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I SEGRETI DELLA SECCA

di Mario Mazzoli (A.S.S.O.) - articolo pubblicato sulla rivista MONDO SOMMERSO - Aprile 1992

 

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Tempo fa, in metropolitana, mi sono trovato a sbirciare il giornale di una attempata signora che, schiacciata tra altre, continuava imperterrita a leggere un articolo che annunciava l'approvazione della Legge sul volontariato.
Protezione civile, assistenza sanitaria .., beni culturali; finanziamenti, coordinamento, ecc. La mente mi e' subito andata alla Secca dei Mattoni.

Si tratta di una secca che si trova tra le isole di Ponza e Palmarola dove anni fa, quando eravamo ancora la sezione di ricerca subacquea dell'Archeoclub d'Italia, effettuammo tre campagne di scavo su un importante relitto repubblicano, autotassandoci ed inventandoci di tutto, comprese alcune trasmissioni RAI, per finanziare lo scavo gentilmente, e sagacemente, autorizzato dalla Soprintendenza Archeologica per il Lazio.

Mi sono ricordato dell'enorme mole di lavoro, della ottima qualita' dei risultati ottenuti comparata con la brevita' degli interventi (causa finanziamenti nulli) e del gran numero di persone coinvolte e cio' mi ha fatto riflettere anche sulle recenti voci tendenti a far fuori i volontari in queste attivita' a favore di ditte private...
Lungi da me impelagarmi nelle solite disquisizioni tra volontari, ditte e soprintendenze, perche', come potrete ben immaginare, ogni caso costituisce storia a se' stante; ma e' certo che le organizzazioni volontarie credibili potrebbero trarre da queste leggi qualche opportunita' in piu' da far valere nei confronti dei fautori assoluti del "ditta e' bello". Nella nostra esperienza, lavorando anche in team anche con ditte specializzate, la formula si e' rivelata di successo.
Rimurginando su queste cose passarono un po' di giorni, sino a quando non telefono ' Giuliana Galli per confermarci che si era laureata in lettere antiche, a pieni voti, discutendo una tesi sul relitto della Secca dei Mattoni. Riporto' cosi' la nostra attenzione su quanto costituiva un passato importante, temporaneamente archiviato in attesa di nuove opportunita'.

L'isola di Ponza fu frequentata dai Volsci, Fenici e dai Greci che si dice la nominarono PONTIA per la grande distesa di mare che la divide dalla costa. I romani vi si insediarono stabilmente costruedo acquedotti, ville e peschiere. Fu luogo di esilio sino quasi ai giorni nostri. Ci passavano importanti vie di comunicazione e commercio marittimo ed il relitto in questione ne costituisce una importante testimonianza.
La nave oneraria di Ponza e' stata oggetto di tre campagne di ricerca (1986, 87 e 88) volute ed effettuate da quella che allora era la Sezione di Ricerca Subacquea della Sede Centrale dell'Archeoclub d'Italia che oggi e' in gran parte confluita nella ASSO.
Queste campagne impegnarono molto personale e si rivelarono preziose le collaborazioni del Nucleo Subacquei dei Carabinieri e dei Sommozzatori del Gruppo Aerosoccorritori dell'Aeronautica Militare.

La scarsezza delle risorse disponibili ci fece optare per uno scavo a trincea anziche', come avremmo preferito, per uno per grandi aree e la raccolta dei dati e' stata chiaramente influenzata dal tipo di scavo. La finalita' era di individuare la parte centrale dell'imbarcazione, studiarne il carico e ottenere degli elementi di studio per definirne l'architettura navale.

I risutati furono piu' vicini al primo che non al secondo obiettivo. La nave adagiata su un fondale di 30 metri, aveva almeno due carichi differenziati, costituiti da anfore di Brindisi, nello strato inferiore, e da anfore di tipo Dressel 1 e Lamboglia 2.

Quest'ultime sono piu' frequenti e posizionate nello strato superiore. Il carico nella sua totalita' sembrerebbe rientrare in una ben determinata tipologia gia' nota dal rinvenimento di altri relitti soprattutto lungo la penisola iberica (Estartit, a Nord di Barcellona, Sa Nau Perduda, nei pressi di Gerona e San Jordi nell'isola Maiorca), lungo la costa francese del Mediterraneo (Madrague de Giens, CavaliŠre, Titan, Grand Colongue' ed altri) e lungo la costa italiana tirrenica(Punta Scaletta, Capo Graziano, Spargi, Albenga ed altri). Il tutto coerente con una ben precisa rotta commerciale che portava vino e ceramica da mensa dal Sud d'Italia fino in Gallia, nell'arco cronologico compreso tra il II ed il I secolo a.C.. Cio' avvenne, in modo particolare, dopo la legge del senato romano che proibiva la coltivazione della vite nelle province.

Le anfore Dressel 1, per la loro forma allungata, erano disposte in vari strati in modo da sfruttare nella maniera piu' razionale possibile lo spazio della stiva, inserendo il puntale delle anfore dello strato superiore tra tre colli dello strato inferiore. Tra i contenitori veniva frapposta, per ridurne l'attrito, della paglia e negli spazi vuoti degli stati superiori venivano collocati dei lotti di ceramica a vernice nera, al momento dello scavo ancora impilati nella posizione originaria. Ceramica comune e ceramica a vernice rossa interna completavano il carico della nave di Ponza.

