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testo di Marco D'Agostino
collaborazione di Maria Adelaide Binaghi, Luigi Fozzati, Luciano Salzani
foto di M. Brogiolo, M. D'Agostino, L. Fozzati, G. Merighi
estratto dall'articolo pubblicato sul numero
37 (aprile 1993) della rivista ![]()
La Galea di Lazise e' un unicum a livello mondiale. Si tratta,
infatti, del solo relitto di nave lunga a remi veneziana per ora rinvenuto e del quale
molti esperti di archeologia navale stanno attendendo con ansia il recupero. Gli studi
sulle galee sono stati infatti effettuati in gran parte sulla scorta dei trattati dei
secoli XV e XVI che, rivolti ai maestri d'ascia del tempo ed impiegando perciò un
linguaggio spesso oscuro, hanno generato dei dubbi scientifici di difficile soluzione
senza l'ausilio delle fonti archeologiche (in proposito si veda A. V. n. 21 - p. 77, n. 22
- p. 77 e n. 35 - pp. 68-69).
Un primo intervento trent'anni fa. Di questo
importante relitto si occupo' per primo ed in modo serio uno studioso locale di Lazise, il
conte Vittorio Cavazzocca Mazzanti che, in un articolo pubblicato nel 1932 dedicato alle
navi affondate nel lago di Garda, riferi' la notizia della presenza di due relitti
pertinenti all'affondamento del 1509. Egli aveva ripreso la notizia, per sua stessa
ammissione, dai diari dell'erudito Francesco Fontana, un naturalista di Lazise vissuto nel
1700, che su segnalazione dei pescatori locali era riuscito approssimativamente a
posizionare le due navi mediante mire a terra.
Ma la vera "scoperta" di uno degli scafi si deve al subacqueo romano Enrico
Scandurra che, come coordinatore tecnico della sezione subacquea del Museo Civico di
Storia Naturale di Verona, all'epoca diretto dal compianto Francesco Zorzi, riusci'
nell'estate del 1962 ad individuare dinanzi Lazise un relitto in buono stato di
conservazione alla profondita' di 27 m. Con l'impiego di pochi mezzi pionieristici e la
collaborazione di un valido gruppo di entusiasti subacquei sportivi, egli riusci' a
liberare la galea, coperta da un deposito di fango consolidato di circa un metro e mezzo
di spessore. Un enorme lavoro per quei tempi, svolto in due anni e con ben 163 immersioni
di scavo, effettuate con una sorbona azionata solamente da bombole. A Scandurra va inoltre
riconosciuto il merito di aver ricostruito filologicamente il percorso del 1438-39 (guerra
di Venezia contro il Ducato di Milano) che porto' via terra, in maniera rocambolesca,
alcune navi lunghe veneziane direttamente nel Garda. Il suo contributo ci sembra
determinante alla diffusione di un episodio storico incredibilmente poco conosciuto.
Lo scafo, in vista del recupero ritenuto imminente, fu purtroppo privato del pietrame di
zavorra e dei massi utilizzati per l'affondamento. Al suo interno furono rinvenuti alcuni
interessanti materiali della vita di bordo attualmente esposti in una saletta del Museo
Civico di Malcesirie (Vr), unitamente al fotomosaico del relitto e ad alcune riproduzioni
delle stampe commemoranti il trasporto via terra delle galee.
Nel lago fra predatori e pescatori. Nel corso del 1990 la Sopriritendenza Archeologica del Veneto, di concerto con il Servizio Tecnico per l'Archeologia Subacquea, ha effettuato un primo intervento atto a definire le condizioni strutturali del sito, esposto per anni alle incursioni dei predatori subacquei, a stabilire i criferi di massima utili al suo recupero integrale ed a ripulire lo scafo dal potente sedimento limoso ridepositatosi dopo l'intervento del '62. Su questi lavori abbiamo gia' in parte relazionato sulle pagine di questa rivista (A. V. nn. 5 e 22). Ne daremo, ora, un resoconto piu' esaustivo. Va anzitutto segnalato come la delicatezza strutturale del relitto e la presenza di fango impalpabile su un fondale di 27 m, con conseguenti difficolta' visive ed operative, abbiano di fatto imposto I'utilizzo di personale subacqueo professionista e con una certa esperienza di lavoro in situazioni difficoltose. Il timing delle immersioni, di 50 minuti circa, e' stato stabilito da Luigi Mayo, medico iperbarico dell'Universita' di Genova. La necessita' di evitare all'uomo, in acqua a circa 7°, lunghe e pesanti decompressioni ha suggerito una desaturazione veloce dei tessuti in ossigeno, effettuata a quota -6 e -3 metri.
