Anche in Italia finalmente (ri)nasce l'archeologia navale?
articolo pubblicato sul numero 23 (mag.-ago.
2002) della rivista 
Se affermando che l'archeologia navale è nata in Italia ci si potrebbe espone a contestazioni da parte di studiosi stranieri, è lecito perlomeno dire che nel nostro paese essa aveva attecchito molto bene già alla fine dell800. Ci riferiamo alla scoperta delle due navi di Contarina e al progetto di recupero, iniziato nel 1928, delle navi di Nemi. Questi relitti vennero portati in salvo con progetti faraonici (perlomeno per le navi di Caligola) e vennero studiati attentamente. Le pubblicazioni degli studi di queste navi sono citate ancora oggi nei manuali sulla storia della costruzione navale sia per la loro qualità che per limportanza e la rarità dei manufatti. Il danno della loro perdita - quelle di Nemi sono state distrutte da un incendio durante lultimo conflitto mondiale, mentre quelle venete sono state lasciate deperire - è stato in parte arginato dalla realizzazione di modelli in scala, uno strumento significativamente ritenuto oggi tra i più efficaci nella metodologia archeologico-navale. Nel dopoguerra, però, in Italia si è manifestato scarso interesse per larcheologia navale. Nè le Università nè i vari Ministeri preposti alla tutela dei Beni Culturali hanno mai saputo riconoscere alla disciplina quella dignità e quellautonomia assegnatele da molti altri Paesi.
Questo atteggiamento di relativo disinteresse è continuato fino a poco tempo fa. Negli ultimi tre anni, nel nostro Paese sono stati compiuti alcuni dei ritrovamenti più importanti e sensazionali nella storia dellarcheologia navale. A Pisa, nellantico porto interrito, sono stati rinvenuti numerosi relitti - il numero esatto non èmai stato reso noto con chiarezza - di navi di età ellenistica, romana e tardo-antica. Oltre che dal numero delle imbarcazioni, leccezionalità della scoperta è data dal livello di conservazione di alcune di esse (basti dire che una barca presenta ancora i banchi di voga...) e dalla varietà delle tipologie (barca a remi, nave da carico, imbarcazione fluviale ecc.). Caratteristiche queste che, se ben indagate, potranno permettere di acquisire molte preziose informazioni.
Di grandissimo richiamo è stata anche la campagna di scavo sul sito della galea e della barca a fondo piatto trecentesche reimpiegate nellantico monastero dell isola sommersa di San Marco in Bocca Lama a Venezia. Il cantiere di scavo, delimitato da un palancolato che ha permesso di mettere a secco una vasta area lagunare, è stato visitato da giornalisti di tutto il mondo. La galea, in ottime condizioni, rappresenta un unicum, ma interessante è anche la barca a fondo piatto, lunica imbarcazione del genere di età medievale conservatasi.
Molto minore risalto "mediatico" ha avuto invece la scoperta ad Olbia di almeno dieci retitti di navi romane e di sei relitti di imbarcazioni dei secc. XIII-XIV. Cè da chiedersi se la volontà della Soprintendenza competente di tenere lontani i giornalisti, almeno fino a poche settimane fa (leggo ora sulla rivista "Oggi" un breve articolo sullo scavo...), sia una scelta positiva. Si è voluto forse evitare il rischio delle polemiche scaturite dalla gestione del cantiere di Pisa o invece, saggiamente, non ci si è voluti far prendere la mano, diversamente che altrove. dal desiderio di protagonismo? E un dato di fatto, comunque, che le informazioni relative a questo scavo sono purtroppo tuttora, a quasi tre anni dal suo inizio, molto scarse.
Assai interessante è anche il recupero di una barca di età tardo-antica effettuato ai piedi del Mausoleo di Teodorico a Ravenna, poiché si tratta di uno scafo in buone condizioni e utile alla comprensione dellevoluzione della costruzione navale che portò allattuale metodo di costruzione su scheletro, Scartando lo scavo di Venezia, che non è stato finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali bensì da altri enti, e gli altri cantieri citati, non essendo di ambiente sommerso, è possibile concludere che queste scoperte hanno sicuramente distolto attenzione e risorse economiche dal settore dellarcheologia subacquea, settore che, come più volte scritto in questa sede, meriterebbe un maggiore e più serio impegno da parte del dicastero competente. Se questi cantieri sono stati allestiti per far fronte a situazioni di emergenza (ad esclusione ancora una volta di Venezia), non mancano progetti di ricerca a lungo termine, peraltro rari, Uno è promosso dalla Soprintendenza Archeologica di Ostia e riguarda lo studio e la divulgazione, via internet, delle navi conservate nel museo delle navi romane di Fiumicino.
