 1998) della rivista ![]()
Il concetto di archeologia amplia continuamente il i suo orizzonte. La stessa archeologia subacquea, limitata allo studio dei relitti antichi, oggi tratta con lo stesso approccio scientifico vascelli arabi, normanni, medievali, arrivando a studiare velieri del secolo scorso, se non dei primi del Novecento. In quest'ottica, trattare di "archeologia aeronautica" non dovrebbe apparire azzardato. L'intuizione è stata del generale Pesce, fondatore del Museo storico dell'aeronautica, che all'argomento dedicò un libro uscito nel 1988. Lo spunto per le presenti considerazioni nasce invece dal rinvenimento, effettuato dallo scrivente, del relitto di un aereo da caccia nel tratto di mare prospiciente Ribera (Ag), a poca distanza dal campo d'aviazione (oggi scomparso) di Sciacca, avamposto sul canale di Sicilia degli aerei che operarono su Malta durante la seconda guerra mondiale.
ATTENZIONE AGLI ESPLOSIVI! - La prima cosa da fare nel caso di rinvenimento di un aereo militare italiano è la segnalazione alle autorità aeronautiche, a cui il velivolo appartiene, tant'è che nel caso di acquisto del reperto da parte di un museo o di un privato bisogna seguire un iter per l'eventuale alienazione da parte della stessa Aeronautica (per i velivoli stranieri vale il codice della navigazione). Comunque è sempre indispensabile avvertire gli organi di polizia poiché un aereo da guerra può ancora conservare ordigni pericolosi che richiedono l'intervento degli artificieri (ad esempio, la pentrite, contenuta in alcuni proiettili esplosivi vietati dalla Convenzione di Ginevra, ma che venivano usati ugualmente, non solo non si inattiva, ma nell'acqua di mare diventa sempre più instabile e più pericolosa). Infine la segnalazione va effettuata anche alla Capitaneria di porto, poiché nel caso di acque basse il relitto può essere molto rischioso per la navigazione. Se invece bisogna cercare un aereo di cui si sospetta la presenza in uno specchio di mare, gli strumenti sono quelli dell'archeologia subacquea (ecoscandaglio, telecamere a circuito chiuso, aggiungendo, dato che questi relitti sono composti da grosse masse metalliche, apparecchiatura elettroacustiche ed elettromagnetiche). Nel 1982, per la ricerca di reperti nel fondo del lago di Bracciano, l'Aeronautica è ricorsa all'ausilio di un mesoscafo, un minisommergile pilotato da Jacques Piccard.
Nel momento in cui si rinviene un relitto, si procede a segnarne e registrarne l'ubicazione sulla carta nautica e se ne memorizza la posizione con l'ausilio di un Gps (Global position system), uno strumento di notevole precisione assistito da un sistema satellitare, grazie al quale si potrà ritrovare sempre il punto memorizzato (il margine di errore è di pochi metri). Come per ogni altra testimonianza custodita dal mare, il relitto aeronautico dovrebbe essere considerato una preziosa fonte di nozioni storiche: per cui non ne dovrebbe essere asportata alcuna parte. Al contrario, in preda a una sorta di feticistica morbosità, cacciatori di souvenir finiscono spesso con il cannibalizzare il reperto. Un solo strumento alloggiato nel cruscotto, anche dopo cinquant'anni, può dire molto sulla dinamica dell'ammaraggio e sull'evento che lo ha determinato.
DALLA SCOPERTA AL RICONOSCIMENTO DEL MODELLO. Nel 1994 con i sommozzatori del Club Seccagrande avevamo localizzato un relitto aeronautico. Il velivolo si presentava privo dei piani di coda, andati persi nell' impatto con l'acqua (proprio nella coda si trova il numero di matricola); mancava quindi il pezzo più utile all'identificazione. Mancava inoltre la colanatura del motore, forse asportata dalle correnti marine, mentre l'elica, con il suo variatore di passo, giaceva isolata a circa un metro dalla fusoliera. Alcuni strumenti si erano staccati e si trovavano tra la barra di comando e la pedaliera. Provvedemmo a recuperarli anche perché l'aereo era già divenuto meta di "turisti".
