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BAIA IN MOSTRA

di Enrico Felici

Nessun golfo risplende più dell'amena Baia (Orazio, Epistole)

Articolo pubblicato sul numero 8 (mag/ago 1997) della rivista

Apre i battenti nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei - Castello di Baia (Napoli), la mostra permanente II Ninfeo sommerso di Punta Epitaffio, che costituisce di fatto un notevole ampliamento dell'esposizione museale. Si tratta di un avvenimento di particolare rilievo. Con esso sono stati centrati diversi importanti obiettivi: non solo infatti vengono esposti in maniera organica e coerente i risultati di uno scavo archeologico subacqueo tra i più importanti mai realizzati in Italia, ma si pone 1'attenzione sulla grande potenzialità archeologica dell'area a cui questo ritrovamento appartiene. A ciò si aggiunga la riqualificazione, dopo anni di abbandono, del Castello di Baia, bene di grande valenza storica e architettonica che è divenuto il museo dell'area flegrea.

L'area archeologica dei Campi Flegrei

I Campi Flegrei rappresentano una delle più cospicue ed estese aree archeologiche sommerse sinora note in Italia. Di essa facevano parte impianti urbani, complessi edilizi residenziali, impianti termali, porti, peschiere, dislocati tra le località contigue di Puteoli, Baiae, Bauli, Misenum e Nisida. La maggior parte di tutto questo è stato sommerso in età tardo antica a causa del bradisismo, che a fasi alterne, ha portato la terra a sommergersi e, in qualche punto, a riemergere (come attestano le caratteristiche colonne del Macellum di Pozzuoli, dal fusto intaccato dai litodomi marini, ma oggi all'asciutto). In questa zona il piano antico giace oggi fino a circa 8-10 metri di profondità.

Il bradisismo e la conseguente sommersione hanno costituito eventi certamente traumatici per la vita, hanno però rappresentato per i resti archeologici il traghetto verso i giorni nostri. Si potrebbe pensare che un simile patrimonio sia protetto, oltre che dall'acqua, da severe regolamentazioni d'uso dell'area.

Invece, paradossalmente, la zona non è affatto libera dall'incidenza delle attività umane moderne: solo in tempi recentissimi gli sforzi della Soprintendenza hanno ottenuto una moratoria dell'imbarco della pozzolana, che è continuato per anni arrecando, col transito di navi, danni irreparabili. La Soprintendenza sta da tempo lavorando all'ipotesi di una protezione integrale dell'area con lo strumento del parco archeologico, una strada difficile che pere potrebbe rappresentare la salvezza per il patrimonio sommerso dei Campi Flegrei.

II Ninfeo faceva parte del complesso di Baia, che, ancora in parte visibile a terra, si estende sul fondale per circa 400 metri a partire dalla Punta Epitaffio e che è ancora in gran parte sconosciuto, ma sul quale le ricerche più recenti sono riuscite a gettare nuova luce, delineando una pianta dei resti. In età antica, la parte più interna del golfo era occupata da un lago, collegato al mare con un canale. Tutt'intorno al lago si trovavano edifici residenziali che, come dimostrano la complessità edilizia e la ricchezza architettonica e decorativa, avevano caratteristiche di alto pregio. Oltre al ninfeo, si trovano nell'area la villa appartenuta alla famiglia dei Pisoni (vi è stata rinvenuta una conduttura acquaria marchiata L. Pi.sorli), un grande complesso termale annesso ai resti di una villa, nonché peschiere e moli d'attracco.

La parte degli edifici più avanzata verso il mare era difesa, e forse sostruita, con pilae in cementizio, la soluzione ingegneristica quasi emblematica dell'area tlegrea adottata, fra 1'altro, per il notissimo molo di Pozzuoli, e di cui recentemente sono state individuati e analizzati esempi (quanto rimaneva dopo dissennate ricoperture moderne) a Nisida e Miseno. Le caratteristiche degli edifici baiani non rimandano tanto ad un centro urbano in senso stretto, quanto invece ad un lussuoso "quartiere" residenziale, che, in successive acquisizioni e trasformazioni di nuclei edilizi appartenuti alle classi alte di età repubblicana, assunse un assetto definitivo in età imperiale.

II Ninfeo di Punta Epitaffio

Dopo una lunga serie di rinvenimenti occasionali, effettuati per lo più nel corso di dragaggi nell'area portuale, che portarono tra 1'altro al recupero di varie decine di sculture confiluite nelle collezioni del museo nazionale di Napoli, nella storia delle scoperte ambientate nel mare di Baia il ninfeo di Punta Epitaffio viene per la prima volta in evidenza nel 1959).

