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DOVE VA L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA?
di Massimo Becattini e Piero Pruneti
articolo pubblicato sul numero 68 (mar.-apr. 1998) della rivista ![]()
Le lezioni di archeologia subacquea e la Rassegna del cinema di ambiente mediterraneo, organizzate sull'isola di Ustica alla fine della scorsa estate da "Archeologia Viva" e Riserva naturale marina con il patrocinio del Comune di Ustica, hanno offerto l'occasione per una tavola rotonda a cui hanno preso parte due personaggi storici dell'archeologia subacquea italiana: Luigi Fozzati, attualmente direttore del Nucleo di archeologia subacquea della Soprintendenza archeologica del Veneto, e Piero Alfredo Gianfrotta, titolare della cattedra di Topografia antica e docente di Archeologia subacquea presso l'Università della Tuscia a Viterbo. Animatore del dibattito è stato Piero Pruneti, che prima di iniziare ha posto agli ospiti una condizione: rispondere alle domande senza svicolare con mezzi termini o giri di parole: Fozzati e Gianfrotta hanno coscienziosamente compiuto il loro dovere: dall'incontro è emerso un quadro spietato di quello che si doveva fare e non è stato fatto, di quello che sarebbe necessario fare e che, forse, ancora una volta... non si farà. Ma non è detto che I'Italia non impari a guarire dai suoi mali.
ESISTE DAVVERO L'ARCHEOLOGO SUBACQUEO?
Pruneti. Ricordo che una volta ebbi a definire Piero Gianfrotta "archeologo subacqueo" e lui replicò che non estisteva l'"archeologo subacqueo"; ma soltanto l'"archeologo". Ora che Gianfrotta insegna Archeologia subacquea vorrei chiedergli se è sempre del medesimo parere.
Gianfrotta. A parte il fatto che ora ci sono persino gli "archeologi umidi", secondo una definizione cara a Fozzati, per comodità di linguaggio ho finito per accettare questo modo di indicare gli archeologi che operano sott'acqua. Ma la definizione è chiaramente limitativa. Per fare un esempio, anche se a Viterbo c'è l'insegnamento di archeologia subacquea, finora non sono mai state date tesi in archeologia subacquea. Ciò può sembrare la negazione del corso: ai ragazzi viene spiegato che è meglio non etichettarsi in modo limitativo, per non sembrare di essere "solo capaci di andare sott'acqua", ma di considerarsi archeologi a tutto campo. L'acqua esercita una forte attrazione dal punto di vista sportivo. In certo qual modo è più bello lavorare sott'acqua, anche se è molto scomodo e costoso. Ma lo si capisce dopo. Quello che attrae all'inizio è la cosiddetta passione, parola ambigua e deviante, quasi più adatta a una patologia che a una funzione normale. Ho paura che il "fascino dell'archeologia subacquea", diventando di massa, stravolga i valori-guida dell'archeologia globalmente intesa.
Pruneti. Nonostante tutto, ne1 1981, hai scritto un hbro intitolato Archeologia subacquea e, di recente, sei stato l'ispiratore della rivista "L'Archeologo subacqueo" ...
Gianfrotta. Un titolo, come sai bene, dà un'idea dell'argomento trattato, ma deve essere breve e immediato. Per la rivista cercavamo un titolo che desse il senso dell'impresa, per attirare i non addetti ai lavori e non fare un giornale per quaranta persone. Alla fine il titolo "L'archeologo subacqueo" che comunque adesso condivido in pieno - è stato scelto da Giulio Volpe, un collega dell'Università di Bari che ha convinto l'Edipuglia ad aprire la testata.
E UN GIORNO VENNE LO STAS...
Pruneti. Da Luigi Fozzati vorrei un giudizio spassionato sul Servizio Tecnico per l'Archeologia Subacquea, attualmente diretto da Claudio Moccheggiani Carpano. Per chi non segue da vicino la materia, il Ministero per i beni culturali nel 1986 istituì lo Stas per sostenere la ricerca e la tutela del patrimonio sommerso sotto il profilo archeologico. Tu, che sei stato uno dei suoi piu' importanti collaboratori, ci credi ancora allo Stas?