Alla fase ispettiva e ricognitiva, seguiva quella della tipizzazione del reperto, effettuata mediante ricerca bibliografica. Le foto subacquee vennero confrontate con gli schemi dei velivoli della seconda guerra mondiale, in quanto il nostro aereo era un monomotore in linea (non stellare), rivestito in alluminio: un monoplano ad ala bassa (nel primo conflitto mondiale, i velivoli erano soprattutto bi o triplani, con motore radiale e rivestimento delle superfici portanti in tela; nel secondo conflitto, accanto ai motori radiali, comparvero quelli in linea). Di notevole ausilio si rivelò uno degli strumenti recuperati, su cui si leggeva ancora bene "Società Aeronautica italiana ing. Ambrosini". Essendo la dicitura in italiano il campo di ricerca si restringeva a pochi aerei monoplani in linea in dotazione alle forze dell'Asse, per cui, grazie anche ad altri particolari, si arrivò alla certezza di trovarsi di fronte un Aermacchi MC 202 "Folgore".
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| Sui fondali del mare prospiciente Ribera (Ag) affiora il relitto del caccia Aermacchi MC202 "Folgore", rinvenuto dai sommozzatori del Club Seccagrande. Si vede il particolare di una delle due mitragliatrici "Breda-Safat" da 12,7 mm |
UN FONDAMENTALE CONTRIBUTO DALLE RICERCHE D'ARCHIVIO. Chi ama la storia può comprendere come il passo successivo sia la ricerca dell'evento che ha portato l'aereo a inabissarsi e la sorte del pilota. Le fonti bibliografiche sono rappresentate da libri di storia, rapporti di missione stesi dai piloti al rientro da ogni azione e conservati presso l'Ufficio storico dell'Aeronautica a Roma, diari storici dei reperti e persino da testimonianze di ex piloti. Per meglio studiare il velivolo mi recai al Museo storico dell'Aeronautica a Vigna di Valle (Bracciano), dove è conservato un Aermacchi MC 202 (un altro lo si può ammirare al National Air and Space Museum di Washington). In questa fase, fu preziosa la collaborazione dell'ingegner Longoni (Gavs Lombardia), già responsabile del settore storico dell'Aermacchi, del maggiore Anzellotti (direttore del Museo storico dell'Aeronautica) e del signor Malizia (veterano della II G.M. e storico), che mi inviarono notizie particolareggiate sul Macchi, sul suo armamento, foto del cruscotto e spaccati che ne mostravano ogni singolo componente. Ma soprattutto ebbi modo di conoscere un eccezionale pilota, la medaglia d'oro Luigi Gorrini che con il suo "Folgore" aveva conseguito numerose vittorie.
Il nostro velivolo sommerso, senza cofanatura, esibiva lungo il decorso della fusoliera due mitragliatrici Breda-SAFAT da 12,7 mm, in ottimo stato di conservazione e ancora minacciose. L'elica tripale a passo variabile mostrava l'unico indizio, un numero di matricola e di serie inciso su ognuna delle tre pale. il dato, invero poco attendibile poiché l'elica è un componente soggetto a sostituzioni, riportando "II SERIE", faceva pensare a una delle prime forniture di MC 202 (vi furono 15 lotti di produzione, detti Serie, per un totale di circa 1500 aerei) assegnati al 4' Stormo. Purtroppo i diari storici del 4' Stormo andarono perduti nel 1943, quando il velivolo italiano che li trasportava durante l'evacuazione del Nordafrica fu abbattuto dalla mitragliera di un sommergibile che lo sorprese in volo a bassa quota sul canale di Sicilia.
FORSE E' STATO INDIVIDUATO IL PILOTA. Nella ricostruzione storica della battaglia di Malta, dove va inquadrato l'evento che portò all'abbattimento del nostro aereo, le uniche azioni riportate nei testi sia italiani che inglesi, relative a Macchi caduti nel mare di Ribera, sono due: una collisione in volo tra due "Folgore" (uno risultò disperso) e un'azione di scorta a bombardieri diretti a Malta il 29 aprile '42, dove il comandante dei caccia, l'allora capitano Aldo Gon, colpito dalla contraerea, col suo Macchi danneggiato all'impianto di alimentazione, riusciva a ricondurre alla base di Sciacca i suoi piloti, ma era costretto a un atterraggio fuori campo. L'ufficiale, che nell'incidente aveva riportato gravi ferite, divenne in seguito generale di squadra aerea, una delle più alte cariche dell'Aeronautica, ma era scomparso soltanto qualche mese prima del nostro ritrovamento del caccia sott'acqua. Il figlio, emozionato alla notizia della nostra scoperta, mi confermò l'azione del 29 aprile e mi inviò una foto del generale, una sua biografia e le fotocopie del libretto di volo del 1942, dove però si parlava di atterraggio fuori campo e non di ammaraggio. Il relitto giace a pochi metri dalla riva e ciò perché spesso era proprio sulla battigia che si atterrava in emergenza.