Un altro è portato avanti con continuità dalla Soprintendenza del Friuli Venezia-Giulia, con il coordinamento di NAUSICAA di Venezia, e riguarda il restauro e lo studio ricostruttivo della nave del Il sec. d.C., recuperata nel 1999, al largo di Grado. Sebbene lo studio sia già a buon punto (non altrettanto si può dire del restauro), i tagli ai finanziamenti hanno bloccato un progetto che dovrebbe portare anche alla tanto attesa apertura del Museo di Archeologia Subacquea.
Un progetto di enorme portata è in cantiere ad opera della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto, Questufficio infatti, grazie anche allannunciata sponsorizzazione, da parte dell Autorità Portuale di Venezia, di 250 milioni di lire, intende costituire un comitato scientifico internazionale di esperti in vari settori per valutare lopportunità e le eventuali modalità del proseguimento del progetto di recupero delle navi di San Marco in Bocca Lama. Tra questi specialisti vi sarebbero anche Fred Hocker, Eric Rieth e Yaacov Kahanov che, nel corso della campagna di scavo dellestate 2001, hanno avuto lopportunità di visitare il cantiere, di esprimere la loro opinione e di offrire i loro consigli che ci auguriamo vengano recepiti.
Il nuovo impegno dellUniversità
Sulla scia di un nuovo interesse del pubblico per larcheologia navale e la storia della marineria in genere, a cui hanno contribuito ovviamente anche le recenti scoperte, si sta iniziando a muovere anche il mondo dellUniversità. La riforma universitaria e la "libera concorrenza" tra gli atenei sta portando ad un proliferare di nuove proposte in ogni settore, sia sotto forma di semplici insegnamenti sia di corsi di laurea, Finalmente si sta, in parte, sanando la quasi totale e ingiustificata mancanza di considerazione che lUniversità italiana riservava, fino a pochi mesi fa, allarcheologia navale e alla storia della navigazione in genere.
Linteresse accademico si è manifestato con maggiore evidenza nellateneo di Venezia. Qui nel dicembre 2000 è stato organizzato il IX International Symposium on Boat and Ship Archaeology (ISBSA), il più importante convegno del settore, giunto per la prima volta nel Mediterraneo; oltre al già esistente corso in "Archeologia subacquea", inserito ora allinterno del corso di "Metodologie della ricerca archeologica" per la laurea triennale, è stato attivato il primo insegnamento di "Archeologia marittima" (di cui si dirà sotto) per la laurea specialistica in archeologia. A luglio infine partirà un corso di formazione in "Metodologia e tecnica in archeologia navale", una novità assoluta per lItalia. Inoltre, un insegnamento di Archeologia navale, accompagnato da un corollario di altre discipline (ad esempio dendrocronologia), sta per essere aperto nel nuovo corso di laurea triennale in Archeologia subacquea, ora appena attivato nella Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dellUniversità di Viterbo.
Se per larcheologia navale, a livello didattico - non direi la stessa cosa invece a livello di ricerca - lUniversità sta facendo le sue prime proposte, quasi nulla sembra muoversi nel settore storico, fino ad oggi coperto da un solo insegnamento, a Genova, di storia marittima. Un corso però potrebbe partire a Viterbo, a fianco di Archeologia navale. Appare ovvio che, anche nel campo nautico, gli studi archeologici non possono non confrontarsi con lambito prettamente storico.
I progetti di ricostruzione
Altro fenomeno che sta facendo notizia è la moltitudine di proposte, di progetti o di realizzazioni di repliche di navi antiche, Un esempio è la costruzione ipotetica delle nave protostorica raffigurata sulla stele di Novilara. Uno dei progetti consiste nella ricostruzione di una nave di Nemi, di cui si sono già assemblati la chiglia e la ruota di prua che fanno bella mostra sul piazzale del museo del lago. Per elencare le idee non basterebbero queste pagine. Ricordo comunque che a Venezia si parla della ricostruzione della Bucintoro, che a Genova si vorrebbe costruire una galera, che ad Amalfi si sta pensando alla realizzazione di un dromone, ecc.
Una situazione paradossale
Larcheologia navale in Italia è in una situazione paradossale e confusa, forse però tipica della gestazione di una "nuova" disciplina. La contraddizione non sta tanto nel fatto che da una quasi totale assenza di cantieri di scavo di navi si è passati alla contemporanea presenza di ben tre cantieri di enormi dimensioni. Ciò è dovuto al caso che ha voluto che interventi di opere civili costringessero a mettere mano a siti con relitti di antiche navi. Il paradosso sta piuttosto nel fatto che ad una modestissima attività di ricerca, dovuta in buona parte alla quasi totale assenza di progetti di studio e allancora troppo recente apertura delle indagini sui relitti sopra menzionati, si contrapponga un fiorire di progetti di ricostruzione, ossia di archeologia sperimentale.
