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di Mario Mazzoli - Estratto dall'intervento presso il Convegno di Archeologia Subacquea "ANZIOMARE 1996"
Quando si parla di speleologia si pensa allo
speleologo esclusivamente come ad un signore/a con stivali, tuta di gomma, casco con
lampada a carburo, corde, bloccanti e moschettoni. E' vero, ma quando le ricerche si
orientano verso ambienti ipogeici allagati o interamente sommersi il "tecnico"
e' un altro: lo speleosub.
Non tratteremo qui le modalita', le attrezzature specifiche e le competenze necessarie per
affrontare la ricerca speleologica subacquea in termini credibili e di sicurezza perche'
tale trattazione ci porterebbe lontani dall'oggetto dell'intervento. Rinviamo quindi chi
voglia saperne di piu' al nuovo Manuale di Speleologia
Subacquea della Societa' Speleologica Italiana.
Soffermiamoci, invece, sul potenziale e sui deterrenti che questa attivita' incontra in ambiti archeologici tenendo sempre presente che in speleosubacquea esiste poco margine per riparare ad errori legati al rischio di alterazione di un giacimento archeologico e, soprattutto, della vita del subacqueo. A quest'ultimo proposito e' fondamentale valutare con professionalita' i rischi che corriamo e che facciamo correre ai nostri compagni di immersione. E' quindi necessario per chi si voglia avvicinare a questa disciplina non praticare un "fai da te" ma riferirsi alla Scuola Nazionale di Speleologia Subacquea della S.S.I. Quest'ultima potra' indirizzare per gli specifici corsi o mettere in contatto chi abbia necessita' di ricerche speleosubacquee con il gruppo o lo speleosub piu' competente della zona.
Per cio' che si riferisce all'archeologia, il primo importante
contributo dello speleosub e' quello di trovare accessi a grotte ormai sigillate dalle
modificazioni del livello delle acque o da crolli. In questo ambito le grotte costiere
sommerse costituiscono un enorme serbatoio di storia che il mare, innalzandosi di circa
100 metri negli ultimi 20.000 anni, protegge gelosamente.
Citiamo a questo proposito un esempio famoso: la scoperta della Grotta
Cosquer.
Il subacqueo francese, dal quale la grotta prende il nome, vi entro' attraverso una
entrata sommersa che, a - 36 metri, si apriva su una scogliera calcarea vicino Marsiglia.
Segui' un condotto di circa 180 metri per uscire in un ambiente sotterraneo solo
parzialmente sommerso. Lo visito' e con suo grande stupore scopri' antichissime pitture e
segni di frequentazione umana.
Gli studi successivi identificarono in questa grotta un importantissimo santuario usato in
almeno due periodi dei quali il piu' antico risalirebbe a più di 20.000 anni a.C. Ai
sopralluoghi sono seguiti gli interventi del DRASM (Dipartimento delle Ricerche
Archeologiche Sottomarine del Ministero della Cultura Francese) che oltre a
consentire il rilevamento della grotta, delle pitture e incisioni hanno reso possibile la
ricostruzione delle antiche linee di costa e ulteriormente abbassato la datazione di primo
utilizzo che oggi viene attestata intorno ai 27.000 anni a.C.
Torniamo per un attimo all'aspetto della sicurezza.
Un giorno, dopo la sua scoperta, Cosquer torno' sul posto. Mentre ripercorreva il cunicolo
per uscire dalla grotta la luce gli si spense. Non era troppo lontano dall'entrata per
cui, a tastoni lungo le pareti che fortunatamente non presentavano grandi spaccature nelle
quali avrebbe potuto perdersi, riuscì a guadagnare le acque libere.
Lui stesso racconta che la gran paura di quella volta gli ha scolpito in mente la differenza tra la subacquea e la speleologia subacquea. Questo piccolo contrattempo, occorso ad un subacqueo esperto e che ha avuto la fortuna di poterlo raccontare, aiuta a ricordare che oltre a vagliare cautamente la scelta degli speleosub cercando di verificarne il curriculum bisogna, per queste attivita', sempre diffidare di coloro che hanno avuto esperienze esclusivamente in mare aperto.
Se dalla sicurezza delle persone passiamo a quella dei giacimenti archeologici e' evidente che cio' che a noi interessa sia la correttezza delle operazioni.
Le ricerche in ambienti di questo tipo, dove puo' essere rilevata la presenza di resti umani ed animali e dove l'alterazione del contesto assume effetti devastanti, vanno condotte dallo speleosub usando la massima accortezza nella progressione esplorativa. L'eventuale rimozione dei reperti e lo scavo stratigrafico vanno ovviamente gestiti esclusivamente da personale competente e quindi al rinvenimento di ossa umane andra' fatto seguire l'intervento di un paleoantropologo e in casi di altri materiali o segni di presenza umana il suo collega paletnologo giochera' un ruolo di primaria importanza. Stante la scarsa probabilita' che lo speleosub possa essere l'uno o l'altro, bisogna che questi si limiti a documentare meglio possibile la scoperta per poi segnalarla per iscritto alla Soprintendenza competente.