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| Strumenti recuperati dall'Aermacchi MC202 rinvenuto sui fondali di Ribera: contacolpi per mitragliatrice e leva di sblocco del carrello |
Il carrello del relitto retratto e le pale dell'elica storte, ma non abrase, confermano un ammaraggio pianificato. Un altro dato interessante arriva dallo strumento "Ambrosini" recuperato e risultato essere uno dei due contacolpi delle mitragliatrici, trovato bloccato in posizione di massima carica: il pilota non aveva dunque sparato (Gon nell'azione su Malta non si scontrò con gli "Spitfire" inglesi ma venne colpito dalla contraerea senza aver sparato). Risolutiva per confermare l'identificazione sarà, comunque, l'analisi del relitto dopo il recupero.
IN TUTTO UNA PROCEDURA ARCHEOLOGICA. Il restauro di un reperto aeronautico è complesso e delicato; un aeroplano è composto da diversi elementi metallici come l'alluminio (strutture portanti, cofanature, elica), il piombo, lo stagno, il rame e lo zinco (accumulatori, apparecchi radio, strumenti di bordo), acciaio (armi), ottone (munizioni, strumenti), materiali che sono più o meno sensibili all'azione clettrochimica dei sali disciolti nell'acqua di mare. Ma non sono soltanto i sali a determinare il danno ai metalli, poiché una forte azione corrosiva è operata anche dall'ossigeno, che troviamo disciolto nell'acqua in una percentuale inversamente proporzionale alla profondità: un relitto profondo si conserva meglio. Dannosissima dopo il recupero è l'azione dei cloruri, che all'aria cristallizzano e divengono potenti agenti corrosivi. Anche i resti di verniciatura sono importanti e vanno conservati, essendo utili all'identificazione: la colorazione mimetica degli aerei, era di svariati tipi a seconda del reparto e del teatro delle operazioni belliche.
Il velivolo restaurato, testimone quasi sempre di un evento drammatico, legato a una vicenda storica, andrà reso fruibile al pubblico secondo corretti criteri espositiví e modemi concetti di muscologia. Nel nostro caso, in attesa del recupero del relitto, l'elica del Macchi prelevata e restaurata con l'autorizzazione dell'Aeronautica militare, provvisoriamente fa parte di un monumento realizzato all'interno del Municipio di Ribera, che l'amministrazione comunale ha voluto dedicare ai giovani piloti caduti nei cieli della Sicilia.
Nel presente articolo lo scrivente ha seguito volutamente un percorso logico collegato alle fasi tipiche della procedura archeologica: ricerca strumentale, prospezione, rilevamento e mappatura, segnalazione, inquadramento storico, recupero, restauro ed esposizione. E allora, si può parlare o no di "archeologia aeronautica"?
Domenico Macaluso (Ispettore onorario Assessorato Beni CulturaliRegione Siciliana)
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Fu il caccia più importante della Regia aeronautica
italiana, sia per il largo impiego che per l'affidabilità. Chiamato dagli inglesi
"Long Nose" era veloce (600 Km/h a 5500 m) e maneggevole; aveva però il limite
di uno scarso armamento: 2 mitragliatrici Breda-SAFAT da 12,7 mm sulla fusoliera,
sincrronizzate per sparare attraverso l'elica, a cui, negli utlimi esemplarri, ne furono
aggiunte altre due da 7,7 mm, sulle ali. Una curiosità: a detta degli alleati il miglior
caccia del conflitto fu italiano. il Reggiane Re 2005 "Sagittario"; fecero
perrò in tempo a produrne solo 29 Pino Perla |
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