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della Dott.ssa Giuliana Galli
estratto dal Vol. XLVII di Archeologia Classica (Università degli Studi di Roma "LA SAPIENZA" - 1995)
Grazie alla segnalazione di un subacqueo locale, la Soprintendenza Archeologica per il Lazio è potuta intervenire con una prospezione e quindi con uno scavo sui resti di una nave romana nelle acque portuali di Ponza (LT) nella prima settimana di giugno 1991.
(La segnalazione di reperti archeologici, a terra e in acqua, da parte di appassionati locali, è segno di civiltà e pertanto va sottolineato in questa sede il comportamento esemplare del sig. Mario Pesce che spesso sì è prodigato in tal senso. I lavori sono stati affidati alla A.S.S.O., Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione, associazione volontaristica italiana che da tempo lavora per 1'archeologia subacquea e della speleologia. Si coglie l'occasione per ringraziare il Nucleo Subacqueo dei Carabinieri, comandato dal Maresciallo G. Trementozzi. Un particolare ringraziamento al prof. P.A. Gianfrotta per la sua costante e cordiale disponibilità, alla dott.ssa F. Pallarés Salvador e al dott. S. Castellani per i preziosi consigli e alla dott.ssa A.L. Zarattini, della Soprintendenza Archeologica per il Lazio, per aver permesso la pubblicazione dei materiali. La documentazione grafica e fotografica è dell'autrice.)
Il sito è stato localizzato a pochi metri dalla banchina portuale, a circa 6,5 metri di profondità, devastato inconsapevolmente dal continuo ancoraggio dei traghetti, dei pescherecci e delle imbarcazioni da diporto.
Pertanto sui pochi resti di fasciame del relitto si è riscontrata una notevole stratificazione di materiale eterogeneo, con frequenti intrusioni di reperti tardi che hanno ostacolato 1'esatta datazione della nave.
Il relitto, orientato 315° NW e liberato per un tratto di 8x5 metri da uno spesso strato di sabbia, malgrado alcuni punti deteriorati si è rivelato possente per struttura e dimensioni, con fasciame a paro e sistema di assemblaggio a mortase e tenoni. Le 27 ordinate scoperte hanno dimensioni medie di cm. 21 di spessore e cm. 19 di larghezza, mentre le tavole di fasciame sono, in media, rispettivamente di cm. 6x21.
Di notevole importanza è stato il rinvenimento di un cilindro ligneo leggermente incavato nella parte centrale, con asta interna cava ed alettata di bronzo e di una asta cava ed alettata priva del rivestimento esterno di legno.

Questi due pezzi dovevano fungere da cuscinetti per la pompa cosiddetta ''a rosario" per il prosciugamento delle acque di sentina. Cilindri simili sono stati rinvenuti anche nei relitti di Dramont D, e di Planier (Francia) della metà del I sec. a.C. e dell'Ile Rousse (Francia), di Los Ullastres (Spaana), delle Formiche di Panarea (Isole Eolie) e delle due navi di Nemi databili al I sec. d.C., e della nave di Capo Taormina, datata al III d.C. 3.
Insieme ai cilindri sono stati recuperati un disco ligneo con cuscinetto bronzeo, apparentemente senza scanalatura per il passaggio di cavi, molto simile per dimensioni a quelli del relitto dell'Ile Rousse e un bozzello ligneo sempre con cuscinetto in bronzo.

Strettamente connesso ai resti della struttura navale romana è un esteso frammento di lastra di rivestimento in piombo, senza tracce di fori di fìssaggio, che si ritiene una scorta di bordo pronta all'uso. Da questa stessa area, e quindi sicuramente dal medesimo relitto, proviene un altro cospicuo frammento di rivestimento in piombo, conservato nel deposito comunale di Ponza, che reca visibili e nette tracce di quadrettatura come guida per il posizionamento dei chiodi di fissaggio alla struttura lignea.
I chiodi sono del tipo classico a sezione quadrata, dato questo rilevato sia dai fori sul piombo che dal rinvenimento di un chiodo in bronzo.

