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NAUFRAGIO AL GIGLIO
di Paola Rendini, Maria Grazia Celuzza, Franco Cambi
estratto dall'articolo pubblicato sul n. 29
(maggio 1992) della rivista ![]()

Dopo l'ultima campagna di scavo del relitto di Giglio Porto, nel
1988, sono passati tre anni prima di vedere finalmente restaurati i reperti di
quell'antica nave. La loro preliminare presentazione e' stata effettuata nell'ambito della
mostra "Relitti di storia - Archeologia subacquea in Maremma", organizzata dalla
Soprintendenza Archeologica della Toscana e dal Comune di Grosseto. Lo scavo del relitto
del Giglio, come molti ancora ricordano, anche sulla scorta di trasmissioni televisive
frequentemente ritrasmesse, e' stato uno degli interventi piu' pubblicizzati e, a suo
modo, uno degli esperimenti piu' emblematici dell'Archeologia subacquea nazionale.
L'iniziativa parti' grazie all'interessamento di «Archeologia Viva», che lancio' una
sottoscrizione per il salvataggio del relitto tra i suoi lettori e, fatto allora (1984)
ancora desueto, si avvalse del contributo di uno «sponsor» privato, che mobilito' con un
concorso giomalistico l'attenzione dei mass-media. Inoltre, proprio nel cantiere di Giglio
Porto si sperimento' con successo la formula di collaborazione offerta dai volontari, a
cui presto si affiancarono anche sommozzatori della Soprintendenza.
La presenza del relitto di Giglio Porto fu segnalata contemporaneamente alla fine degli
anni '70 da diversi sommozzatori, gigliesi e non, ma solo nel 1984, dopo una ricognizione
di controllo gia' effettuata net 1982, si pote' realizzare la prima campagna di scavo,
appunto con l'aiuto di sommozzatori volontari e con il largo finanziamento del Consorzio
Vini Galestro. Le campagne successive, dopo un anno di sospensione per la difficolta' di
reperire finanziamenti, ebbero luogo nel 1986, 1987 e 1988, con fondi ministeriali,
integrati il primo anno da un contributo del Comune di Isola del Giglio e con la costante
collaborazione dei volontari di fiducia della Soprintendenza, dei sommozzatori di Vigili
del fuoco, della Guardia di Finanza e, infine, di diverse Amministrazioni dello Stato. Tra
queste ultime, particolarmente prezioso e' stato il contributo di Elisabetta Bocci e Bruno
Vannucchi, rispettivamente assistente e operatore fotografo della Soprintendenza.
La scelta di avviare uno scavo sistematico sul relitto del Giglio fu determinata da una
serie di svariati fattori. In primo luogo la sua collocazione, a circa 50 mt. al largo dal
molo orientale del porto a 37-38 mt. di profondita', non presentava eccessive difficolta'
tecniche per il cantiere; inoltre la sua posizione cosi' in evidenza garantiva una
discreta conservazione del giacimento archeologico e richiedeva un immediato intervento di
tutela; infine si presentava I'occasione, di estremo interesse scientifico, di studiare un
contesto di media eta' imperiale. Al termine delle quattro campagne di scavo, e' stata
indagata complessivamente una superficie di 90 mq ed e' stato liberato, sotto uno strato
di rifiuti, frutto delle periodiche dragature del porto, un troncone di scafo, in cui e'
stata identificata l'estremita' poppiera della nave, con due ordini sovrapposti di anfore
del carico. Non si sono conservate tracce delle murate, ne' tanto meno del ponte,
evidentemente dissolti dall'azione disgregatrice delle correnti e dei microrganismi
marini.
Imbarcazione non grande ma robusta. Nel primo
strato sono state rinvenute anfore rimosse, in seguito al naufragio, dal loro assetto
originario e spesso in frammenti, in parte coperte da concrezioni causate dalla lunga
esposizione agli agenti marini. Le anfore del secondo strato, invece, si trovavano
praticamente nella loro posizione originaria d'immagazzinamento, collocate direttamente
sul fasciame.
La scoperta, tra i colli del primo e, soprattutto, del secondo strato del carico, della
suppellettile di bordo (pentole, piatti, brocche, anforette, bicchieri, ecc.) in posizione
di caduta, ha inequivocabilmente permesso di identificare nell'estremita' scavata dello
scafo, la zona poppiera (terzo poppiero), che di norma ospita sulle navi antiche la
cambusa con la cucina ed il corredo necessario all'equipaggio.
