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IL RELITTO CIPRIO-MICENEO DI PUNTA IRIA

(GOLFO DELL'ARGOLIDE, GRECIA)

articolo pubblicato sul numero 12 (set.-dic. 1998) della rivista L'ARCHEOLOGO SUBACQUEO

IL CONVEGNO

In settembre si è svolto sull'Isola di Spetses, nel Golfo dell'Argolide, un appuntamento di rilievo per lo studio della tarda età del Bronzo: il convegno internazionale The Point Iria Wreck: Interconiiections in the Mediterranea ca. 1.200 B.C., dedicata al relitto di Punta Iria, una nave cipri-micenea della fine del Xlll sec. a.C.

Ai lavori, diretti dal professar Spyros lakovides, membro dell'Accademia di Atene, hanno partecipato Eugenios Yannakopoulos, Segretario Generale del Ministero della Cultura, Nikos Tsouchlos, Presidente Fondatore dell'Hellenie Institute of Marine Archaeology, e Haralambos Pennas, direttore della seconda Eforia di antichità bizantine nonché degli scavi di Punta Iria.

Gli archeologi dell'Hellenic Institute of Marine Archaeology (HIMA), responsabili dela ricerca, hanno fornito i loro resoconti: Christos Agouridis, sulla scoperta e lo scavo; Yannos Lolos (Università di Ioannina, consulente archeologo) ha presentato le sue analisi stilistiche e storiche sul carico di ceramica; Yannis Vichos (Segretario) ha offerto le sue considerazione sulle rotte e le condizioni nautiche nell'ambiente attorno alla Punta Iria all'epoca del naufragio. L'archeologo subacqueo (e sponsor) Adonis Kyrou ha esaminato l'evidenza di punti d'appoggio e di insediarnenti costieri preistorici nel Golfo dell'Argolide.

Vassos Karageorghis (Leventis Foundation, Cipro) ha poi discusso vari aspetti degli scambi commerciali tra Cipro e l'Occidente durante il XIV e il Xlll secolo a.C., sottolineando la crescente importanza di Cipro a scapito del mondo elladico. In seguito Patti Astrom (Università di Lund, Svezia) ha offerto osservazioni più dettagliate sulla ceranùca specificamente cipriota del carico di Punta Iria. Jeremy Rutter (Dartmouth University, USA) ha localizzato l'attenzione sull'evoluzione dei rapporti con l'esterno di Creta verso il Tardo Minoico HIA2-B (ca. 1.370-1.200 a.C.), dal punto di vista della zona del Messara. Dall'Italia Lucia Vagnetti (Istituto per gli studi micenei ed egeo-anatolici del CNR) ha preso in esame le presenze di Micenei e Ciprioti nel Mediterraneo centrale prima e dopo il 1.200 a.C. Ha concluso i lavori Cemal Pulak (Texas A & M University, Turchia/USA), con un resoconto degli ultimi studi sullo scafo del relitto di Uluburun (vd. L'archeologo subacqueo 1, 1, p. 12).

La conferenza si è conclusa con una tavola rotonda, nel corso della quale sono emerse domande interessanti ma per il momento senza risposta, come le modalità del naufragio, la nazionalità della nave, la sua provenienza e la sua destinazione. I lavori sono stati opportunamente abbinati all'apertura nel Museo di Spetses di una mostra sui materiali provenienti dal relitto, e all'edizione del relativo catalogo con testi in greco e inglese. Esemplari la professionalità e la rapidità con le quali l'HIMA ha effettuato scavo, pubblicazione e divulgazione; la riuscita del convegno e la diffusione dei risultati si devono inoltre anche allo sforzo degli organizzatori che sono riusciti ad adottare l'inglese come lingua ufficiale dei lavori.

IL RELITTO

Il relitto di Punta Iria si aggiunge ai due altri ben noti della tarda età del Bronzo, Capo Gelidonya (fine XIII sec. a.C.) e Uluburun (fine XIV sec. a. C.), entrambi rinvenuti lungo la costa sud-occidentale della Turchia.

Fu avvistato negli anni Sessanta dal subacqueo veterano Nikos Tsouchlos nel Mare Egeo lungo la costa orientale del Golfo dell'Argolide, davanti alla punta da cui ha preso il nome; al ritrovamento seguirono ricognizioni e scavi effettuati dall'Hellenic Institute of Marine Archaeology (HIMA) dal 1991 al 1995. Il tratto di costa in cui la nave è naufragata è ancora oggi pericoloso per la conformazione montuosa e per la presenza dell'isolotto antistante di Psili, che insieme creano una zona di venti potenti e variabili nonché di forti correnti. La nave giaceva a una profondità dai 12 ai 27 metri, ad una quindicina di metri dalla riva; il sito si presentava come un cumulo di pithoi (grandi giare da trasporto), anfore e vasetti che copriva un'area di circa 100 metri quadrati. Fu questa scoperta che spinse Tsouchlos ad interessarsi dell'archeologia subacquea egea, e che portò infine alla formazione dell'HIMA (vd. scheda). Nel 1991 fu effettuata una campagna di ricognizione; dal 1992 al 1994 si organizzarono delle campagne di scavo sulla zona di massima concentrazione dei reperti.

