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NEL PALAZZO SOMMERSO DI CLAUDIO

di Gennaro Di Fraia
foto di Eduardo Scognamiglio
disegni di Eduardo Scognamiglio, Nicolai Lombardo

estratto dall'articolo pubblicato sul n. 29 (maggio 1992) della rivista ARCHEOLOGIA VIVA


Ad occidente di Napoli si estende la regione vulcanica dei Campi Flegrei, affacciata sulle acque del golfo di Pozzuoli e nota sia per le cospicue testimonianze archeologiche di eta' classica, sia per le periodiche, allarmanti recrudescenze del fenomeno bradisismico che nell'arco dei secoli ha profondamente alterato l'originaria morfologia costiera. Ma e' ad ovest di Pozzuoli, la' dove si apre l'odierna rada di Baia, che il bradisismo ha dispiegato i suoi effetti con particolare evidenza e molti degli antichi edifici sorti sul litorale giacciono ora sommersi dal mare, soprattutto nello specchio d'acqua prospiciente la Punta dell'Epitaffio.

Edifici a carattere termale. Sul declivio di Punta dell'Epitaffio si scorgono ancora i resti di un edificio in laterizio e in opera reticolata che studi recenti ravvisano come il palazzo baiano dell'imperatore Claudio. Esigui resti di ambienti, di corridoi e pavimenti musivi serbano la memoria di questa regale dimora che digradava dalla sommita' collinare con una serie di terrazzamenti che ancora dominano l'azzurro delle onde ma, privi di un'apparente ed organica connessione, i ruderi conservati in ambiente aereo non lasciano intuire la primitiva nobilta' di impianto del complesso e solo grazie alle indagini subacquee e' stata resa possibile la lettura di un significativo spezzone edilizio, entro il quale va ad inserirsi il sontuoso ninfeo riesumato recentemente dalla Soprintendenza di Napoli e riconosciuto come lo stibadium (triclinio) di Claudio, da Bernard Andreae dell'Universita' di Marburg, comparando le decorazioni scultoree restituite dagli scavi.
II desiderio di delineare con maggiore chiarezza la fisionomia di Baia sommersa ha dato vita ad un gruppo di ricerca che, a partire dalla primavera del 1984, ha ripreso, puntualizzato ed ampliato quanto sembrava gia' noto. Nell'area di Punta dell'Epitaffio, il Centro Campano di Archeologia Subacquea ha infatti condotto alcune campagne di rilievo sugli ambienti gia' segnalati ad oriente della strada basolata. Dai lavori attuati nel corso di un biennio e' scaturita una nuova planimetria piu' ricca ed articolata di quanto lasciassero supporre le apparenze e soprattutto, con il disegno dei resti sepolti dal mare si sono rese possibili delle accurate osservazioni che hanno permesso di ricostruire la suggestiva storia del complesso indagato. Questo si qualifica come un'area edilizia a carattere termale rimasta in uso per oltre tre secoli.
I resti murari rilevati compongono un compatto isolato grosso modo rettangolare, articolato in due nuclei di diversa funzione ed orientamento, ascrivibili ad altrettante fasi costruttive. Il primo di essi, quello meridionale, comprende le sale termali e risale all'epoca neroniana (meta' I sec. d.C.), il secondo invece e' di epoca domizianea (fine I sec. d.C.) ed e' disegnato attorno ad un singolare ninfeo affacciato su un cortile rettangolare ornato da un lungo bacino di fontana addossato sul lato di fondo. Due ambulacri musivi garantivano il collegamento tra le parti del complesso e confluivano nell'ampia corte che ancora si apre ai piedi della breve rampa di scale che costituiva l'accesso dalla strada. Fino a che non venne occluso da un setto murario, l'ambulacro meridionale adduceva al ninfeo di Claudio e rientrava percio' nel medesimo contesto architettonico. Nell'area esplorata e' dunque da ravvisare niente altro che la propaggine termale di uno dei sontuosi palazzi imperiali di Baia, aggiunta all'organismo preesistente in epoca neroniana, abbellita con l'inserzione di un nuovo ninfeo ai tempi di Domiziano e destinata poco dopo, ad assolvere ad una nuova e ben diversa funzione.

L'imperatore ha venduto ai privati. L'esame condotto sulle opere murarie lascia supporre che il frazionamento del praedium imperiale a Punta dell'Epitaffio sia avvenuto nei primi decenni del II sec. d.C., il che trova un interessante riscontro letterario: nel suo Panegirico di Traiano, Plinio il Giovane elogia il principe che ha venduto all'asta gran parte del patrimonio personale dei Cesari, costituito da ville e terreni incessantemente acquisiti con i mezzi piu' vari fin dall'epoca di Augusto.
Il ricco e raffinato balneum sorto accanto al ninfeo di Claudio fini' dunque in mano a privati che lo destinarono ad accogliere un'utenza piu' vasta. Le modifiche imposte dalle mutate esigenze hanno lasciato a sud una traccia ben precisa nella occlusione di precedenti percorsi e nello spazio scoperto prossimo alle pareti del calidarium. Qui e' da riconoscere il cortile della palestra, oltre la quale si nota il coevo, irregolare vano dell'apodyterium (spogliatoio). Sia la palestra che l'apodyterium si qualificano come aggiunte al progetto originario, condizionate pero' da una marcata penuria di spazi disponibili. Le terme, oggi sommerse, ampie per una villa ma relativamente piccole per un uso pubblico, non potevano offrire tutte le attrattive degli impianti piu' vasti. Questi pero' erano troppo affollati e chi intendeva sfuggire la curiosità pettegola della massa doveva percio' orientarsi verso stabilimenti di minori proporzioni, dove si dava convegno una clientela nota e ragionevolmente ristretta, come occorre ipotizzare per le strutture di Punta dell'Epitaffio.

