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di Rosalba Panvini
collaborazione di Edoardo Riccardi
estratto dall'articolo pubblicato sul numero
37 (aprile 1993) della rivista ![]()
La ricchezza e la varieta' del patrimonio archeologico di Gela non finiscono mai di stupire ed ora la colonia rodio-cretese si ripropone nuovamente all'attenzione per i ritrovamenti subacquei fatti negli ultimi anni, che hanno contribuito ad arricchire il quadro delle conoscenze sulle relazioni commerciali della citta' greca e sulla probabile ubicazione delle sue strutture portuali a completamento dell'organizzazione urbana, gia' dall'epoca arcaica (VI sec. a.C.).
Naufragio in basso fondale. La scoperta
subacquea piu' importante e' costituita dal ritrovamento di un relitto greco, la cui
presenza nel tratto di mare antistante la costa di Gela venne segnalata gia' alla fine del
1988 da due subacquei locali, Gianni Occhipinti e Gino Morteo, i quali consegnarono al
Museo di Gela quattro arule fittili (piccoli altari in terracotta) di forma rettangolare,
decorate da una fascia centrale di palmette e fiori di loto sovraddipinte in bianco e
rosso, da una fascia di ovuli, che segnano l'estremo del coronamento, e da una fascia
continua decorata con onde alla base. Insieme a questi reperti furono consegnati anche un
tripode bronzeo, costituito da un anello sostenuto da zampe leonine, e due frammenti di
una coppa a figure nere, della quale sono state poi recuperate durante lo scavo altre
porzioni che hanno consentito di ricostruire la scena figurata: su un lato e' una figura
maschile ammantata che incede verso sinistra, mentre sull'altro lato e' raffigurato un
cavaliere al galoppo nell'atto di volgere la testa indietro; le due scene sono definite da
palmette dipinte sotto le anse ricurve.
Allo scavo del relitto sono state dedicate cinque campagne di scavo succedutesi ogni
estate dal 1989 al 1992, mentre a tutt'oggi resta da completare l'indagine nella zona di
prua: i resti dello scafo, orientato a 30°, giacciono su un fondale di 4-5 mt a 800 metri
dalla costa e a quasi un km ad est dal molo Agip di Gela. II fondale apparentemente
sabbioso e' risultato invece formato da piu' strati di argilla sovrapposti e altemati con
diversi spessori a strati di ghiaia e sabbia piu' o meno fine. Anche all'interno del
relitto si trovano strati di sabbia e argilla e cio' ha giovato in particolare alla
conservazione di alcuni reperti, quali quelli in fibre vegetali, e ha protetto le
strutture lignee dall'azione distruttrice del mare.
Uno strato di grosse pietre. Al momento dello
scavo, il relitto era coperto da uno strato di grosse pietre informi e irregolari,
disposte su tutto lo scafo, mentre parzialmente liberi erano il paramezzale e la scassa
dell'albero. II pietrame e' da identificare come zavorra, caricata in diversi tempi e nei
porti toccati durante la rotta, in sostituzione del carico commerciale. E' probabile che
le pietre fossero contenute in vani definiti da paratie lignee e che, costituendo appunto
la zavorra della nave, sarebbero state scaricate nell'ultimo porto che si prevedeva di
raggiungere, per imbarcare un carico completo di merce comune o di beni di consumo. Sotto
lo strato di pietre si e' messo in luce il paramezzale fin verso nord, nella zona di
poppa, dove e' stata rinvenuta, al di sotto e sempre sull'asse, la ruota di poppa.
Sotto le pietre sono stati ritrovati molti pioli dello spessore di 9 cm, disposti
parallelamente alla scassa e su entrambi i lati; alcuni presentano un puntale lavorato e
sagomato per essere inserito dentro un incavo e dei fori in corrispondenza di una apposita
sagomatura. Non e' chiara la funzione e la destinaziorie di tali elementi; evidentemente
essi non sono da interpretare come puntelli di sostegno dei bagli del ponte, perche' in
quel caso sarebbero stati trovati spezzati in molti punti dello scavo.
Nelle zone di poppa e centro prua e' stata ritrovata una stuoia in fibre vegetali,
probabilmente stesa in origine per poggiare gli oggetti e la merce su una base costituita
da legni affiancati; essa si e' presentata intrisa di sabbia e fango e, pertanto, e' stato
difficile procedere alla sua rimozione.
Un carico abbondante e vario. Del carico, in
parte recuperato anche nella zona di prua e superficialmente anche a poppa, facevano parte
numerose anfore chiote, attiche, puniche, lesbie, corinzie di tipo A, massaliote e samie:
non tutte erano ricoperte di pece all'interno e cio' fa supporre che sulla nave fossero
trasportati oltre al vino, anche prodotti alimentari, come ad esempio, l'olio. Per il
trasporto di prodotti alimentari erano stati utilizzati anche canestri in fibre vegetali,
in parte intessuti con fibre graminacee (come dimostrano le analisi effettuate sui
campioni prelevati) chiusi con bordo di legno cucito a sacco, per il quale era stata
utilizzata l'essenza l'essenza di fico, e ricoperti di pece all'intemo; sette sono i
canestri fino ad oggi scoperti nella zona di prua. Tra i materiali recuperati vanno
innanzitutto segnalati gli oggetti relativi a suppellettili di cambusa per I'uso
quotidiano dell'equipaggio, cioe' pentole, brocche, lucerne, coperchietti, ciotole,
piatti, ami e attrezzature di bordo, quale uno scandaglio plumbeo. Non mancano le carcasse
di animali evidentemente trasportati come viveri per le persone dell'equipaggio.