In quell'anno, Nino Lamboglia e Amedeo Maiuri avevano infatti avviato un lungimirante quanto ambizioso programma di esplorazione sottomarina che purtroppo fu presto interrotta dalla mancanza di mezzi e da ostacoli burocratici. Dieci anni più tardi pero, presso Punta Epitaffio, furono rinvenute due statue, sfigurate dai litodomi marini nelle parti superiori, proprio dove avevano avuto luogo le ricerche del Lamboglia. Scoperte da forti mareggiate, esse erano ancora in piedi nella collocazione originaria, nell'abside di un grande edificio rettangolare di cui si intravedevano appena i contorni superiori affioranti dal fondo marino. Recuperate con uno scavo di fortuna, si riconobbero in esse due dei protagonisti della celebre scena omerica (Odissea, libro IX) dell'inebriamento di Polifemo da parte di Ulisse e compagni. Da un lato dell'abside era infatti collocata la statua di Ulisse che porge la coppa piena di vino al ciclope, dall'altro quella di un suo compagno di avventura raffigurato nell'atto di versare altro vino da un otre. All' interno delle due statue erano alloggiati condotti di piombo che portavano acqua alla coppa di Ulisse e all'otre del compagno: proprio la presenza di queste acque zampillanti, oltre all'inequivocabile veste architettonica dell'intero complesso, caratterizzavano i'ambiente che le ospitava come un ninfeo. Le statue, nonostante abbiano i volti devastati dai litodomi (solo la testa sporgeva dalla sabbia), mostrano una fattura assai pregevole. Dal punto di vista stilistico sono da ricondurre a prototipi ellenistici della prima metà del II sec. a.C.

Al completamento della scena mancava dunque soltanto Polifemo, che la posizione delle due statue induceva a cercare al centro dell'abside. E' così che, dodici anni più tardi, nel biennio 19811982, si giunse ad effettuare uno scavo sottomarino sistematico, diretto archeologicamente da P. A. Gianfrotta, insieme a B. Andreae e al gruppo del Centro Studi Sub di Napoli composto da A. Di Stefano, A. Caròla, M. Carotenuto e M. Rosiello. Posto quasi a contatto con la base rocciosa di Punta Epitaffio, con profondità massima interna di poco superiore a sette metri, il ninfeo è costituito da un grande ambiente rettangolare absidato (circa m 18X9). Le pareti lunghe sono articolate in quattro nicchie rettangolari ciascuna, intervallate da lesene, precedute da due altre aperture analoghe che fungevano da ingressi laterali. Tutt'intorno alle pareti corre uno stretto canale ancora in parte rivestito da lastre di marmo bianco mentre all'interno del piano centrale è ricavata una grande vasca rettangolare.

Lo scavo vero e proprio è stato effettuato asportando materiali e sabbia per mezzo di sorbone di varia grandezza, a seconda delle esigenze, e da lance ad acqua per rimuovere i depositi più duri e compatti.

Fu così messa in luce tutta l'area del ninfeo, chiarendone la planimetria e la funzione di ameno soggiorno estivo, tra penombre e giochi d'acqua, indicata anche dal rivestimento di due pregevoli spalliere marmoree di letti-divano (klinai), eccezzionalmente lasciate al loro posto sui due lati della piattaforma centrale, collocate simmetricamente quasi all'altezza degli ingressi laterali.

Nel corso dello scavo, nell'asportare un massiccio riempimento di materiali di scarico per lo più costituiti da detriti edilizi (calcinacci, intonaci stucchi, pezzi di pavimenti a mosaico, mattoni, tegole, marmi di numerose qualità, tarsie marmoree, laterizi cilindrici per .su.snen,scrrae, chiodi di bronzo ecc.) e residui domestici (anfore, ceramiche da mensa, vetri, ossa di animali commestibili, ecc.), con i quali fu volutamente colmato il ninfeo all'epoca del suo abbandono, sono state scoperte ben cinque statue, quattro delle quali erano state sicuramente collocate nelle nicchie laterali.

Di particolare importanza, infine, la presenza sul fondo del bacino centrale di un consistente strato di limo argilloso e sabbia, pieno di gusci e di altri resti intatti di molluschi di mare (soprattutto ricci), che vi si erano ambientati, subito al di sotto del grande riempimento che ha colmato tutto il ninfeo. Su questo strato poggiavano alcune anfore, piatti, brocche ed altre ceramiche, conservatesi eccezionalmente integre, malgrado vi fossero state certamente gettate da almeno un metro e mezzo più alto (cioè dal piano della piattaforma). Segno evidente di vita marina instauratasi nell'ambiente - fu quindi la presenza dell'acqua ad attutire l'impatto delle anfore gettate - e poi bruscamente interrotta dalla massiccia colmatura di detriti.