Fozzati. Nella famosa legge 1089 del 1939, l'unica che per ora riguarda i beni culturali, non si parla, ovviamente, di archeologia subacquea, quindi manca nell'apparato normativo un'allusione diretta al patrimonio sommerso. L'interessamento del Ministero a livello ufficiale è cosa abbastanza recente. Uno degli eventi che portò ad affrontare il problema furono la scoperta e il restauro dei bronzi di Riace, nel decennio fra il 1972 e il 1981. L'istituzione dello Stas, per iniziativa dell'allora direttore generale Francesco Sisinni, è probabile che sia derivata da una decisione di tipo emotivo, oltre che da motivazioni scientifiche o tecniche. Lo Stas era nato per rispondere alle esigenze di un paese che non scopriva allora l'archeologia subacquea. Nel 1986 l'archeologia subacquea era stata "scoperta" da un pezzo, da almeno trent'anni, con il professor Nino Lamboglia e il suo Centro di archeologia sottomarina di Albenga, e con decine di subacquei che "pionieristicamente" si erano improvvisati "archeologi". L'archeologia subacquea non è nata dentro le aule universitarie; ha avuto una legittimazione abbastanza recente a livello accademico ed è stato inevitabile che il suo riconoscimento avvenisse in ritardo anche a livello ministeriale. Il Servizio tecnico per l'archeologia subacquea doveva segnare un maggiore impegno del Ministero stesso. Ora, da parte mia, non ho remore ad affermare che per chi lavora nelle soprintendenze gli effetti dell'esistenza dello Stas sono stati transitori. La transitorietà sta nel fatto che lo Stas non è stato dotato di quell'autonomia responsabile - come ad esempio I'Istituto centrale per il restauro - grazie alla quale effettivamente supportare le singole soprintendenze nelle varie esigenze di tutela e valorizzazione: dalla consulenza nella preparazione delle perizie all'assistenza tecnica in immersione. Le soprintendenze si sono irrigidite nel timore di perdere potere: ma quale potere, se le acque sono state pressoché abbandonate fin dalla famosa legge del 1939? È vero che sono state centinaia le richieste d'intervento inviate dalle soprintendenze allo Stas: peccato che poi i soprintendenti non abbiano in gran parte richiesto i fondi per avviare le ricerche. Vorrei aggiungere, a quanto ha detto il collega Gianfrotta, che è convinzione comune, spesso anche nella mentalità dei soprintendenti, che l'archeologo vada sott'acqua a divertirsi. Probabilmente c'è chi costruisce questa visione: ad esempio, una delle cose più deleterie è diffondere foto di ambientamento, come si vedono spesso, con "belle ragazze e cocci", contribuendo così a una definizione "godereccia" dell'archeologia subacquea.
Gianfrotta. A mio giudizio l'esperienza dello Stas è stata un fallimento totale, per vari motivi. Tra questi, la non applicazione della deontologia professionale dell'archeologo; il campo subacqueo è stato visto come un ambiente di gioco, dove poter effettuare facili scoperte "sensazionali", utili anche a costruire carriere e a fare pubblicità a chi in passato ha diretto il Ministero.
ECCO A VOI IL RECUPERO!
Pruneti. Ricordo uno dei passati numeri de "L'archeologo subacqueo" con una foto dove si vedevano i vertici ministeriali, Francesco Sisinni in testa, schierati in prima fila a osservare il recupero dei bronzi di Brindisi...
