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LE NAVI ANTICHE DI SAN ROSSORE
Si configura come la scoperta più importante e spettacolare di fine millennio quella verificatasi nell'immediata periferia di Pisa, presso la stazione di San Rossore. Interrato da almeno millecenquecento anni è tornato in luce il porto della città antica con il giacimento di navi più ricco conservato ed esteso di tutta la storia dell'archeologia.
articolo pubblicato sul numero 77
(set./ott.. 1999) della rivista ![]()
Se i capolavori che si innalzano dal prato della
splendida piazza del Duomo stanno lì a ricordare la luminosa stagione medievale della
Repubblica marinara e i monumentali Arsenali dell'area della Cittadella rappresentano il
segno tangibile del ruolo di Pisa nella politica marittima del Granducato mediceo
della Toscana, le ricerche sul terreno da tempo hanno evidenziato come l'antico
insediamento, sorto e sviluppatosi alle foci dell'Arno, trovasse, fin dalle origini, la
sua compiuta collocazione in una dimensione squisitamente tirrenica.
A parte i materiali databili fra tardo Encolitico e prima età del Bronzo (III-II millennio a.C.), alcuni dei quali presentano significativi riscontri in altri reperti dell'isola d'Elba, uno scorcio sulla più antica storia della città ci è offerto dallo straordinario complesso monumentale recuperato nell'area della necropoli etrusca di via San Jacopo (vedi: AV n. 76), consistente nella tomba di un grande principe, la cui aristeia, ovvero 'aristocraticità', si caratterizza con una serie di eloquenti segni che marcano il suo legame con il mare e gli aspetti marinari del suo potere. In parallelo gli autori antichi citano più volte il ruolo marittimo di Pisa: Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) attribuisce a uno dei suoi mitici fondatori, Piseus, un'invenzione fondamentale per l'ingegneria navale da guerra, i rostra (posti di prua per colpire le navi nemiche), mentre Strabone (60 a.C. - 20 d.C.) ricorda la fiorente attività degli arsenali pisani.
Una serie straordinaria di circostanze
Si collocano in questo quadro le recenti scoperte nella zona a ovest delle mura medievali, nell'area della stazione di Pisa-San Rossore, mezzo chilometro in linea d'aria dalla piazza del Duomo, dove, durante la realizzazione del nuovo centro direzionale della linca ferroviaria tirrenica, nel dicembre scorso sono tornati in luce i resti del porto urbano, lo scalo più vicino alla città in epoca etrusca e romana. Una serie di circostanze fortuite - come, da un lato, l'abbondante falda acquifera superficiale e l'assenza di ossigeno nei livelli sabbiosi e, dall'altro, le difficoltà che in antico si frapposero al recupero delle varie imbarcazioni affondate per differenti motivi e in epoche diverse nel bacino portuale - ha fatto sì che giungesse fino a noi una quantità eccezionale di testimonianze. Non è azzardato definire le scoperte di Pisa-San Rossore tra le più importanti in questo scorcio di secolo, per la storia remota della città e, più in generale, per la conoscenza del mondo antico. Va comunque ricordato che, se il caso - elemento imponderabile e includibile della ricerca sul terreno - ha avuto un ruolo non secondario in tutta la vicenda, consentendo l'incredibile stato di conservazione dei reperti, non minore incidenza si deve alla tutela esercitata dalla Soprintendenza ai Beni archeologici della Toscana, che nel 1992 sottopose a vincolo l'intera area. Grazie a questo semplice - ma tanto ingiustamente temuto e vituperato - strumento di prevenzione si è potuto intervenire nei grossi lavori che le Ferrovie dello Stato avevano - e hanno - in animo di mettere in atto nella zona.
Lo scavo, iniziato lo scorso inverno, non è ancora concluso. Tuttavia per il clamore che questa scoperta ha destato, sia per gli aspetti propriamente archeologici che per le prospettive di sviluppo della stessa città di Pisa, accogliendo l'invito dell'amico Piero Pruneti, si è ritenuto opportuno offrire un'anticipazione sui risultati finora raggiunti, con tutti i limiti di provvisorietà che comporta una ricerca ancora aperta.