In base ai dati ottenuti da questo ed altri relitti, si e' avvalorato il fatto che la ceramica , generalmente, non rivestiva un ruolo principale nel trasporto via mare e, a parte in qualche occasione durante l'eta' imperiale, e' sempre aggregata ad altri commerci soprattutto a carattere alimentare.

Le anfore della Secca dei Mattoni, che non presentano bolli o tituli picti, sono riconducibili a tre forme riferibili a diverse zone di produzione distribuite sui due versanti della penisola; quello tirrenico per le Dressel 1 e quello adriatico per le Lamboglia 2 e le anfore di Brindisi.

Le Dressel 1, prodotte prevalentemente in Etruria, Lazio meridionale e Campania, hanno avuto notevole diffusione (Francia, Spagna, Inghilterra, ec). La loro affermazione puo' essere inserita verso la meta' del II secolo a. C. mentre la graduale scomparsa del commercio vinario dell'impero verso le province ne segnera' la scomparsa. Ne abbiamo rinvenute di tre sottotipi: le 1A nello strato ultimo del carico piu' esposte ad agenti marini e umani, le 1B piu' alte delle 1A (circa 1.10 cm) con orlo piu' alto e meno inclinato, anse dritte parallele al collo, stacco netto tra spalla, quasi orizzontale, e la pancia alta con puntale slanciato, le 1C ancora piu' alte (cm 1.18) con la pancia piu' affusolata, anse particolarmente marcate piu' addossate alla base del collo rispetto agli altri sottotipi 1A e 1B.
Interessante e' poi un esemplare ritenuto "unicum" poiche' riunisce le caratteristiche sia delle Dr 1A che 1B pur non appartenendo ne' all'uno ne' all'altro.

Le Lamboglia 2, invece, sono considerate in genere le anfore adriatiche dell'eta' repubblicana. Grossa pancia, collo corto, breve orlo a fascia ribattuta, anse dritte e parallele al collo, puntale lungo e stretto.
Contrariamente al prevalente utilizzo oleario di questi contenitori le Lamboglia 2 di Ponza, data la presenza di impeciatura interna, sono sicuramente vinarie.

L'anfora di Brindisi, recuperata in chiusura cantiere, si trovava insieme ad altre uguali, divise con delle delle tavole dal resto del carico. Questi contenitori hanno avuto prevalente diffusione verso oriente ma quello recuperato troverebbe un confronto abbastanza stretto con un esemplare proveniente da Adge, in Francia, timbrato TUCCIUS GALEO.

Sono stati rinvenuti inoltre molti opercoli in ceramica. Costituivano il sistema di chiusura delle anfore che, in sequenza, era costituito da: un tappo di sughero, uno di ceramica e sigillo di pozzolana con iscrizione. Puo' essere intressante soffermaci sui sigilli di pozzolana sui quali venivano apposti marchi o nomi di coloro che volevano garantire l'intergita' del prodotto.
Prevalentemente si trattava di mercanti, non di produttori, in alcuni casi anche proprietari della nave come nel caso del sigillo di un certo Sextius Arrius, rinvenuto sul relitto di Dramont A, che aveva timbrato anche il ceppo dell'ancora della sua nave.

Sui frammenti di sigilli rinvenuti nel relitto della Secca dei Mattoni, a doppia corona impressa, appare il nome al genitivo di A SAVFEI sul quale Giuliana Galli ha rinvenuto delle indicazioni prospografiche. Giuliana deduce che il nostro Aulo doveva essere di origine prenestina o comunque italico meridionale, con lo status di liberto (uno schiavo liberato secondo le forme previste dal diritto civile romano) che "piu' si adatta alla funzione che doveva svolgere a bordo" (vedi aggiornamento).

Molti sono stati i rinvenimenti di ceramica a vernice nera o "ceramica campana" che grazie al traffico marittimo trovo' facile ed esteso mercato. Quella della Secca dei Mattoni e' quella che Lamboglia identifica come B, attribuibile alla fine del II e gli inizi del I secolo a.C. E' prevalentemente costituita da tazze tipo Morel 2323 e 1222, vasi a pisside Lamboglia 3 (specie Morel 7450 e 7550), altre forme come la Lamboglia 5 delle patere (basse ciotole prive di manici), urnette Lamboglia 10 e due unguentari fusiformi.
Sono stati rinvenuti, inoltre, frammenti, di ceramica comune che, ben studiati, fanno supporrre che si tratti degli oggetti da cucina utilizzati dall'equipaggio.

Lo studio della Dr.ssa Galli oltre ad arricchire le nostre conoscenze sul relitto, meglio puntualizza le nostre precedenti stime sulla data di affondamento (prima meta' I secolo a.C.) attribuendolo ad un periodo tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C. Ci conferma poi la rotta ipotizzando, grazie alla disposizione del carico, la partenza dalla coste pugliesi, scalo in Campania, probabilmente a Pozzuoli dove carico' le Dressel 1 e le Lamboglia 2, per proseguire verso la Gallia Narbonense o, passando attraverso le Bocche di Bonifacio, verso la Spagna.

Peccato, per loro, che questa grande nave da cabotaggio finisse per affondare nei pressi Ponza dove speriamo, con il tempo e maggiori possibilita' delle attuali di poterle strappare, con uno studio sistematico a grande area, piu' segreti ed informazioni di quanto i nostri lavori e le ricerche di Giuliana Galli abbiano potuto fare.

 

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