Lo confermano pienamente altre tracce riscontrate nei canali laterali dove, sulle lastre marmoree del fondo e delle pareti, restavano in più punti le impronte dei molluschi marini che vi aderivano, oltre ai gusci a chiocciola di intere colonie di piccoli molluschi rimasti sepolti sotto la colmata di riempimento. Alcune delle statue, infine, ma in particolare quella di Antonia, mostrano segni più o meno evidenti di corrosione per il prolungato strofinio dell'acqua marina all'altezza dei piedi, prodottasi quando ancora erano in posizione verticale nelle nicchie. La stessa assenza di scheggiature notevoli su tutte le statue, rinvenute in varie posizioni all'interno dello strato di colmatura, sembra appunto indicare che la loro caduta sia stata attutita dalla presenza dell'acqua.

La prima ad essere rinvenuta in prossimità della prima nicchia del lato est raffigurava, in grandezza naturale, Dioniso adolescente. Sempre sullo stesso lato, davanti alla seconda nicchia, si è trovata una statua-ritratto di bambina con ricca acconciatura dei capelli, la cui fisionomia ne denuncia la sicura appartenenza alla famiglia giulioclaudia. La statua è riconducibile ad un tipo noto da repliche e rielaborazioni del I secolo d. C. con chiara connotazione funeraria, come anche rivela la crisalide di farfalla che spicca il volo dalla manina destra, trasparente simbologia dell'anima fuggente. Si trattava probabilmente di una delle figlie di Claudio morta in età infantile. Poco più oltre poi, ai piedi della quarta nicchia del medesimo lato, giaceva in pezzi un'altra statua di Dioniso giovane. Nuovamente il dio del vino, quindi, in inequivocabile connessione con la scena dell'inebriamento di Polifemo.

Dall'altro lato fu invece scoperta sdraiata a faccia , in giù accanto alla parete un altra statua-ritratto, con prezioso diadema traforato, nella quale si è riconosciuta l'immagine di Antonia minore, figlia di Marco Antonio il triumviro e madre dell'imperatore Claudio. E' rappresentata nelle sembianze di Venere genitrice con piccolo Eros alato, dalla quale si vantava discendere la gens giulio-claudia. La presenza di membri della famiglia imperiale tra le statue che decoravano il ninfeo rivela la sua appartenenza al grande complesso del palazzo imperiale di Baia. Un'altra statua infine, ridotta però ad un grosso frammento del torso di una figura virile in posa eroica, fu trovata all'interno della vasca centrale, dove era stata gettata insieme al1'ammasso di detriti. E' possibile che fosse Druso, marito di Antonia e padre di Claudio.

Questo gruppo di statue costituiva dunque una sorta di "galleria" di ritratti dinastici della gens giulio-claudia, posta in collegamento ideale con il gruppo di Ulisse per mezzo delle due statue di Dioniso. In un ambiente destinato al convivio familiare, a cui presiedevano idealmente le nnagine.s degli antenati, ben si inquadra la presenza del simulacro di Dioniso/vino, il cui potere culturale di civilizzazione trovava trasparente figurazione nell'affermazione di Odisseo sul primordiale Ciclope nell'abside.

Sia l'abside che le nicchie si trovano su piani di poco più elevati rispetto al resto della sala e in esse erano disposte in origine le statue. A1 centro della parete opposta all'abside è un grande arco in laterizio rosso (tegole), anch'esso chiuso con rozza muratura di pietrame nella fase di abbandono. Lungo le pareti maggiori e la fronte dell'abside corre un canale (largo circa un metro e profondo cm 90), anche esso completamente rivestito di lastre di marmo bianco, con alle due estremità due coppie di fori sia per la fuoriuscita dell'acqua oltre il livello massimo, sia per lo svuotamento. All'interno del piano centrale è invece ricavata un'ampia vasca rettangolare che, originariamente, si inoltrava al di là del grande arco.

I muri, di opera reticolata di tufo flegreo, divenuto da giallo a grigio per effetto della prolungata permanenza in acqua marina (nell'abside, nelle nicchie e nella piattaforma centrale) e di laterizio rosso (tutta la zona d'ingresso ed i raccordi tra 1'abside ed i muri laterali) erano rivestiti di lastre di marmo bianco, come pure era stata pavimentata con spessi lastroni di marmo bianco la piattaforma centrale.

