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IL "GALEONE" DI PESARO
di Umberto Spadoni, Cecilia Profumo, Edoardo Riccardi, Franco Semenza, Giovanna Nastasi

estratto dall'articolo pubblicato sul n. 45
(maggio/giugno 1994) della rivista ![]()
Ha ormai quindici anni. E' un bel tipo robusto e si trova addosso un nome un po' altisonante e ingombrante, di quelli che per la suggestione di un momento ti vengono affibbiati e poi sono affari tuoi imparare a portarli con disinvoltura. Si chiama Galeone. E il cognome fa: di Pesaro. E' venuto alla luce nell'estate del 1978 in seguito alla posa di scogliere frangi-flutti a pochi metri dalla spiaggia di Levante della citta' marchigiana. Il gioco delle correnti, che aveva ripulito dalla sabbia e dai detriti depositati la prua di un relitto, aveva consentito il recupero, da parte degli aderenti al Gruppo archeologico Sub Tridente, di una serie consistente di reperti, il cui pezzo forte era costituito da tre cannoni.
Fra echi di battaglie navali. Da qui baleno' immediatamente l'idea di trovarsi di fronte ad una nave da guerra, poi il gusto mitologico e l'irresistibile tendenza all'iperbole, che marchia chi ha a che fare con il mare, fecero il resto e battezzarono la creatura. Fin dai suoi primi mesi di vita si sapeva comunque che «Galeone» non e' un galeone. Gli stessi cannoni, due fucili riportati al- la superficie e gli altri reperti, oggi raccolti in una sezione del piccolo Museo del Mare presso Villa Molaroni a Pesaro, consentirono di datare il relitto al XVIII secolo.
Rifacendosi ad una pagina di cronaca locale del XVIII secolo di
Domenico Bonamini si penso' a una nave francese colpita da un mezzo austriaco nel corso di
una battaglia svoltasi di fronte a Pesaro nel 1799, nel quadro delle guerre napoleoniche.
A conforto di questa ipotesi c'erano alcune ordinate di prua che sembravano presentare
segni di bruciatura.
Per lungo tempo, tredici anni per l'esattezza, si lavoro' intorno ai reperti e i soci del
Sub Tridente organizzarono mostre e documentazioni, ma il relitto, che era il testimone
piu' prezioso, ritorno' al suo sonno marino, avvolto da un denso strato di sabbia e
detriti. I motivi di questo lungo letargo sono i soliti, che non occorrerebbe neanche
ricordare: la cronica mancariza di fondi destinata ai beni culturali, malintesi
burocratici e forse, in alcuni ambienti, la sottovalutazione del ritrovamento.
Nel 1991 la Soprintendenza archeologica delle Marche affido' alla Cooperativa Aquarius di
Milano un breve intervento di sondaggio a poppa del relitto. Un primo tentativo
nell'ottobre del 1992 ando' a vuoto per le coridizioni meteorologiche avverse. Il secondo
tentativo ha dato invece buoni risultati. L'intervento era stato programmato da Maria
Cecilia Profumo, archeologo della Soprintendenza delle Marche, in collaborazione con il
Servizio tecnico per l'archeologia subacquea. Il gruppo Sub Tridente mise a dísposizione
mezzi e membri della societa' per i lavori di scavo coordinati dall'archeologo dello Stas
Edoardo Riccardi. Le discrete condizioni del tempo consentirono di lavorare con una certa
continuita' per una quindicina di giorni. Il problema principale infatti, dato che il
relitto si trova a poca distanza dalla riva a ridosso di una scogliera, e' costituito
dalle mareggiate che non permettono un ancoraggio sicuro al pontone mobile su cui e' posta
la sorbona di scavo. Altro problema e' stato quello della visibilita', piuttosto scarsa in
un fondale basso e sabbioso. Un vantaggio comunque e' quello di poter lavorare, abbastanza
a lungo, data la scarsa profondita', cosi' i vari gruppi subacquei hanno potuto operare
con turni di almeno 8 ore giornaliere.
Elementi che complicano l'enigma. In questa occasione lo scavo di un'area di circa 70 mq ha riportato alla luce una parte della poppa, dal dritto al paramezzale, alle ordinate, al fasciame esterno di destra e di sinistra.
Gli elementi strutturali esaminati (paramezzale, fasciame, ordinate,
serrettoni, alcuni chiodi) fanno pensare a modalita' costruttive che non appartengono
certamente alle tradizioni locali.
La barca e' sbandata a sinistra di 10 gradi e i reperti recuperati si trovavano quasi
esclusivamente su questo lato. Sono stati recuperati integri: tre bottiglie, alcuni
bicchieri con relativo coperchietto, una brocchetta e un contenitore di vetro a forma di
foglia e qualche attrezzatura di bordo, mentre un numero notevole di terraglie e
contenitori in ceramica risultano purtroppo iri frammenti. Un po' di buona sorte ha pero'
voluto premiare il lavoro: un fondo di piatto con un marchio di fabbrica (forse inglese).
«Galeone» insomma continua a riservare sorprese e a complicare l'enigma. Anche I'ipotesi
della nave da guerra francese - che peraltro non era gia' molto convincente - sembra
cedere il passo di fronte a nuovi elementi che fanno invece pensare a una grossa barca
mercantile, lunga circa 30 mt. e larga 10, francese o inglese, che trasportava merci non
particolarmente pregiate, come sembra suggerire la fattura dei bicchieri e dei contenitori
in vetro.
Una preziosa esperienza di collaborazione.
Dovremmo trovarci di fronte ad un naufragio causato da una tempesta. Purtroppo le ricerche
sui documenti d'archivio non hanno portato luce. La segnalazione, in una gazzetta locale
della seconda meta' del Settecento, di una grossa burrasca che colpi' la citta' e provoco'
l'affondamento di tre imbarcazioni inglesi e francesi, cozza contro la possibile datazione
del marchio di fabbrica presente sul fondo di un piatto.
A questo punto le risposte, o altri rebus, possono ricavarsi dalle analisi gia' iniziate
su alcuni reperti come le tre bottiglie rinvenute ancora sigillate, che si presume possano
contenere vino o liquore, ma soprattutto da cio' che ancora il relitto di Pesaro conserva
nel suo grembo, ancora molto ampio e capace a quanto sembra. «Galeone» tornera' ora al
suo giusto sonno. Vorremmo pero' poter tornare a svegliarlo di anno in anno per lungo
tempo ancora perche' crediamo che le sorprese che puo' riservarci e le risposte che ci
puo' fornire siano tante.
Vogliamo infine sottolineare che l'esperienza pesarese di una collaborazione tra
Soprintendenza archeologica, Stas e una societa' sportiva quale il Sub Tridente e'
abbastanza rara, forse non generalizzabile, ma certo non trascurabile. Inoltre le stesse
condizioni ambientali in cui si trova il relitto, circa 4 m di profondita' ma con
visibilita' molto ridotta, che crea disagio ma non pericolo per chi lavora in acqua,
potrebbero essere ideali per una scuola di archeologia subacquea sul campo. Essa potrebbe
avere come oggetto un relitto forse unico nel suo genere dato che, come ha affermato
Edoardo Riccardi, molte sono le fonti scritte su questo tipo di imbarcazione, ma non vi
sono testimonianze archeologiche.
Umberto Spadoni
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