Mille anni di traffici sul mare
In passato le indagini sul territorio avevano già consentito di ricostruire la situazione ambientale della città, oggi distante 12 km dalla costa tirrenica, ma originariamente a ridosso di un complesso sistema lagunare, in una zona segnata dalla presenza di due fiumi, l'Arno e l'Auser (l'antico Serchio che ora sfocia più a nord), oltre che da canali e corsi d'acqua minori, in un quadro d'insieme simile, in qualche misura, a quello di Venezia e delle bocche del Malamocco. Le scoperte nell'area della stazione di San Rossore consentono ora d'impostare su elementi più certi l'ubicazione del porto urbano di Pisa oltre a risultare di estremo interesse per la ricostruzione della vita portuale di una grande città antica, dell'ingegneria navale e dei traffici mediterranei fra gli ultimi decenni del V sec. a.C. e il V secolo dell'era cristiana.
Mancano, al momento, elementi per datare l'inizio di attività dello scalo, all'interno di un'area insediativa che risale almeno alla fine del VII sec. a.C., mentre numerosi materiali, verosimilmente caduti in acqua durante le operazioni di scarico, consentono di collocarne la fine - almeno nel settore in cui si sta scavando - durante il V sec. d.C., in significativa coincidenza con il tracollo del sistema urbano nel mondo romano. Non a caso nei livelli archeologici più superficiali relativi alla vita del bacino sono stati recuperati resti di pavimenti in mosaico, di pareti affrescate, stucchi e membrature architettoniche di marmo che fanno pensare alla demolizione di alcuni edifici della città di età imperiale. E' molto probabile, anche in considerazione della sua vicinanza, che questi edifici fossero ubicati nella zona della piazza del Duomo, dove gli scavi effettuati in occasione del consolidamento della Torre (vedi: AV n. 20) hanno evidenziato come a partire dal V-VI secolo questa parte della città vedesse i principali edifici crollati e l'impianto di una vasta area cimiteriale. Gli scavi di San Rossore ci forniscono dati anche riguardo alle trasformazioni che interessarono l'intero sistema ecologico dell'area, con il progressivo interramento del porto urbano di Pisa.
Per quanto riguarda le strutture più antiche dello scalo, sono stati individuati una palizzata frangigutti e un molo, già collassato a suo tempo, consistente in un poderoso muro di blocchi messi in opera a secco; a questo si addossava un avancorpo di forma quadrangolare costruito con píetre più piccole, da cui si sviluppava una palizzata, rinvenuta in stato di crollo. I materiali recuperati (anfore, ceramiche a vernice nera, una brocca di impasto buccheroide e resti di un cratere a colonnette etrusco a figure rosse della stessa mano di un esemplare conservato nel Museo Guarnacci di Volterra, di rine V - inizi IV sec. a.C.) consentono di datare la distruzione di questo approdo negli anni attorno al 400 a.C.
Naufragio in porto con leone a bordo
Una decina di metri più a nord della più antica struttura che abbiamo visto è stato rinvenuto un pontile in legno, in parte distrutto. Questo evento, databile tra metà III e metà II sec. a.C., con ogni probabilità fu provocato dal naufragio di una grande nave che l'attuale estensione dell'area di scavo ha permesso di indagare solo in parte e che chiameremo "nave del leone" per un particolare oggetto rinvenuto. Lo scafo, di grandi dimensioni a giudicare dalle ordinate e dai pezzi di tavole recuperati, forse andò a infrangersi contro una struttura ubicata probabilmente subito fuori l'area in corso di scavo. Il naufragio deve aver conosciuto momenti drammatici: ossa umane, recuperate frammiste ai resti del carico, attesterebbero la morte anche di alcuni marinai. Addossata al pontile è stata recuperata gran parte del carico, costituito da una notevole quantità di anfore (per la maggior parte greco-italiche di tipo evoluto, anfore puniche e massaliote tarde), mentre al corredo di bordo dovevano appartenere recipienti in ceramica a vernice nera, per lo più di fabbriche volterrane, rinvenuti in frammenti, una lagynos (forma ceramica a "bottiglia") di produzione orientale, vasi dipinti di fabbrica iberica e quattro thymiateria* di area punica, verosimilmente destinati alle pratiche cultuali dei marinai, nonché il frammento di una grande Fibula d'oro di tipo celtico. Si pensa, quindi, a una provenienza della "nave del leone" dal Mediterraneo punico, tra Cartagine e le Baleari. Lo confermerebbe l'esame delle ossa animali rinvenute frammiste alle anfore: oltre ai resti attribuibili alle necessità alimentari dell'equipaggio (si usava imbarcare animali vivi da macellare all'occorrenza), sono stati rinvenuti quelli di due cavalli e, appunto, di un leone adulto, che senz'altro facevano parte della merce trasportata. Il leone, in particolare, suggerisce l'ipotesi che la nave sia partita dalle coste africane e abbia raggiunto Pisa con una rotta lungo le coste della Catalogna e della Linguadoca meridionale. il fatto che la bestia si trovasse a bordo di questa nave naufragata nel porto urbano ci fa pensare che dovesse essere sbarcata e che in città fosse prevista una manifestazione di grande rilevanza politica con spettacolo di gladiatori.