Gianfrotta. Quello dei bronzi di Brindisi (vedi: AV n. 37 - n. d. r. ) è un ottimo esempio. Era l'estate del 1993. Ricordo che l'allora ministro Ronchey era in Sardegna per una breve vacanza ed era restio a presenziare al recupero per un suo giusto senso del decoro. Per dodici giorni, quindi, tutto fu tenuto fermo prima di essere pronti per la cerimonia del sollevamento. Addirittura, appena venne appurato che si trattava di un giacimento di pezzi di statue rotte, che in qualche misura poteva rinnovare i fasti pubblicitari dei bronzi di Riace, prima ancora di cominciare il lavoro fu indetta una conferenza stampa: cosa che normalmente non si fa perché si creano seri problemi per la tutela e la tranquillita' del lavoro. E tutto ciò anche a detrimento della conduzione scientifica delle operazioni, che in quel caso ha lasciato molto a desiderare; tant'è che alla fine si recuperarono i pezzi, ma come quei bronzi siano finiti in mare è ancora un mistero. Appunto, il "mistero dei bronzi di Brindisi", e di mistero si parla quando c'è ignoranza. È stata una vicenda riprovevole sotto il profilo professionale, consumatasi sotto l'egida del Ministero. Ma ciò non è accaduto solo a Brindisi. L'"esibizione istituzionale" è diventata una prassi, con tanto di gara tra Carabinieri, Guardia di Fmanza, Polizia di stato, chiamati ad aiutare nei recuperi: anche loro, senz'altro utili in moltissime circostanze, in qualche modo costretti a guadagnarsi uno spazio d'immagine per giustificare la propria presenza. Altro effetto: lo smembramento dei contesti. Pur di ottenere pubblicità, si è proceduto da parte dello Stas - in particolare, da parte della gestione che fa capo a Roma - al recupero indiscriminato di reperti, spesso senza documentazione, talvolta a scapito della stessa incolumità dei pezzi. Sono successi incidenti gravi per superficialità; c'è stato chi ha perso la vita in servizio. A conferma di questo suo atteggiamento "leggero" nei confronti dell'archeologia subacquea, il Ministero dei beni culturali, con decreto stilato dal direttore dello Stas e incautamente firmato dal Direttore generale, ha abilitato alla conduzione di scavi sottomarini tutti coloro che, all'interno di un corso organizzato dallo stesso Ministero, hanno conseguito il brevetto subacqueo. Il corso - sulla gestione finanziaria del quale è stata presentata un'interrogazione parlamentare da parte dell'onorevole Alemanno di Alleanza Nazionale è stato seguito, oltre che da qualche archeologo, da restauratori, disegnatori, fotografi, amministrativi, archivisti e altre categorie. Sono state conferite a custodi attribuzioni specifiche dell'ispettore archeologo: stando al decreto varato dallo Stas può accadere che uno scavo subacqueo venga condotto da un autista! In sostanza, l'esatto contrario di quello che normalmente viene insegnato nei corsi universitari, e anche qui alle lezioni di Ustica, è normalmente applicato dal Servizio tecnico per 1'archeologia subacquea, soprattutto nell'Italia centrale e meridionale; la Sicilia, essendo regione autonoma, è un caso a parte.
FELICITÀ NEI MARI DI SICILIA?
Pruneti. Mi sembrano affermazioni pesanti... Addirittura la Sicilia si sarebbe salvata dallo Stas?
Gianfrotta. La Sicilia in questi ultimi vent'anni è stata più attiva, si è mossa di più. Sono stati inaugurati nuovi musei di archeologia subacquea: l'ultimo a S. Vito lo Capo la scorsa estate. C'è anche la nuova scoperta di Gela: un'altra nave arcaica a poca distanza dal relitto della nave cucita (vedi: AV n. 37 - n. d r. ) , scavata dalla Soprintendenza di Caltanissetta.
Pruneti. Forse grazie anche allo statuto speciale della Regione che permette maggiori finanziamenti nel settore. Non dimentichiamo che l'archeologia subacquea costa molto.
Gianfrotta. Sì, ma c'è anche il fatto che psicologicamente il discorso del mare è più recepito dalla burocrazia palermitana. La Sicilia è più portata a farci i conti, col mare. È la prima regione che si sia dotata di una legge per l'archeologia subacquea, già nel 1982.
QUANTE PIAGHE: GUARIAMOLE!
Pruneti. Dopo tante critiche mi aspetto qualche proposta. Come può funzionare l'archeologia subacquea in Italia?