Il relitto e le sue immediate vicinanze sono stati integralmente ripuliti
dal limo piu' recente in circa due mesi di lavoro. Una volta visibile, e' stata effettuata
un'analisi strutturale del natante, che ha rivelato una certa sofferenza dovuta alle
incursioni dei cercatori di souvenir ed ai tramagli da pesca, che sono stati rinvenuti in
discreta quantita' impigliati sulle ordinature. L'emozione della vista, a volo d'uccello e
nelle acque quasi buie del lago di Garda, dell'unica galea giunta sino a noi e' stata, a
questo punto dell'intervento, fortissima. Per poter documentare lo status quo e'
stato effettuato un fotomosaico che ha confermato alcune alterazioni morfometriche
rispetto a quello pubblicato da Scandurra negli anni 60. Si e' quindi proceduto al rilievo
ed al recupero del materiale ligneo di dimensioni minori.
Navi assemblate sul posto. Nella sua totalita'
lo scafo si presenta conservato per buona parte dell'opera viva (la parte di
un'imbarcazione al di sotto della linea di galleggiamentoj, eccettuate la prua e la poppa
le cui ruote hanno subito danni irreversibili. Le sovrastrutture e I'opera morta sono
completamente assenti. Questo e' spiegabile con il tipo di affondamento, provocato dal
riempimento delle stive con pietrame e con l'incendio della nave. Il fuoco ha divorato
certamente ogni elemento al di sopra della linea di galleggiamento ma, malgrado cio',
molti elementi non del tutto chiariti dai trattati antichi sono leggibili.
Interessantissima si e' rivelata, ad esempio, la scassa, formata da due grosse tavole
messe in opera di taglio ai lati del sottilissimo paramezzale. Essa era utilizzata come
guida per il piede dell'albero che era completamente abbattibile all'interno della corsia,
posta longitudinalmente a centro nave. Questa era l'unica zona di coperta completamente
percornbile della galea che, per il resto, era invasa dai banchi di voga. Essa era il
regno del sotocomito, una sorta di sergente dotato di frusta che, dal XVI secolo in poi,
era addetto al controllo dei galeotti ed alle loro punizioni corporali. La presenza degli
staminali in perfetta connessione sulle ordinate ha permesso di stabilire la posizione
esatta del madiere centrale, ovvero la parte da dove si cominciava ad assemblare la galea.
La sua posizione avanzata verso prua depone a favore della presenza di batterie pesanti
sulla rembata, giacche' era da questo elemento che dipendeva I'equilibrio dello scafo al
galleggiamento.
Questo dato potrebbe inficiare a nostro avviso l'attribuzione di questo relitto, come
suggerito da Scandurra, alla piccola flotta trasportata nel 1438-39 attraverso i monti.
Alla meta' del XV secolo le galee non erano ancora dotate di cannoni e, del resto, quelle
navi furono sbaragliate integralmente nel 1440 dai milanesi. E', altresi', certo che una
galea raramente aveva una vita superiore ai 15 anni. Tuttavia, l'unicita' del reperto e la
notizia secondo cui il Loredan trovo' nell'Arsenale di Lazise due galee molto malandate
lasciano molti dubbi sulla reale datazione dello scafo. Esso potrebbe forse appartenere a
quelle navi assemblate direttamente sul lago nel 1440 o, al piu' tardi, nella seconda
meta' del secolo. A questo proposito, e' tutta da indagare l'attivita' costruttiva del
piccolo Arsenale di Lazise e la presenza nella localita' gardesana di maestranze locali
guidate da un mastro o provenienti direttamente da Venezia.
A trent'anni di distanza dall'intervento di Scandurra la Soprintendenza Archeologica del
Veneto, unitamente allo STAS ed al Comune di Lazise, sta mettendo a punto un opporluno
progetto di recupero, studio e musealizzazione di questo eccezionale reperto. Allo scopo
e' in corso di elaborazione un carnet di proposte tecniche che un'apposita commissione
multidisciplinare, formata da addetti ai lavori di diversi settori (ingegneri navali e
strutturalisti, archeologi navali e subacquei, tecnici addetti ai trasporti eccezionali,
geologi paleobotanici), sara' demandata ad esaminare.
Una volta recuperata, la galea del Garda contribuira' a svelare l'antico segreto dei proti
(i capi dei maestri d'ascia), un mistero costruttivo celato da più di cinquecento anni.
Marco D Agostino - archeologo, medievista e subaqueo
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