La metodologia normalmente applicata in questo settore (si veda, solo come esempio, la Danimarca), presuppone infatti che la ricostruzione della nave sia lultima fase di un lungo progetto di documentazione, analisi e studio ricostruttivo teorico, effettuato con tutti i dati disponibili. Nel nostro paese invece qualcuno, più intenzionato a proporre accattivanti riproduzioni degne di Disneyland che sperimentazioni scientifiche, ma, malgrado ciò, ben finanziato con denaro pubblico, ritiene meno faticoso e più gratificante saltare i primi passaggi per arrivare subito alla nave, magari in vetroresina e bulloni dacciaio...
Ma il paradosso non risparmia neppure il mondo accademico, se è vero che allincredibile assenza di un insegnamento di archeologia marittima o navale ha risposto lattivazione di un corso di laurea triennale strutturato in ben tre indirizzi cronologici. Se da un lato non si può che ammirare lintraprendenza dei promotori di questa iniziativa, dallaltro cè da chiedersi se non sia prematuro partire senza una sperimentazione dellattivazione della materia e senza unattenta valutazione delle concrete possibilità occupazionali per una schiera numerosa di futuri giovani operatori-archeologi navali (176 iscritti al secondo anno!). Ad esempio, non va dimenticato purtroppo che nel cantiere di Pisa non si è voluta accettare, neppure a titolo gratuito, la presenza di uno specialista quando invece ne sarebbe stato utile almeno uno per nave.
Necessità di programmazione, di coordinamento e di una metodologia adeguata allo standard estero
Lamministrazione ha recentemente dimostrato la sua sensibilità verso la tutela delle navi antiche stanziando cospicue risorse economiche per i cantieri di Pisa e di Olbia, mentre si spera che abbia un ripensamento al taglio inflitto al progetto di Grado, che, fino al 2001, era stato adeguatamente e regolarmente finanziato.
A questo punto però è necessario che queste risorse vengano spese sulla base di una programmazione a lunga scadenza e di progetti ben studiati. La documentazione, il recupero, lo studio, il restauro e la musealizzazione di uno scafo antico richiedono circa dieci anni. Limprovvisazione e la mancanza di competenze specifiche può quindi creare dei danni con ripercussioni a lungo termine che possono mettere in discussione lintegrità del manufatto o anche, semplicemente, la possibilità che il progetto arrivi alla fase finale ossia alla musealizzazione. Fondamentale è la sicurezza della copertura finanziaria per tutto liter; da non sottovalutare inoltre la disponibilità degli spazi necessari. La programmazione dei singoli progetti dovrebbe essere seguita da un coordinamento nazionale in grado non solo di controllare la metodologia di ricerca e di tutela applicata, ma anche di far tesoro delle esperienze fatte nei vari cantieri.
E scontato che ogni cantiere interessato dalla presenza di relitti debba essere diretto da un archeologo navale. Costui però non potrà ignorare la metodologia applicata nei paesi piò avanzati in questo settore. Il confronto con lestero è fondamentale, e utile può essere la consulenza di esperti del nord-Europa (Danimarca, Francia e Olanda per primi). Se in alcuni casi questultima strada èstata già imboccata (per quanto sempre a cose già iniziate...) da chi gestisce i più importanti cantieri, è altrettanto vero che il confine tra richiesta di consulenza e strumentalizzazione, ossia uso dello straniero come parafulmine a difesa delle critiche, è alquanto sottile.
Le potenzialità italiane e la creazione di un centro di ricerca
La consulenza estera, che offre la garanzia dellesperienza, deve accompagnarsi alta valorizzazione delle competenze locali, ossia di tutti quegli archeologi, storici o tecnici preparati in specifici settori. In Italia sono presenti studiosi di costruzione navale antica, medievale e rinascimentale che possono competere tranquillamente con gli stranieri, particolarmente per i secc. XtV - XVI mediterranei, averne la meglio. Abbiamo inoltre esperti dendrocronologi, abili modellisti e ottimi rilevatori. La nostra debolezza sta semmai nella gestione generale del cantiere e nel restauro (sebbene non manchi qualche impresa con una certa esperienza anche in questultimo settore). Trattandosi comunque sempre di liberi professionisti o di "studiosi-amatori", ossia di esperti non inseriti istituzionalmente, è necessario che anche litalia si doti di un centro di ricerca, di documentazione e di restauro di relitti, magari assorbendo alcune di queste preziose risorse professionali. Qualcuno ha già individuato la sede più idonea per questo centro allinterno dellArsenale di Venezia, che offre ampi spazi e un contesto quanto mai appropriato.