Fozzati. Il grosso errore della politica ministeriale è stato quello di non guardare all'Europa: la creazione dello Stas ha creato quasi la scusa per non pensare più all'archeologia subacquea, come se il problema fosse risolto una volta per tutte. Non ci si è accorti che con le risorse umane e finanziarie disponibili si stava organizzando un tipo di archeologia subacquea tra pronto soccorso e miracolo all'italiana: ma gli ospedali dov'erano e dove sono? Il direttore dello Stas, Claudio Mocchegiani Carpano, ha avuto il merito di alzare il velo dell'ipocrisia: lo Stas non è un'ambulanza che possa correre all'infinito per tutto il Paese; così è stato ridimensionato intenzionalmente il ruolo di quest'ufficio se non altro per non creare equivoci o facili scuse. Certo il problema dell'archeologia subacquea in Italia non è risolto, è solo rinviato al mittente, ovvero alle singole soprintendenze, che stanno organizzando i nuclei di archeologia subacquea con il personale abilitato dai corsi ministeriali. Nel frattempo i vari paesi europei si sono ben diversamente organizzati: sia con centri d'intervento sia con centri di restauro specializzato per reperti provenienti dall'acqua. In Italia non tutto, comunque, è andato in senso opposto: l'esperienza di Grado credo sia positiva, avendo provveduto allo scavo esaustivo del relitto, al recupero del carico, alla progettazione di un nuovo museo, pensato anche per il restauro, dell'imbarcazione romana del II-III sec. d.C. - la famosa "Iulia Felix" (vedi: AV n. 23 - n.d.r.) recuperata nel mare antistante. In questo caso è stato sufficiente garantire alla Soprintendenza la continuità di finanziamento: non mi sembra nulla di eccezionale.
Pruneti. Se fossi tu il Direttore generale cosa faresti per l'archeologia subacquea?
Fozzati. Fin dalla famosa Commissione per l'archeologia subacquea costituita dall'allora ministro Scotti, ho esposto con chiarezza la mia proposta, frutto di lavoro sul territorio: la tutela tecnico-amministrativa resta alle soprintendenze perché scindere tutela del territorio asciutto e tutela del territorio sommerso sarebbe un errore grossolano sia in termini pratici che culturali. Gli interventi in acqua possono essere svolti, seguiti, coordinati da centri operativi autonomi con capacità finanziaria propria, da istituirsi al servizio delle varie soprintendenze nel numero di cinque: per l'Adriatico a Venezia, per i laghi sul Garda, per il Tirreno in Liguria, a Napoli e in Sardegna. Il tutto a condizione che vengano istituiti anche centri specializzati per il restauro di reperti bagnati; altrimenti è bene non cominciare neanche. Lo Stas a questo punto manterrebbe la sola funzione che ha sempre avuto di coordinamento e punto di riferimento centrale. E per finire un rammarico: per qualche anno il nostro Ministero ha aperto un corridoio di finanziamenti specifici per l'archeologia subacquea. Oggi questo corridoio non esiste più e i risultati si vedono: il patrimonio sommerso è alla deriva, perché non sempre è possibile rinviare nel tempo l'intervento dell'archeologo. L'istituzione di uno specifico capitolo di spesa sarebbe, a mio avviso, la soluzione ottimale: ma quanto tempo si dovrà aspettare?
Gianfrotta. Condivido l'idea di cui parla Fozzati, ma centri operativi a livello nazionale li vedo in aggiunta ad almeno un archeologo stabile presso le singole soprintendenze esperto in archeologia subacquea. L'intervento immediato o la valutazione dell'entità di un giacimento, la predisposizione di una pratica, è lavoro del funzionario di zona, che deve avere un'idea di come vada avanti un cantiere.
UNIVERSITARI SUB: PRESENTI!
Pruneti. Accanto ai problemi della tutela e della ricerca, c'è quello della formazione.
Gianfrotta. Può essere utile istituire l'archeologia subacquea come materia d'insegnamento soprattutto come perfezionamento post-laurea. Passi avanti sono stati fatti e l'aspetto formativo ora mi preoccupa meno: quest'anno siamo arrivati a cinque sedi universitarie che hanno attivato insegnamenti appositi: Venezia, Ravenna, Viterbo, Agrigento e Napoli (con l'istituto privato Orsola-Benincasa). Comunque l'aspetto della formazione non può essere disgiunto da quello della tutela e dell'operatività. Il che significa che occorrono dei cantieri-scuola subacquei per impratichirsi nel mestiere.