A questo punto voi potreste dire: "E poi ? Sappiamo benissimo che gli speleosub sono pochissimi e che gli archeologi speleosubacquei sono ancora meno; chi studierebbe quel sito ?"
Obiezione pertinente! Siamo di fronte ad un caso analogo al
pionerismo dell'archeologia subacquea quando chi andava in acqua erano i tecnici o gli
sportivi e gli archeologi stavano fuori. E' proprio per questo che ne vorremmo discutere
anche con la comunita' archeologica e questo convegno ce ne offre spunto .
Noi speleosub crediamo che l'esperienza possa servire a stabilire sin da subito un
rapporto di collaborazione tra le varie componenti tecniche e scientifiche necessarie alla
conduzione di tali ricerche. Questa nuova frontiera dell'archeologia non deve diventare
una palestra di devastazione per speleosub archeologicamente sprovveduti o la tomba di
archeologi che non sopravviverebbero ad un'immersione in grotta. L'avvicinamento di questi
due mondi e' effettivamente un po' difficoltoso ma le prospettive lo rendono mandatorio.
Un'altra area di applicazione delle tecniche speleosubacquee e' quella degli ambienti artificiali come pozzi, cunicoli, cisterne, acquedotti o altre aree sotterranee costruite a fini idrici o successivamente inondate. Mentre per le grotte esiste una sorta di selezione tecnica degli speleosub, in quest'ambito la scarsa profondita' degli ambienti e la relativa facilita' di accesso agli stessi lascia spazio a qualche improvvisato in più.
Ci e' stato riferito, ad esempio, di prospezioni in ambienti
ipogeici artificiali parzialmente sommersi da parte di subacquei che in muta maldiviana,
monobombola e torcetta in mano rumoreggiavano per far scappare i topi nella speranza che
si portassero via anche il loro carico di leptospirosi.
Il fatto e' piuttosto ridicolo anche se dovrebbe esserci del tragico. Infatti, se da una
parte e' vero che, in ambienti artificiali, non sempre necessitano attrezzature
sofisticate e che ogni caso va visto come a se' stante, dall'altra ci sono delle regole di
base e delle tecniche che non sono proprie dell'improvvisazione.
Anche se c'e' da superare solo il buco in una parete che si
immerge nel fango o un cunicolo sommerso per pochi metri; chi e' esperto sa come
fronteggiare eventuali accumuli di gas irrespirabili prodotti da materiali organici che
possono trovarsi dall'altra parte oppure districarsi tra rifiuti o fili metallici quasi
sempre presenti in questi ambienti. Quindi anche in ambienti artificiali e a basse
profondita', le esplorazioni ipogeiche subacquee vanno fatte svolgere solo da esperti.
Questi avranno la competenze e l'esperienza per valutare anche la qualita' delle acque,
intesa sia in termini di visibilita' che di impedimenti fisici oltre che al livello di
inquinamento.
L'esperienza potra' indirizzare l'operativita' verso le scelte tecniche migliori non
tralasciando il buon senso che talvolta aiuta anche a saper rinunciare.
Abbiamo parlato di inquinamento; questa variabile ha ormai
assunto un peso preponderante nel condizionare le ricerche archeologiche speleosubacquee
in acque chiuse o in cavita' artificiali che sono spesso ricettacolo di scarichi diretti
ed indiretti di acque reflue o rifiuti. Certo, andrebbero prima effettuate delle analisi,
ma la nostra esperienza ci dice che non sempre si possono ottenere quelle necessarie o che
la completezza dei prelievi e delle analisi stesse e' raramente soddisfacente.
Resta comunque il fatto che poche sono le cose che possono essere fatte in acque
inquinate.
Elenchiamole in ordine di importanza:
A proposito di alternative allo speleosub va detto che
attrezzature commerciali che possano operare, con una certa diversificazione nelle
operazioni e da sole, in cunicoli completamente sommersi non ne esistono.
Prove sono state effettuate in casi necessita' dove e' stata rilevata la impossibilita' da
parte dei robot filoguidati, ad esempio, di recuperare dei sub annegati in sifoni o in
risorgenze molto piu' larghi di un acquedotto o di una cisterna. Altro particolare; questi
strumenti non sanno rilevare da soli!
Ritornando quindi al subacqueo, in caso di acque inquinate restano solo le attrezzature
specifiche che, oltre a costare cifre esorbitanti, necessitano di una notevole cura ed
addestramento sia nell'utilizzo che nella manutenzione. Si usano delle mute stagne molto
robuste accoppiate a caschi di fibra di vetro e carbonio, con innesto a flangia. Si
aggiunge pero' in tal modo ulteriore ingombro e complessita' derivante anche dalla non
facile predisposizione della riserva d'aria necessaria a seguire la regola di utilizzo dei
tre terzi.