Il progetto di recupero delle navi di 5. Marco in Bocca Lama sarà una grande occasione per far nascere questo centro. Non solo il cantiere di scavo, ma anche il laboratorio di documentazione e restauro potranno divenire una palestra formidabile per formare studenti e tecnici, magari grazie ad una collaborazione tra Soprintendenza e docenti di archeologia dellUniversità Ca Foscari.
La metodologia
Parlando di metodo, credo che ogni progetto di scavo e studio di nave dovrebbe tenere presente questi punti fondamentali e imprescindibili:
direzione delle operazioni da parte di almeno un archeologo specializzato nella costruzione navale, possibilmente esperto del periodo a cui sono datati i reperti;
scavo stratigrafico;
documentazione in situ: speditiva, se lo scafo èdisassemblato e viene poi recuperato; di dettaglio, con precisione al mezzo centimetro, se la nave èintegra o se viene lasciata sul posto; massima accuratezza, non solo nellesecuzione delle piante, ma anche delle sezioni trasversali e di quella assiale che, in relitti che mantengono pane della loro originaria curvatura, sono fondamentali per la ricostruzione della forma. La documentazione, di regola, dovrà avvenire anche a fasciame interno rimosso (purtroppo ciò non è avvenuto, ad esempio, a Valle Ponti);
documentazione analitica in laboratorio prima del restauro: ossia rilievo in scala 1:1 di ogni elemento, schedatura e documentazione fotografica;
restauro immediato con tecniche sperimentate (ad esempio il PEG);
studio ricostruttivo teorico della nave completa sulla base dei dati archeologici, di confronti etnografici e delliconografia navale;
ricostruzione e musealizzazione;
salvaguardia del manufatto in situ o allinterno del contenitore museale (climatizzazione e monitoraggio ambiente, restauri, pulizia ecc.).
È possibile affermare che tutti i progetti italiani stanno seguendo questa scaletta? Lasciamo alla coscienza dei responsabili dei singoli interventi la risposta, ben consapevoli comunque delle enormi difficoltà che essi devono affrontare in termini economici e di tempistica, soggetti a pressioni di ogni genere; ci permettiamo comunque di far osservare che saltare uno di questi passaggi porta inevitabilmente al fallimento dellimpresa o perlomeno a mediocri e incompleti risultati dal punto di vista scientifico o conservativo.
Il restauro
Il problema del restauro èsicuramente il più spinoso e preoccupante. La conservazione di scafi di navi antiche imbibiti di acqua richiede competenze specifiche, molta esperienza, tempi lunghi e notevoli risorse. È un problema che non può essere ignorato e non può neppure essere risolto con laffidamento ad imprese private bensì con la creazione di un laboratorio statale specializzato quale quello di Breda in Danimarca (vd. Lorcheologo subocqueo 9, p. 7). Nel nostro paese non mancano le esperienze positive, ma esse sono sempre frutto della collaborazione con esperti stranieri. Mi riferisco allintervento conservativo con il PEG sulla barca di Monfalcone (che oggi però attende un nuovo restauro...) tanto felicemente quanto modestamente condotto da Luisa Bertacchi grazie alla consulenza del danese Christenscn e al restauro della nave punica di Marsala, diretto da Honor Frost.
Il rimanente panorama è invece piuttosto deludente: la barca di Ercolano è stata "sigillata" in un guscio di vetroresina e attende dal 1982 di essere restaurata; la nave romana di Valle Ponti, dopo essere stata dannosamente (per ammissione della stessa direttrice dei lavori) smontata, attende dal lontano 1990, sempre in un guscio di vetroresina, che il restauratore che lha in cura renda noti i risultati del suo intervento e la restituisca al pubblico e agli studiosi; la barca romana"cucita" conservata nei magazzini del museo archeologico di Adda attende, dal 1985, di essere restaurata. Ma per avere un quadro della situazione rimandiamo il lettore alla seguente tabella:
Una grande occasione
Per concludere, ci appelliamo alle istituzioni perché prestino una maggiore attenzione al confronto metodologico con i paesi più avanzati in questo settore e perché si impegnino in una programmazione a lungo termine. Fondamentale sarebbe la creazione di un centro di documentazione e restauro, in grado di coordinare e servire lintero paese, piuttosto che restare sulla strada dellemergenza continua che, alla resa dei conti, è una via più onerosa in termini economici, e molto meno redditizia in termini qualitativi e scientifici. LItalia, in questo settore, ha la possibilità, offerta non solo dalle eccezionali scoperte fatte nel suo territorio, ma anche dalle singole professionalità disponibili, di mettersi al passo con gli altri paesi e, perché no, di fare meglio. Perché non sfruttare questa occasione che porterebbe, oltre che ad un primato nel settore della ricerca e ad unadeguata opera di salvaguardia della nostra memoria, alla valorizzazione di un importante bene culturale e a conseguenti occasioni occupazionali?
Carlo Beltrame
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