CE LI VOLETE I VOLONTARI?
Pruneti. II volontariato può contribuire alla tutela e alla ricerca dei beni sommersi?
Gianfrotta. Credo che si dovrebbero preparare squadre specializzate di intervento formate da volontari perché, evidentemente, l'archeologo non può fare tutto; sott'acqua le persone si logorano e occorrono tanti operatori. Naturalmente si parla di volontariato serio. Se qualche subacqueo, per proprie turbe psichiche o complessi di inferiorità, decide all'improvviso di indossare i panni dell'archeologo è meglio che vada da un'altra parte. Prima si studia e ci si laurea in archeologia. Ma chi vuole offrire il suo contributo operativo di volontario, come avviene nella protezione civile, è bene che ne abbia l'opporiunità.
Fozzati. Vorrei portare l'esempio del cantiere riservato a volontari che, con il finanziamento del Comune di Peschiera e la collaborazione di "Archeologia Viva", abbiamo aperto sullago di Garda nel sito di uno dei più estesi villaggi palafitticoli. Si calcola che questo villaggio dell'età del Bronzo posasse su quindici o ventimila pali e solo grazie ai volontari, sotto la direzione di tre archeologi dell'AIASub, si riesce a portare avanti il lavoro di rilievo topografico e catalogazione.
ACCIDENTI: SIAMO SENZA NAVI.
Pruneti. Un altro problema è quello della conservazione di quanto viene recuperato dai fondali...
Gianfrotta. L'Italia è il paese europeo più arretrato da questo punto di vista: non c'è una nave conservata come si deve. Il relitto punico di Marsala è diventato uno scandalo internazionale (nel frattempo sembra che si sia trovata una soluzione: vedi AV n. 67, n. d r. . Sulla stessa strada procede la nave romana di Comacchio, della quale vedrete che si parlerà presto. Quello che si sente dire circa la sua conservazione è molto preoccupante, anche se il perbenismo burocratico tende a mettere la sordina. In Italia finora non si sono visti interventi completi "dall'acqua al museo". Un'eccezione, anche se non si tratta di navi o carichi navi, riguarda i Campi Flegrei: le statue del ninfeo di Punta Epitaffio e tutto quello che è stato recuperato dai fondali di Baia sommersa (vedi: AV nn. 29 e 31 n. d. r. ), ora è in mostra nello stesso castello di Baia. Qui il percorso dal mare al museo è stato completato col restauro, l'esposizione e la fruizione pubblica.
VUOI LAVORARE? FAI PURE.
Pruneti. Si può esprimere un giudizio sull'attuale gestione del Ministero per i beni culturali?
Fozzati. Uno degli aspetti positivi, in questo che tutti sentiamo come un momento di transizione, sta nel fatto che chi vuole lavorare è almeno lasciato libero. Ho anche potuto constatare che, quando si hanno voglia di fare e si hanno le idee chiare, i soldi, o dallo stato o dagli enti locali, in qualche misura arrivano. In Veneto, a Chioggia, siamo riusciti a inaugurare il Museo civico della Laguna Sud e a Cervarese Santa Croce, un piccolo castello medievale tra Vicenza e Padova, abbiamo aperto il Museo provinciale del Bacchiglione, il primo in Italia interamente dedicato a un fiume, frutto di oltre dieci anni di ricerche condotte dalla Soprintendenza archeologica del Veneto con la determinante collaborazione dei volontari. Addirittura abbiamo un programma con la Provincia di Padova che prevede l'aperiura di un museo per ogni fiume che attraversa il territorio. Laddove il nostro Ministero si mostra poco tempestivo, gli enti locali si stanno facendo avanti. Abbiamo ottimi rapporti con il Comune di Venezia che paga le ricerche in città: scavi umidi, qualche volta subacquei, per i quali l'attesa dei finanziamenti ministeriali significherebbe la chiusura. L'attuale inadeguatezza finanziaria del Ministero viene colmata dagli enti locali, ma fino a quando questi ultimi intenderanno riempire un vuoto, senza avere la titolarità delle competenze?