L'esperienza poi invita a vaccinarsi anche se si dovessero utilizzare attrezzature
specifiche per acque inquinate o ci si immerga in acque "ufficialmente" pulite.
Qui la trattazione richiederebbe un immunologo ma per veloce, e quindi superficiale,
informazione sara' sufficiente citare antitetanica e l'antitifica, il vaccino contro
l'epatite di tipo A e di tipo e B ma soprattutto la leptospirosi i cui germi sono,
purtroppo, di 5 o 6 specie ciascuna delle quali contraddistinta da svariati ceppi. E'
disponibile un vaccino che pero', a causa della diversa tipologia della malattia, non
garantisce copertura soddisfacente.
Per lo studio archeologico del sito ipogeico sommerso valgono le
regole generali dell'archeologia subacquea. Tali tecniche vanno applicate arricchendole
con accorgimenti dettati dalla specificita' del giacimento. In genere si rileva l'ambiente
attraverso le modalita' speleologiche o speleosubacquee e l'area archeologica secondo
dettami e tecniche di studio molto vicine a quelle dell'archeologia lagunare o di fiume.
Il rilievo di ipogei o grotte sommerse, ad esempio, va condotto in maniera analoga a
quello speleologico con i soliti strumenti di supporto: lavagne, bussole, ecclimetri,
bindelle, goniometri, ecc. ricordandosi sempre delle doppie misurazioni degli angoli in
caso di rocce vulcaniche, o ipogei artificiali, dove anomalie magnetiche potrebbero
indurre errori di rilevamento.
Per cio' che si riferisce allo scavo archeologico subacqueo, alle caratteristiche fisiche
e psichiche dell'ambiente e degli operatori di acque interne, in grotta si sommano alcune
complessità aggiuntive quali, prima di ogni altra, l'estrema difficolta' di avere tecnici
ed archeologi abituati all'ambiente ipogeico sommerso.
In aggiunta a questo c'e' il piu' frequente e veloce intorbidamento dell'acqua; il molto
lento ritorno alla visibilita'; il quasi sempre difficile posizionamento del compressore
per la sorbona, dell'attrezzatura fissa da rilievo e degli eventuali generatori elettrici.
Mentre poche cose possono essere fatte nel breve periodo a proposito della mancanza di
personale specializzato, qualche piccolo accorgimento consente di minimizzare i problemi
legati alla carenza di spazio e di visibilita'. Alla difficile applicazione delle tecniche
fotogrammetriche o di fotomosaico si potra' tentativamente far fronte attraverso
composizione per aree parziali.
In termini del tutto speditivi e per agevolare l'esecuzione di tali operazioni,
all'interno della A.S.S.O., prendendo l'idea da un libro, stiamo studiando due diversi
telai: uno da frapporre tra obiettivo e pellicola in modo che il fotogramma abbia il
reticolo di riferimento senza che questo esista in pratica, l'altro montato esternamente
sul corpo macchina.
Le ultime prove indicano la prima soluzione come migliore perche' piu' semplicemente
utilizzabile attraverso la mira di un caposaldo e una freccia di orientamento del
giacimento. In questi ambienti e' poi spesso indispensabile il "cono d'acqua
chiara".
Si tratta di un tronco di piramide in plexiglass riempito di acqua limpida che viene
interposto tra la macchina fotografica e l'area o l'oggetto da riprendere.
La sorbona sara' generalmente di piccola sezione e particolare cura va posta nella
progettazione e nel posizionamento del cestello di scarico.
Altro strumento utile e' il tubo "Ruoff" che consiste in un tubo
longitudinalmente forato a distanze costanti nel quale viene pompata acqua chiara. L'acqua
pulita che esce dai buchi rischiara la zona tra l'osservatore e l'area di lavoro
agevolando le operazioni di scavo o di rilevamento.
Attenzione va anche rivolta al tipo di propulsori che alimentano le pompe ed i generatori;
rumore, vibrazioni e gas o vapori di scarico vanno tenuti in debito conto.
In estrema sintesi riteniamo che le ricerche archeologiche
subacquee in ambienti sotterranei meritino di essere affrontate con determinazione e
interdisciplinarieta'. Questo sia per la particolarita' degli ambienti, che per il
potenziale di scoperta che questi offrono. Dovremmo pero' essere cosi' attenti ed
intelligenti da cogliere solo la parte buona del potenziale evitando le gelosie e le
diseconomie che hanno caratterizzato l'archeologia subacquea degli ultimi anni.
E' qui, forte piu' che mai, la necessita' di un lavoro di team veramente interdisciplinare
che possa costituire il tramite per scoprire e studiare questi "bozzoli" di
storia così importanti e complessi. La S.N.S.S. e la A.S.S.O. confermano la loro
disponibilita' verso le comunità archeologica e scientifica per il supporto tecnico
necessario a questo tipo di ricerche; questo pero' ad una sola condizione: che il
"team" esista davvero !
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