II materiale archeologico è stato rinvenuto in un'area portuale e pertanto risulta estremamente eterogeneo cronologicamente, ricoprendo una fascia d'età tra il III secolo a.C. ed il IV secolo d.C.
I frammenti sono riferibili soprattutto a ceramica da mensa e ad anfore da trasporto di varie tipologie, ritrovate sporadiche e mescolate negli strati soprastanti il relitto.
Non si può quindi essere determinati nell'attribuzione dei frammenti alla nave che è sicuramente romana per tecnica costruttiva ma comprendente un periodo di tempo troppo vasto per una datazione al secolo: situabile tra repubblica e impero.
Il porto di Ponza ha rivestito nei secoli un ruolo di importanza fondamentale per i traffici marittimi, in particolar modo nell'antichità, quando era necessaria una navigazione che sfruttasse i riferimenti a terra ed approdi e scali frequenti per qualsiasi emergenza. Tutto l'arcipelago, quindi, è stato interessato da molteplici contatti ed utilizzato come testa di ponte lungo le rotte N-S di collegamento tra il mondo magno-greco ed orientale e quello Franco-iberico ed occidentale. Ne sono testimonianza vari relitti rinvenuti nelle acque dell'isola, e purtroppo non tutti conosciuti ed opportunamente studiati.
Questo relitto, sebbene gran parte distrutto e privo di carico, apporta comunque dati per quanto riguarda l'architettura navale per il ritrovamento di due pezzi del sistema di prosciugamento delle acque di sentina, che rivelano oltretutto la particolare perizia tecnica raggiunta dai romani nella fusione del bronzo (in genere la composizione del bronzo era standardizzata nel modo seguente: 73,7% di rame, 18,53% di piombo e 7,72 di stagno).
La mancanza del carico è in ragione della vicinanza della nave alla terraferma e della scarsa profondità, per cui, molto probabilmente, il tutto sarà stato recuperato nella stessa epoca del naufragio e via via nei secoÍi successivi.
Se il sito originario del porto è la piccola baia nei pressi della località S. Maria (a N-W rispetto al porto moderno), la nave doveva comunque trovarsi ormeggiata al riparo nel grande bacino occupato oggi dal porto moderno.
I manufatti, in parte probabilmente connessi alla nave, ma per la maggior parte rimescolati negli strati soprastanti ed eterogenei cronologicamente, attestano una continua frequentazione dell'insenatura portuale tra il III sec. a.C. ed il IV sec. d.C. circa.
Interessanti sono un piccolo frammento di collo di bottiglia a vernice rosso-arancio di età repubblicana, un frammento di coppa in sigillata italica con bollo di Ateius, ceramista aretino famoso nel mondo romano, ed un titulus pictus di un probabile commerciante di nome (Men -oppure Alex.andrus (?) su unanfora del tipo Dressel 8 databile alla fine del I sec. D.C.
CERAMICA DA MENSA

Fondo di coppa di ceramica a vernice nera di tipo A, forma Lamboglia 27, con timbro interno impresso a rosetta (III-II sec. a.C.)

9: Anforetta frammentata a fondo piatto, biansata in ceramica comune, con corpo tendenzialmente globulare, probabilmente detà augustea.
10. Bicchiere biansato a fondo piatto, a pareti sottili, con corpo tendenzialmente globulare. L'orlo è a fascia, alto cm. 1,5, le anse sono a nastro. La produzione è probabilmente centro italica. Databile intorno all'etè augustea fino a tutto il II sec. d.C.

Fondo di coppa di ceramica sigillata italica forma Goudineau 37 A/Ritterling 5 B databile tra il 5 ed il 16 d.C. Internamente, entro cartiglio rettangolare con angoli smussati, compare il bollo con il nome del ceramista abbreviato (ATEI = genitivo di Ateius). Esternamente, sotto il fondo, compare un graffito a forma di croce latina. Il nome Ateius lo ritroviamo attestato in cospicui frammenti rinvenuti sul versante italiano tirrenico (Campania, Lazio, valle dei Tevere, Toscana, in Francia, lungo il Rodano ed il Reno, con rare attestazioni anche in Grecia ad Atene, ad Antiochia sull'Oronte e ad Alessandria d'Egitto. Alta la presenza nel campo legionario di Vindonissa del 16 d.C. e ad Haltern tra l'11 a.C. ed il 9 d.C. L'origine di Ateius è stata piu volte ricondotta ad Arezzo, in cui sono stati ritrovati degli scarti di fornace, ma è comunque molto contesa in ambito provinciale con presunti ateliers, non confermati. Tuttoggi il problema rimane aperto, e questo frammento non fa altro che confermare la grande e ben nota espansione del nome del figulo senza apportare peraltro dati sulla sua origine.

Fondo di ceramica sigillata italica, con decorazione esterna graffita a denti di lupo, effettuata dopo la cottura. Internamente compare un bollo doppio sovrapposto di incerta lettura per 1'avanzato stato di deterioramento, indicante probabilmente 1'officina del ceramista (OFVOSI / TITI). Esternamente, sotto il fondo, due lettere graffite ortogonalmente 1'una rispetto all'altra (m e psi). Internamente, tra il fondo e la parete, ci sono doppi cerchi concentrici scanalati molto leggeri. La forma è un po' particolare e può appartenere al tipo Goudineau 37, databile tra il 5 ed il 16 d.C., sebbene mostri contemporaneamente chiari riferimenti al tipo Dragendorf 46B a pareti dritte fino al piede con le particolari scanalature interne appena al di sopra del fondo, databile tra l'età flavia e gli inizi del II sec. d.C.

Frammento di collo di bottiglia denominato "a candela", ad orlo estroflesso, con alcune tracce superficiali di vernice rosso arancio ricollegabile alla forma 37 pubblicata tra i materiali fabbricati in un forno nei pressi di Sutri da G.C. Duncan e databile all'età repubblicana.

Coppa di sigillata sud-gallica, forma Dragendorf 29B, d'età claudia (I sec. d.C.) con decorazioni vegetali entro fasce parallele: nella prima fascia compare un tralcio vegetale del tipo presente in Oswald-Pryce tav. XXXI n. 32, mentre nella seconda fascia un tralcio con foglie cuoriformi come in Oswald-Pryce tav. XXXVII n. 82.
Internamente, entro cartiglio rettanaolare, il timbro risulta illeggibile.
CONTENITORI DA TRASPORTO

Collo di Dressel lA, privo di anse, con due lettere graffite, dopo la cottura, a circa cm. 11 dall'orlo (A e P). La tipologia, simile a quella rinvenuta nel relitto della ``Secca dei mattoni" di Ponza, è databile tra la fine del II e g:li inizi del I sec. a.C.
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