DI CHI E' IL MARE NOSTRUM?
Pruneti. Accenno all'archeologia subacquea in alta profondità...
Gianfrotta. Credo che la questione si ponga, innanzitutto, in termini di diritto internazionale e riguardi la possibilità di sfruttare liberamente le acque internazionali del Mediterraneo. Tutto il resto è solo una scusa per attirare l'attenzione o per combattere battaglie sottilissime da parte di una diplomazia che, su fronti avversi, si sta operando per arrivare o impedirlo - a una normativa comune per la salvaguardia dei fondali mediterranei. Da una parte ci sono gli stati rivieraschi che tendono a chiudere, con le loro sovranità o competenze, i piccoli spazi residui di acque internazionali; dall'altra, gli stati che non fanno parte del Mediterraneo e che non hanno alcuna intenzione di accettare una visione così limitante per le loro ricerche in mare. Dal punto di vista archeologico l'alta profondità non dovrebbe costituire un immediato problema per la tutela, perché oltre gli 80, 100 metri il clandestino ha bisogno di un sommergibile, quindi deve avere dietro una grande impresa internazionale, un business di grandi dimensioni. Se si trova un accordo fra gli stati da un punto di vista normativo, la questione è risolta: anche i clandestini prima o poi devono scendere a terra e ricadere sotto una giurisdizione.
Pruneti. Che ne pensi allora di Robert Ballard, che a bordo di un sottomarino americano a propulsione atomica (vedi: AV n. 67 n. d r.) ha fatto incetta di anfore nel canale di Sicilia?
Gianfrotta. Gli archeologi statunitensi seri o l'Accademia americana di Roma, come pure il consolato o la stessa Ambasciata non mi risulta abbiano rapporti con le imprese di Ballard. È un personaggio che si crea pubblicità, riuscendovi molto bene, con lanci di stampa al momento giusto, come sapeva fare anche Cousteau. Ma, in questo caso, se è vero che Ballard ha operato anche entro le sei miglia, cioè in acque italiane, la questione è diversa e in questo caso entra in gioco la sovranità nazionale di uno stato che deve essere in grado di imporsi. Se poi ci sono state collusioni - così si sospetta - con funzionari della Regione Sicilia che hanno collaborato ai recuperi, allora questi devono renderne conto. Ma qui si entra nel campo della magistratura ordinaria. Anche Cousteau ufficialmente non rappresentava la Francia, ma nel ' 76 è andato ad Anticitera, nell'Egeo, dove erano rimaste in mare parti di sculture di bronzo apparteneti a un celebre relitto di nave dell'inizio del I sec. a.C. già in parte scavato, che Cousteau ha raccolto e portato in Francia. Allo stesso modo, anfore greco-italiche provenienti dal mare al largo di Catania e Siracusa sono finite al Museo Borely di Marsiglia. Dunque il "caso Ballard" va visto in un'ottica molto più ampia e gli organi di stampa dovrebbero mettere in risalto che 1'archeologia è soltanto una scusa, uno strumento per dialoghi tra potenze, riguardante il controllo delle acque internazionali.
RIMANE L'ANIMA DI UN AMICO.
Pruneti. La copertina dell'ultimo numero de "L'archeologo subacqueo", sullo sfondo della Tomba del tuffatore di Paestum, reca scritto: "CiaoFabio!". Vorrei chiudere ricordando Fabio Faccenna, giovane promessa dell'archeologia subacquea italiana, morto di cancro a soli trentacinque anni. Avrebbe potuto contribuire non poco allo sviluppo della ricerca e forse anche all'organizzazione delI'archeologia subacquea italiana. La migliore conclusióne di questo incontro è certamente quella di ricordarlo, prendendo ad esempio la serietà con cui affrontava la sua vita quotidiana di archeologo.
A cura di Massimo Becattini e Piero Pruneti
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