La collocazione delle lastre marmoree sulle pareti laterali e sulle lesene Ulisse che dividono le nicchie è stata rivelata dalle impronte di allettamento rimaste, molto spesso, nella calce che le fissava ai muri. In vari punti poi, al di sotto della calce, sono comparsi gli scarsi resti di un precedente rivestimento di mosaico parietale a piccole tessere multicolori di pasta vitrea (azzurre, verdi, celesti, gialle, grigie, rosse, nere) che, alternate a conchiglie, decoravano le pareti del ninfeo in epoca anteriore all'applicazione del rivestimento marmoreo, probabilmente già nella fase originaria che si può ricondurre ai primi anni del I sec. d.C.

Questo tipo di decorazione a mosaico multicolore e conchiglie è frequente nei ninfei, come pure è caratteristico di tali ambienti costruiti a somiglianza delle grotte naturali, il ricorso a rivestimenti di cosiddetta "finta roccia" ottenuti ricoprendo le pareti con pezzi di formazioni calcaree naturali. Nel ninfeo di Punta Epitaffio la "finta roccia" fodera 1'interno ed il fondo dell'esedra che, con chiaro sforzo di ricostruzione ambientale della grotta del ciclope, si presenta artificialmente scoscesa e articolata su vari livelli, con le statue di Ulisse e del compagno con 1'otre in basso, mentre quella di Polifemo era disposta più in alto al culmine della scena. Anche 1'interno delle nicchie laterali e del grande passaggio di ingresso, ad iniziare dall'arco di laterizio, erano foderati di "finta roccia".

Prima del suo definitivo abbandono in età tardoantica, il ninfeo fu frettolosamente spogliato di quei materiali da costruzione (soprattutto marmi e tubature di piombo) facilmente riutilizzabili altrove. E' sfuggita all'asportazione sistematica una lesena scanalata con parte del capitello corinzieggiante "a foglie d'acqua", databile verso 1'inizio del IV sec. d.C., rimasta ancora al suo posto nell'angolo nord-ovest. In vari punti dell'ambiente si sono trovati gruppi di materiale scartati, per lo più cornicette marmoree e pezzi di lastre evidentemente spezzatisi durante il distacco dai muri. In attesa dello studio completo di tutti i materiali recuperati, si può appena accennare ai numerosi pezzi di intarsi marmorei (opu.s ,sectile) che, con brillanti colorazioni (quelle del giallo antico dei porfidi rosso e verde, del rosso antico, di varie qualità di bianco, ecc.) e varie raffigurazioni (figurine alate, profili umani, zampe di animali ecc.) sono stati in genere rinvenuti lungo le pareti laterali del ninfeo: circostanza che autorizzerebbe l'ipotesi dell'esistenza di una fascia di decorazione settile al di sopra delle nicchie, venuta via via staccandosi durante l'abbandono

In seguito, per breve tempo, continuò qualche forma di vita negli ambienti adiacenti, di poco più elevati del ninfeo e quindi non ancora raggiunti dall'acqua marina. Con il progredire inesorabile del bradisismo tutta la zona fu invasa dal mare con l'abbandono totale dell'edificio.

Dopo di allora, forse ad un breve periodo di parziale regressione, potrebbe risalire la triste frequentazione, indicata da alcune sepolture collocate a livello superficiale. Da una di esse proviene forse una moneta d'oro di Giustiniano, trovato nel 1969 nei pressi della statua del compagno di Ulisse, mentre un'altra, relativa ad un bambino di cinque o sei anni, deposto all'interno di un'anfora cilindrica tardo-antica, è stata trovata all'apice della curvatura absidale, proprio dove una volta aveva alloggiato la statua di Polifemo, evidentemente già rimossa quando vi fu deposta la sepoltura.

Il cornplesso statuario è allestito nella sala superiore della Torre Tenaglia, nel Castello aragonese. Per offirire la migliore comprensione dell'ambiente originario del ninfeo è stato studiato uno spazio rettangolare ( I 2x6 metri), poggiante su una pedana leggermente rialzata e terminante in un abside. Delle nervature metalliche spiccate dalle pareti suggeriscono la probabile copertura a volta del ninfeo. Sulle due pareti laterali sono state realizzate delle nicchie che ospitano le statue della gens Claudia. Gli intervalli tra le nicchie sono ricostruiti secondo 1'originale, con inserti di membrature architettoniche rinvenute durante lo scavo. Al centro dell'ambiente un vetro azzurrato adeguatamente illuminato restituisce la suggestione del1'acqua nella vasca centrale del ninfeo.

 

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