Tra la merce pregiata vi erano kylikesdi tipo ionico B2, vasellame attico a
vernice nera (coppetta su piede, paterette, ciotolina a saliera, piatti decorati a fasce, skyphoi,
un'oinochoe attica a figure nere con scena di duello tra la dea Athena e il
gigante Encelado). Di particolare rilievo e' il ritrovamento di quattro askoi
attici del tipo a ciambella, due a vernice nera e due rari esemplari a figure rosse, di
finissima fattura con coppia di figure sulla fascia superiore attorno al foro centrale:
sul primo di questi ultimi due giovani banchettanti, e' leggibile I'iscrizione Kalo
epoisen; sul secondo due sileni in libagione con una semplice iscrizione riferita
all'attivita' del vasaio. I due askoi figurati si datano al 510-480 a.C.
Cerimonie di culto in navigazione. Altro materiale di pregio e' senz'altro un manico di colino bronzeo, con parte terminale di attacco configurata a testa di anatra, un cinghialetto fittile e il braccino di una statuetta lignea con mano protesa nell'atto di reggere un oggetto, forse una lancia di metallo, come lasciano supporre le tracce di tale materiale evidenziate all'interno del pugno.
E' probabile che il braccino fosse pertinente ad un piccolo simulacro di
Athena Promachos (protettrice) o di Poseidone. Proprio il ritrovamento di questo
particolare ogqetto e di altri (quali le arule fittili, il tripode bronzeo, il
cinghialetto, le coppette su piede e gli askoi figurati, decorati da scene di
libagione e di satiri) hanno fatto sorgere il sospetto che sulla nave si potessero
svolgere durante la navigazione cerimonie e culti in onore di divinitą utilizzando gli
oggetti, che poi sarebbero stati venduti come merce pregiata, una volta raggiunto il porto
di destinazione. Non e' difficile credere che i marinai costretti ad affrontare lunghi
viaggi potessero compiere cerimonie sulla nave durante la navigazione, senza attendere di
raggiungere la terraferma per onorare la divinita'.
Non stupisce una tale interpretazione se pensiamo al rapporto che l'uomo ha avuto con il
mare, visto quest'ultimo come elemento sconfinato ed imprevedibile, i cui improvvisi
cambiamenti erano attribuiti ad entita' sovrumane per comportamenti dell'uomo che potevano
avere oltraggiato le divinitą. E il mare e' stato popolato dalla fantasia dell'uomo di
divinita' e demoni, cosi come traspare dalla tradizione mitologica e da quella letteraria,
che hanno lasciato il ricordo di episodi di divinita' legate alla navigazione, ovvero di
cerimonie fatte prima della partenza delle navi, sia per spedizioni militari che
mercantili.
Affondata in vista del porto. La diversita' del
carico di merce trasportato suggerisce l'ipotesi che la nave dovesse aver toccato durante
la rotta porti e approdi, che fungevano da punti di immagazzinaggio e di smistamento dei
prodotti. L'esame del materiale ritrovato consente di identificare nel bacino dell'Egeo il
luogo di provenienza della nave,anche se essa tocco' poi i porti dell'Attica, il Pireo
(data la presenza di materiale a vernice nera e figurato recuperato), e quindi alcuni
porti della costa siciliana, come attestano alcuni campioni gia' analizzati di pietre
pertinenti alla zavorra.
Un'improvvisa tempesta impedi' alla nave di raggiungere il porto di Gela, localizzabile
nel tratto di costa a sud dell'acropoli di Molino a Vento, nella zona chiamata Bosco
Littorio, prossima alla foce del fiume Gela: e' proprio in questa zona che sono stati
individuati i resti di un emporio arcaico ed e' proprio nel tratto di costa antistante ad
esso che e' stato ritrovato il relitto. Questo punto di approdo dovette essere abbandonato
quando la citta' fu ricostruita nella zona di Capo Soprano, nel settore ovest (nel IV sec.
a.C.), dove venne impiantato anche il nuovo porto in prossimita' dell'attuale Porto
Rifugio; ad esso e' pertinente una struttura muraria di grossi conci di tufo, che si
prolunga in mare per circa 200 mt.
La Soprintendenza per i Beni Culturali di Caltanissetta avviera' quanto prima una campagna
di ricerca archeologica per definire l'area e l'estensione del porto di eta' ellenistica e
congiuntamente saranno eseguite prospezioni nel tratto di costa prossimo alla foce del
fiume Gela per individuare con esattezza l'area dell'approdo arcaico della colonia greca,
meta anche della nostra nave.
Rosalba Panvini - dirigente tecnico archeologo della Soprintendenza ai beni culturali di Caltanissetta
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