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CHI L'HA VISTA?

di Paul Arthur e Rita Auriemma
Articolo pubblicato sul numero 7 (gen-apr
1997) della rivista 
Identikit di un "nuovo" tipo di anfore ancora poco noto, per rispondere all'appello lanciato da due ricercatori che operano presso l'Università di Lecce.
L'analisi della ceramica restituita dagli scavi che l'Università di Lecce e la British School di Roma hanno condotto negli ultimi decenni a Otranto e, dal 1991, nel villaggio medievale abbandonato di Quattro Macine (a otto chilometri da Otranto) ha recentemente permesso di idenrificare, in contesti datati dal X al XIII sec.d.C., anfore di evidente produzione locale, salentina o comunque della Puglia meridionale. L'elaborazione della Carta Archeologica Subacquea del Salento (vd. L'archeologo subacqueo, I, 3), nell'ambito del programma di ricerca di una delle Unità Operative del Progetto Strategico CNR - Università di Lecce 251100, ha permesso di identificare, nel novero dei rinvenimenti subacquei in vari punti della costa salentina, queste produzioni anforarie di età medievale.
L'intento di questa nota è di richiamare l'attenzione su questi tipi apuli, in modo da integrare il quadro della distribuzione e precisare peso e ruolo di questi contenitori nel commercio bizantino e medievale.
I tipi appartengono chiaramente alla tradizione bizantina; ne sono state fino ad oggi preliminarmente distinte due varianti principali, entrambe caratterizzate da un corpo costolato, che termina in un fondo arrotondato o quasi piano; da un collo breve con orlo verticale o lievemente estroflesso, spesso incavato, da anse massicce (in una variante sormontanti 1'orlo). Le spalle recano spesso una o più linee ondulate incise.
L'impasto più diffuso, allo stato attuale della documentazione, è piuttosto depurato, rosaceo, con piccoli inclusi calcarei, occasionalmente fossiliferi, e rossicci, analogo a quello di produzioni locali di età romana, come le cosiddette anfore di Brindisi (prodotte in realtà -come indicano scoperte recenti - anche nella provincia di Lecce).
La capacità delle anfore si aggira attorno a 11-12 litri; per quanto riguarda il contenuto, tracce su alcuni esemplari di rivestimento resinoso, e anche la forma, suggeriscono il vino.
Le attestazioni più antiche provengono da contesti otrantini, dove l'associazione con altro materiale fittile non permette di scendere oltre il X secolo, almeno per 1'affermazione di uno dei tipi. Gli esempi più tardi sono stati rinvenuti, nel riempimento di una fossa del villaggio di Quattro Macine, insieme a monete degli stati franchi di Grecia, battute nel tardo XIII secolo. La variante 1 sembra essere la più antica.
Il quadro della distribuzione, attualmente, è particolarmente denso di evidenze nell' area urbana e suburbana di Otranto: nei villaggi medievali di Quattro Macine e di Anfiano, nei siti monastici di S. Giovanni Malcantone e Le Centoporte. Numerosi sono i recuperi subacquei di questi contenitori. Se ne conoscono esemplari provenienti da S. Cataldo (porto di Lecce), dalla costa di Torre Veneri e dalle acque di S. Foca, sito che ha restituito altri frammenti da contesti di terra (è significativo il nesso con S., Foca, originario di Sinope e patrono, nel Mar Nero e nel bacino orientale del Mediterraneo, dei mercanti).
Un esemplare, pertinente probabilmente al relitto di Canale Pigonati, proviene dal porto di Brindisi; esami al C 14, eseguiti dall' Isitituto di Geocronologia del C.N.R. di Roma su frammenti del fasciame, hanno indicato un arco cronologico compreso tra il 1100 e il 1300 d.C., che corrisponde ad un periodo particolarmente vivace nella storia del porto.
Nel relitto di Torre S. Gennaro erano presenti un'anfora del tipo 2 della serie di Otranto e alcuni esemplari di produzione peloponnesiaca, databili alla I metà del XIV secolo. Un altro giacimento doveva trovarsi - prima di uno sconsiderato e completo saccheggio - nell'insenatura della Fraula, immediatamente a sud di Porto Badisco: qui, a 35 metri di profondità, sono state trafugate a più riprese anfore assimilabili al tipo 2; 1'unico esemplare esaminato presenta le peculiarità della produzione "otrantina".
Ulteriori evidenze vengono dalle insenature di Torre Guaceto, di Torre Veneri, di Torré dell' Orso, di Torre S. Stefano e di Porto Badisco. Lungo la costa ugentina, probabilmente in prossimità di Racale, fu recuperato un esemplare privo di collo; un presunto carico di anfore "bizantine" è stato inoltre segnalato nelle acque di Porto Cesareo, da dove proviene anche un esemplare del tipo 2. Infine, un'altra anfora è stata recuperata nelle acque di Barletta.
I rinvenimenti subacquei, ovviamente, confermano che questi contenitori erano destinati all'esportazione. Almeno un esemplare sembra provenire da contesti di scavo veneziano (S. Lorenzo di Castello): è un particolare degno di nota, soprattutto in relazione ad un'intesa commerciale del 1104 tra Venezia e Otranto, secondo la quale i mercanti della Serenissima avrebbero imbarcato prodotti idruntini per portarli ad Antiochia in Siria. Il problema è che non sono stati rinvenuti oltremare esemplari di questa produzione, sebbene alcuni casi - per i quali è necessario un esame delle argille - siano particolarmente "sospetti": ricordiamo quelli da Sibenik in Croazia, da Durres (Durazzo) in Albania, e dalle acque di Marsiglia.
In ogni caso, considerata la notevole incidenza nei contesti dell' area di Otranto di ceramiche graffite orientali, in particolar modo di produzione corinzia o comunque egea, e di anfore anche dell'area pontica (XI-XIII secolo), ma anche l'esportazione di protomaiolica "brindisina" dalla Puglia meridionale alla Grecia e persino al Vicino Oriente (XIII secolo), crediamo che 1' individuazione di queste produzioni anforarie, soprattutto nel bacino orientale del Mediterraneo, sia solo questione di tempo. Il relitto di Torre S. Gennaro, con il suo carico "misto" - produzioni peloponnesiache attestate a Corinto, a Mistra vicino Sparta (chiesa di Afen dikou), nel piccolo sito di Agios Stephanos (sem pre in Laconia) e in alcuni giacimenti subacquei della ex Yugoslavia, e produzioni apule - è prova di questi contatti est-ovest e di transazioni commerciali in cui, stando alle evidenze salentine, i prodotti contenuti nelle anfore in questione possono aver giocato un ruolo significativo.
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