Ma, nell'insieme, l'elemento più sorprendente emerso dagli scavi è dato dalla scoperta - oltre che di numerosi pezzi di imbarcazioni distrutte, come un albero per vele e un timone - dei resti di almeno una decina di navi, che grazie alle particolari condizioni di giacitura ci sono giunte nell'eccezionale stato di conservazione che abbiamo già sottolineato. Otto di queste imbarcazioni sono in corso di scavo: si tratta della nave mercantile appena descritta, di altre tre onerarie, di due barche di forma più snella e allungata, di un barcone forse utilizzato per la pesca e ancora di una nave, rinvenuta completamente rovesciata (addirittura, sotto a quest'ultima, sono state individuate le fiancate di altre due imbarcazioni).
Capienti navi onerarie ed esili piroghe
Delle tre navi onerarie, la "Rosalba" (nave
B nella planimetria a p. 39) - ad alcune delle imbarcazioni rinvenute sono stati dati
simpaticamente i nomi di chi le ha riportate in luce nell'ambito dello scavo archeologico
- conservava il carico in posto, costituito da anfore stivate su filari sovrapposti e
sfalsati. Sono anfore di tipologie diverse (Lamboglia 2 e Dressel 6), riutilizzate e per
lo più bollate, che conservavano residui di liquidi (in corso di analisi, vino quasi
sicuramente), di frutta (noci, castagne, pesche, ciliegie e susine) e di olive, mentre
alcune erano state riempite di sabbia (del tipo verosimilmente utilizzato come sgrassante
nella fabbricazione di ceramiche e/o laterizi). L'esame delle piccole pietre tufacee,
frammenti di statue marmoree, mattoncini e cubetti di lava vesuviana, impiegati per
zeppare le anfore al momento dello stivaggio, indica un'origine del carico dall'area del
golfo di Napoli. Numerosi sono anche gli oggetti della vita di bordo: coppe in terra
sigillata o a pareti sottili, lucerne, coppe di vetro, oggetti in cuoio e monete. Questi
materiali, in particolare una moneta coniata al tempo di Augusto, attorno al 12 a.C.,
permettono di datare la nave nella prima età augustea.
Di una seconda nave oneraria, l"'Elena" (nave E), rinvenuta a fianco della precedente, è stata finora rimessa in luce parte di una fiancata. Analoga è la tecnica costruttiva (fiancata a doppio fasciame e intercapedine interna per una maggiore solidità anche in condizioni di basso fondale), come in posto era sempre una parte del carico di anfore. Queste, insieme agli oggetti di bordo, consentono di datare l'affondamento negli ultimi decenni del I sec. a.C. La presenza tra gli oggetti di bordo di alcuni boccali còrsi potrebbe fornire indicazioni sull'origine della nave.
La terza oneraria (nave A), la "Barbara", è stata scavata solo parzialmente, essendo la parte restante posta al di fuori dell'attuale area di cantiere, mentre problemi logistici impediscono al momento di allargare lo scavo in quella direzione. La parte rimessa in luce si sviluppa per una quindicina di metri a partire dalla poppa, e benché non sia stata ancora rinvenuta la chiglia è possibile ipotizzare una lunghezza di almeno 30 metri. Lo scafo è quello di una nave mercantile, ma non ci sono tracce del carico, che deve essere stato recuperato subito dopo l'affondamento secondo una prassi assai diffusa nel mondo antico. Alcuni reperti, in diretta connessione con lo scafo, consentono comunque di datare il relitto dopo i primi decenni del il sec. d.C. Lo stato di conservazione è davvero eccezionale, con la murata e il sistema delle ordinate conservati nella loro interezza.
Piegata di rianco e in parte sovrapposta alla seconda oneraria ("Elena", nave E) è stata riportata in luce una barca a fondo piatto (nave F), lunga oltre sette e larga poco più di un metro: una struttura che richiama quella della piroga e ne indica l'uso per la navigazione fluviale e lagunare. I materiali rinvenuti attorno e negli strati sabbiosi che la coprivano permettono di datare il naviglio nei primi decenni del II sec. d.C., come confermerebbe un asse coniato durante l'impero di Adriano. Un'altra barca simile, apparentemente a fondo piatto (lo scavo è iniziato al momento della stesura di queste note) è stata rinvenuta in parte sovrapposta all'oneraria "Rosalba" (nave B).