Il materiale rinvenuto, dopo un'iniziale procedura di stabilizzazione sullo stesso cantiere di scavo, venne portato al Museo di Spetses dove furono eseguiti accertamenti, pulizie e processi di conservazione. I rapporti di scavo vennero regolarmente pubblicati nella rivista dell'HIMA, Enalia, in greco e in inglese, e negli atti di vari simposi internazionali. Il progetto "Punta Iria" è stato realizzato grazie all'appoggio della Commissione Europea (Direttorato Generale X), all'assistenza del Ministero della Cultura greca, ed ai constributi di vari l'sponsors" (A. G. Leventis Foundation, Stavros S. Niarchos Foundation, Kloukinas-Lappas S.A., Stilvi, Institute for Aegean Prehistory).

Il carico della nave comprendeva 25 vasi da trasporto e da utilizzo comune, con tre provenienze: Cipro, Creta e il mondo Elladico. Al Tardo Cipriota IIC/IIIA appartiene un gruppo di otto vasi, tra i quali tre pithoi senza maniglie e parte di un quarto, tutti con decorazione a rilievo attorno alla spalla, oltre a tre brocche di varie dimensioni. I pithoi trovano confronto tutt'attorno al Mediterraneo tra il XIV e il Xlll sec. a.C., come vasi da trasporto per eccellenza sia per l'olio d'oliva che per la frutta.

Un altro gruppo di otto vasi s'identifica in base alla forma e alle analisi petrografiche come materiale cretese, specificamente del Tardo Minoico IIIB 2, ed è composto interamente da vasi a staffa di grandi dimensioni (alt. cm 35 40). Questo tipo di vasi era di solito usato per il trasporto dell'olio d'oliva, e la loro distribuzione nei siti del XIV e il XIII sec. a.C. si estende dalla costa levantina e da Cipro fino alla Sardegna e aila Sicilia.

Il terzo gruppo di ceramica rappresenta la fase micenea del Tardo Elladico IIIB, e comprende 9 vasi, di cui tre vasi semplici, profondi, senza maniglie di tipo elladico tradizionale, insieme ad un'anfora che porta due simboli incisi sulle maniglie, probabilmente connessi alla scrittura Ciprominoica 1. Inoltre ci sono alcuni vasi di ceramica fine come il krater profondo a beccuccio e frammenti di due ciotole (una delle quali con decorazione dipinta).

Altre quattro ciotole di ceramica comune farebbero parte del vasellame di bordo. Un tale assemblaggio di vasi da trasporto riflette appunto le interconnessioni commerciali e culturali internazionali esistenti in quest'epoca attraverso il Mediterraneo orientale. Insieme ai dati provenineti dai relitti di Uluburun e di Capo Gelidonya - il primo che sembra svolgesse commercio a lungo raggio di un livello piuttosto alto, mentre il secondo, di un secolo più tardo, doveva essere nave più piccola impiegata in scambi di piccolo cabotaggio - ci aiutano a delineare l'evoluzione degli scambi economici del Mediterraneo. Anche per il relitto di Punta Iria si pone la questione della nazionalità della nave, ma ancora una volta il miscuglio di oggetti rinvenuti a bordo, sia del carico che di uso comune, indica che il commercio marittimo era sicuramente gestito da gruppi eterogenei.

Delle attrezzature di bordo si sono recuperate tre ancore, di cui una trapezoidale di piroxenite con un foro, pesante 43 chili Le altre due dispongono di tre fori e sono una di arenaria (kg 25) e l'altra di una scura roccia vulcanica (kg 35); è possibile che queste fossero troppo piccole come ancore di sostegno, ma che invece facessero parte della zavorra. Comunque, solo una può con sicurezza essere connessa con il carico di questa nave, poiché ritrovata nell'area di concentrazione dei reperti. In più, sia le loro forme che i loro materiali non sono sufficienti per permettere di ricavarne l'età o la provenienza. Un anello di piombo per liberare le cime delle ancore trova riscontri con simili oggetti rinvenuti su relitti di età classica, e non può dunque essere associato con sicurezza a questo relitto del secondo millennio a.C. Altri oggetti trovati nei dintorni della zona di scavo, quali anfore ed ancore di epoche e provenienze diverse, confermano la natura insidiosa di questo tratto di costa.

I resti dello scafo sono limitati a dei piccoli frammenti lignei, uno dei quali reca un foro semicircolare realizzato artificialmente: indizio modesto, ma forse sufficiente, di un sistema di costruzione a mortase e tenoni. In base alla disposizione dei reperti sul fondale e alla loro consistenza, si ipotizza che la nave misurasse 7-9 metri di lunghezza, e che, supponendo che il carico al momento del naufragio fosse più grande, portasse un carico di almeno tre tonnellate.

Claire Calcagno

 

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