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RITORNANDO SULLA NAVE DI SCIACCA
La scoperta di documenti notarili offre un indizio per l'identificazione
del relitto cinquecentesco rinvenuto nelle acque siciliane
Testo di Gianfranco Purpura - Foto di Alessandro Purpura
articolo pubblicato sul numero 73
(gen.-feb. 1999) della rivista ![]()
La possibilita' di risalire da un rinvenimento archeologico subacqueo a un dato documentale di riscontro è certamente rara: di solito i relitti di epoche a noi prossime si rintracciano o per puro caso o sulla base di un'indicazione documentale che sollecita le ricerche. La possibilità invece di illustrare un giacimento archeologico subacqueo, con documenti successivamente rintracciati, che diano un senso ai reperti, appare fuori dell'ordinario. Un caso fuori del comune, dunque, quello del refitto cinquecentesco di Sciacca (vedi: AV, n. 64), dal quale provengono cannoni francesi di bronzo, con stemmi reali di Francesco I e iscrizioni, di cui forse si è trovato un riscontro documentale.
SIAMO DI FRONTE A UN NAUFRAGIO. La vicenda del ritrovamento dei resti di una nave, naufragata a circa ottanta metri dalla riva in soli cinque metri d'acqua a Sciacca, località Coda di Volpe, sulla costa agrigentina, ha inizio con l'isolato recupero di due cannoni di bronzo da parte del locale Circolo subacqueo Hippocampus. Si pensava a reperti gettati in mare da un'imbarcazione in transito o dalla terraferma, dall'alto dell'incombente capo delle Terme, e non invece all'esistenza di un giacimento unitario. La zona infatti, in prossimità dell'antico caricatore per il grano, risultava sicuramente coinvolta in antiche vicende belliche e marine. Ma il successivo rinvenimento e recupero di altri tre affusti lunghi oltre tre metri, uno tortile come una colonna, vistosamente dorati e decorati con stemmi e iscrizioni, di palle di vario calibro, di cunei da mascolo, di chiodi e lamine plumbee di copertura evidentemente di uno scafo, indicava con certezza che il sito nascondeva qualcosa di ben più importante di singoli reperti sporadici: ovvero i resti di un'imbarcazione della metà del Cinquecento con a bordo cannoni francesi marcati da gjgli, da una grande F, da uno stemma raffigurante una salamandra, "impresa d'anima" di Francesco I. La conferma è venuta, infine, dal rinvenimento di tre parti distinte di uno scafo sicuramente coevo ai cannoni.
FRANCESI ALLEATI DEI TURCHI. Nel 1553 la flotta ottomana, assieme a galere francesi e barbaresche aveva attaccato la Sicilia. Nonostante la morte di Francesco I avvenuta nel 1547, il figlio Enrico il aveva infatti mantenuto fede all'"empia alleanza" con i Turchi per combattere la Spagna cristiana. Licata fu data alle fiamme radicalmente, tanto che nell'ultimo quarto del XVI secolo l'ingegnere fiorentino Camillo Camilliani, che percorreva le marine dell'isola per fortificarle, lamentava "ancora allora le miserie di sì acerbo caso"; Sciacca, invece, costrinse gli incursori a reimbarcarsi. Era dunque possibile ipotizzare che i resti subacquei di località Coda di Volpe si ríferissero a un episodio di quegli anni tanto tormentati.
UN NAUFRAGIO E GLI ATTI DEL NOTAIO. Una serie di documenti, rintracciati da Raimondo Lentini a Sciacca e a Palermo, se consente di passare dal dato archeologico al riscontro documentale, è però ben lungi, come molto spesso accade, dal chiarire definitivamente la vicenda e anzi suscita numerosi interrogativi, facendoci percepire con crudezza la lontananza del passato, la complessità delle "microstorie", l'incolmabile iato, nonostante tutti i nostri sforzi, tra archeologia e storia.
Il 27 aprile 1575 i soci Nicola De Fresco e Giovan Battista De Giustiniano ribadiscono la procura conferita a don Carlo De Gerbino per recuperare un credito di quattrocento onze concesso a Noto e vantato nei confronti di Giovanni De Vincenzo di Bar-tolo, capitano di Ragusa della nave "Santa Maria del Bissone", facendo riferimento a un documento di credito di Noto agli atti del notaio Giacobo De Rinaldo e agli atti, ritrovati, del notaio Giuseppe Conti di Palermo, mediante i quali circa un anno prima, il 7 marzo 1574, era stata conferita la procura al medesimo Carlo De Gerbino. La nave in questione era naufragata nella spiaggia del caricatore di Sciacca e dal relitto erano state recuperare numerose attrezzature. inoltre il capitano aveva stilato una relazione e un inventario purtroppo mai pervenutici. I beni recuperati erano evidentemente da assoggettare a sequestro per il soddisfacimento del credito.
L'origine della nave potrebbe essere stata francese, facendo riferimento il nome di "Santa Maria del Bissone", al noto centro manifatturiero di tappezzeria di Aubusson in Francia. I pregevoli pezzi di artiglieria, che già in antico sarebbero stati dunque oggetto di recupero, facevano parte dell'armamento o di un carico di commercio, come gli altri ritrovati sembrano lasciar supporre? E infine, quasi a confonderci definitivamente, v'è una curiosa omonimia tra uno dei creditori, Giovan Battista De Giustiniano, e un personaggio di origini genovesi che è indicato come il realizzatore nel 1615 di un passaggio, attraverso la rupe bianca di Cammordino adiacente alla cittadina e vicino alla zona del relitto, per il transito delle sue pecore.
MAGNIFICI PEZZI IN ATTESA. E' evidente a questo punto che un attento studio delle vicende delle famiglie stanziate nella zona, dei dati documentali, ma soprattutto un rilievo e scavo del sito effettuato da chi è in grado di collegare storia e archeologia, potrà fornire risultati importanti per la città di Sciacca, ove sarebbe opportuno continuare a custodire tutti i reperti finora ritrovati, abbandonando l'infelice progetto di trasferirli a Porto Empedocle, nonché restaurare al più presto - a quasi due anni dal recupero - ed esibire al pubblico i magnifici pezzi recuperati.
Gianfranco Purpura (Università di Palermo)
Vedi anche il precente articolo sul
ritrovamento dei cannoni
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