Nelle due ultime campagne (1987-1988), dopo il recupero di numerose anfore
del secondo strato del carico, e' stato liberato un settore del fasciame dello scafo, in
corrispondenza dell'asse di chiglia, su cui e' stata effettuata un'approfondita indagine
da parte di Piero Dell'Amico, esperto in archeologia navale. Il legno per la sua
consistenza spugnosa presentava notevoli problemi di conservazione, tuttavia prima di
ricoprirlo nuovamente con la sabbia nello stesso luogo di ritrovamento e' stato possibile
eseguire un dettagliato rilievo ed una accurata campagna fotografica. Si sono riconosciuti
cosi' i resti del cassone pertinente alla pompa di sentina e parti delle tavole del
pagliolato; le basi di due puntelli di sostegno del ponte e due piccole scasse.
L'esame dei residui del fasciarne intemo e delle tavole del fasciame estemo, accostate a
paro ed assemblate "a mortasa e tenone", ha permesso di riconoscere nella nave
del Giglio l'adozione del sistema costruttivo "a fasciame portante". Sulla base
delle indicazioni fornite dal tratto di fasciame messo in luce, si e' ipotizzato per la
nave del Giglio una lunghezza di circa 15 x 5 mt. di larghezza, misure che con le altre
caratteristiche tecniche dello scafo ben si adattano ad una robusta, seppure non grande
imbarcazione, del tipo noto per l'eta' imperiale.
L'esame delle strutture della nave e l'analisi dei materiali recuperati riconducono
concordemente alla prima eta' severiana (primo quarto del IlI sec. d.C.). La nave
trasportava un carico composto esclusivamente da anfore di tipo africano II
("africane grandi" A, in maggioranza, e B). Come indica chiaramente il nome,
queste anfore erano prodotte in Africa, nella Byzacena (odierna Tunisia), a
partire dalla fine del II sec. d.C. Caratteristiche formali (corpo cilindrico, collo
troncoconico, piede a fittone) e tecniche (sottigliezza delle pareti) contribuirono alla
loro ampia diffusione nel bacino mediterraneo, soprattutto per il trasporto del pesce
conservato o dei derivati della lavorazione ittica, prodotti molto frequenti sulle mense
di eta' romana.
Tracce cospicue di resina conservate anche negli esemplari del Giglio confermano anche per
questa nave lo stesso tipo di merce. Alcune delle anfore recuperate presentavano anche i
noti contrassegni a cerchiello impressi sul collo, di incerta interpretazione e, solo
pochi esemplari alcuni bolli: a tre lettere, forse riconducibili alle iniziali dei tria
nomina (prenome, nome e cognome) del produttore (LAS, LSV) e, in un solo
caso, col nome per esteso (HONORATI).
L'affermazione economica dell'Africa. Tranne
alcuni vetri (coppe e bicchieri), alla stessa area di produzione africana riconducono
tutti i materiali pertinenti al corredo di bordo: ceramica da cucina e da mensa,
soprattutto piatti, brocche, anforette per acqua, coperchi e un tegame, ma anche alcune
anfore vinarie ("mauretane") ed una olearia (africana piccola o IB). In
particolare una preziosa indicazione croriologica si recupera dalle lucerne a disco,
decorate con serto di alloro e bacche, di un tipo prodotto e largamente diffuso agli inizi
del III sec. d.C. All'eta' severiana risale infatti la piena affermazione economica delle
province dell'Africa Settentrionale, che diventano la principale fonte di
approvvigionamento di derrate alimentari e di manufatti industriali per Roma e l'intero
bacino deI Mediterraneo Occidentale.
La nave del Giglio, come gli altri relitti con carichi commerciali di analoga composizione
noti - a Capo Plemmirio in Sicilia, a Punta della Cera all'Elba, a Monaco e alle Baleari -
documentano le fasi iniziali di questo imponente flusso commerciale e, insieme con altre
sporadiche segnalazioni di anfore africane II A lungo le coste, permettono di ricostruire
le rotte seguite dagli armatori e commercianti africani (navicularii) per il
grande traffico diretto a Roma e per la piccola ridistribuzione locale. Questa in sintesi
e' la storia del relitto di Giglio Porto nei suoi risvolti fortunati, anche se, per il
lieto fine manca ancora la realizzazione dell'Antiquarium, che presto o tardi trovera' la
sua naturale sede nella Rocca di Giglio Castello, in corso di restauro. Tuttavia e'
evidente che la maggior parte delle strutture e del carico dell'antica nave giace ancora
sui fondali antistanti il porto, a portata di mano dei sommozzatori senza scrupoli, come
ha riportato in tono allarmato anche la stampa specializzata nelle discipllne subacquee.
Ma per la salvaguardia e protezione del relitto del Giglio, ferma restando la volonta' e
l'impegno di chi e' preposto alla sua tutela istituzionalmente, nessuna soluzione potra'
contribuire maggiormente della ferma consapevolezza che questo e gli altri complessi
archeologici sottomarini vanno rispettati perche' sono patrimonio di tutti.
Paola Rendini - archeologa e collaboratore della Soprintendenza Archeologica della Toscana
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