Ben sette strati di ruderi. Normali lavori di manutenzione e nuove modifiche strutturali hanno lasciato, generazione dopo generazione, la propria impronta leggibile nelle sovrapposizioni dei piani di calpestio e nella notevole diversita' delle tessiture murarie che creano la disposizione planimetrica attualmente visibile.
In passato le diverse ristrutturazioni pavimentali documentate nei resti sommersi sono state spesso messe in relazione al fenomeno bradisismico, incappando cosi' in un insidioso e semplicistico luogo comune. Lo studio condotto a Punta dell'Epitaffio ha evidenziato invece che il rifacimento dei battuti dipese sempre dalle medesime cause che imposero analoghi provvedimenti nei contesti archeologici terrestri: e' noto che nelle terme I'usura, prodotta dal calore circolante nelle intercapedini, consigliava la periodica sostituzione dei pavimenti ad intervalli che potevano oscillare fra, i trenta ed i cinquanta anni e cio' spiega la presenza di ben sette stratificazioni nei ruderi baiani.
Particolarmente significativa e' l'ultima fase ascrivibile alla fine del III sec. d.C. o agli inizi del secolo seguente e documentata anche da resti murari. In quell'epoca la pianta del frigidarium dovette apparire ormai arcaica col suo semplice schema rettangolare e si decise, pertanto, di apportare delle modifiche che ne alterarono sensibilmente la planimetria. La pianta venne aggiornata secondo i nuovi stilemi, aggiungendo ai lati lunghi due muri in cementizio che articolarono diversamente lo spazio interno. Grazie a quest'intervento, il frigidarium si arricchi' di un curvo episodio mediano, simmetricamente contrapposto alla vasca maggiore ma di minori dimensioni e dal lato di fondo aperto ad inquadrare scenograficamente la retrostante vasca sud-occidentale. In questo stesso periodo rientrano, inoltre, I'eliminazione del preesistente accesso alla natatio e, con la parziale modifica dell'antico percorso, l'occlusione dell'angusto laconicum.

Architettura d'avanguardia per un ninfeo. Appena a nord del complesso termale si e' detto che giacciono i resti di un pregevolissimo ninfeo affacciato su un lungo cortile concluso da uno stretto bacino entro il quale zampillava perennemente l'acqua. Preceduto da un convenzionale prospetto tetrastilo, il ninfeo vero e proprio e' impiantato su un basso podio emidecagonale accessibile per mezzo di due brevi rampe di scale poste agli estremi del lato anteriore ed e' vivacizzato dall'inserzione di tre absidi radiali. La scaletta d'acqua, simile ad una vera e propria cascata in miniatura, dovette essere ubicata con ogni probabilita' nell'abside centrale e ravvivava la gia' splendida composizione d'insieme, impreziosita da una notevole decorazione marmorea sulla quale si sono purtroppo accaniti gli agenti marini: nere erano le quattro colonne tortili della facciata, bianche le transenne che ne sbarravano gli intercolumni laterali, policrome le lastre dei rivestimenti parietali e pavimentali. Non meno fastoso fu il chiaroscurato volume dell'elevato che sovrastava la geometrica linearita' del cortile; infatti, dietro il tradizionale prospetto della fontana, concluso da un timpano triangolare, si ergeva la semicupola posta a coronamento delle inedite strutture realizzate sul podio.
Ma a rappresentare l'aspetto piu' interessante del nuovo riinfeo baiano e' l'inconsueto schema della pianta, incentrato su un disegno emidecagonale che non trova per il momento confronti, ma che ben testimonia quel fermento innovativo di cui diedero prova gli architetti romani nel progetto delle ville marittime. Non a caso Baia fu il fertile terreno di ricerca dove le maestranze di Roma sperimentarono l'applicazione di nuovi materiali e di soluzioni compositive poi estese nelle realizzazioni dell'Urbe e delle altre citta' dell'Impero, ed e' appena il caso di ricordare che il cosiddetto Tempio di Mercurio a Baia fu il prototipo del Pantheon, innalzato solo un secolo piu' tardi. Ai suoi tempi, il ninfeo sommerso rappresento' quindi il frutto di uno studio apparentemente destinato a non avere seguito, ma improntato alle coeve esperienze avviate nella capitale gia' con la sala ottagona della Domus Aurea di Nerone ed ancora piu' evidenti in alcuni ninfei della Domus Augustana (la reggia di Domiziano) sorta sul Palatino.
Con le indagini condotte tra gli ambienti sommersi del palazzo gia' appartenuto a Claudio, e' stato svelato uno dei tanti misteri ancora gelosamente custoditi dal mare di Baia. Le informazioni ancora sigillate dai flutti consentiranno un giorno di riscrivere la storia e la topografia della piu' celebre stazione balneare dell'occidente romano e ulteriori scoperte amplieranno il gia' affascinante del capitolo relativo all'architettura classica. Le ricerche proseguono tuttora, con la speranza di poter leggere, in un prossimo futuro, quello spezzone urbanistico che il mare ha sottratto alla vista degli uomini.

Gennaro Di Fraia
Centro Campano di Archeologia Subacquea

 

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