Barca da pesca e argano con i canapi
Separata da questi relitti da una ventina di metri di sabbia, dove sono state recuperate non poche anfore frammentarie e i resti di una banchina di attracco databile nel I sec. d.C., è venuta in luce una quarta grossa imbarcazione (lunga 10 e larga 2,80 m), la "Giuditta" (nave C), che in base alle caratteristiche costruttive sembra un barcone da pesca. Si sono conservati intatti tutti gli elementi strutturali (chiglia, paramezzale, ordinate, paglioli, scassa dell'albero e bagli di prua, uno dei quali ancora con una cima attorcigliata), nonché sei banchi posti a intervalli regolari e destinati ai rematori. Alcune aperture lungo la murata erano destinate ai remi, mentre una piccola lamina di piombo documenta una riparazione in prossimità di una delle ordinate.
I pochi materiali recuperati all'interno della parte dello scafo già indagata, tra cui una lagynos, suggeriscono una datazione nel corso della seconda metà del I sec. a.C. Nel terreno a ridosso di questo probabile barcone da pesca sono stati rinvenuti, oltre a pezzi di cime, un argano in legno con ancora i canapi in opera, un sandalo in cuoio e una borsa in vimini, oltre a numerose anfore e ceramiche d'uso. Tra queste si segnalano, per la loro rarità al di fuori dell'area di produzione, alcuni frammenti di olle d'impasto dell'area iberica orientale, note al momento, oltre che nei centri indigeni della Linguadoca occidentale e della Catalogna, solo a Genova.
E una nave potrebbe essere di tipo militare
Il rinvenimento di tutti questi relitti rappresenta un evento archeologico senza precedenti. Si consideri, fra l'altro, la possibilità di indagare, con i metodi dello scavo stratigrafico applicati in terra, un tipo di strutture che solitamente viene scavato in ambienti sottomarini, con tutti i vantaggi che seguono per la raccolta delle informazioni. Ma l'evento forse più straordinario - in questo vero e proprio "giardino delle meraviglie archeologiche" che è il cantiere di scavo di San Rossore - è stato la scoperta di un'ulteriore imbarcazione (nave D), la "Barsicci", rinvenuta rovesciata, consistente in uno scafo (lungo circa 14 e largo 6 m) dalla struttura complessa, articolata sulle fiancate in prossimità della poppa e della prua da coppie di strutture aggettanti. La fiancata, a doppio fasciame, ha la murata esterna rinforzata con pali appena sbozzati disposti orizzontalmente; la prua affusolata conserva resti di un rivestimento in ferro come se l'estremità dovesse essere armata con un rostro o una struttura simile rivestita in metallo. Parte della chiglia e il fasciame adiacente devono essere stati recuperati in antico; si conserva tuttavia il boccaporto da cui si accedeva alla stiva e parte del ponte in corrispondenza della poppa e della prua. La nave doveva avere un grande albero centrale, di cui è stata individuata la parte inferiore, inserito nell'alloggiamento di una delle travi trasversali dello scafo e ancorato con funi alle estremità dei pali inferiori che si trovano al di sotto degli avancorpi. Al momento - lo scavo non è terminato - la tipologia di questa nave costituisce un unicum di cui, tramite studi comparativi, si dovrà precisare la funzione. Ma si possono già fare delle interessanti considerazioni: da un lato la struttura lascia ipotizzare una utilizzazione per trasporto di derrate entro grandi dolia di terracotta (di cui non si è trovata traccia) o di altri carichi eccezionali (ad esempio blocchi di cava); dall'altro la limitata altezza della sentina (poco più di un metro), la totale assenza di materiali di un eventuale carico e la presenza degli avancorpi (in cui si potrebbero individuare i propugnacola di cui parlano gli autori antichi) favoriscono l'ipotesi che la nave avesse in origine un impiego militare. Se lo scavo lo confermerà, si tratterebbe del rinvenimento della prima nave del genere di età imperiale.
Questo relitto si differenzia dagli altri anche per la tecnica costruttiva, che non impiega l'usuale sistema antico del fasciame unito con mortase e tenoni, ma che prevede la messa in opera delle tavole del fasciame con chiodature in fer re sulla struttura delle ordinate. Si tratta di aspetti tecnici solitamente ritenuti di età tarda e non diffusi prima degli anni attorno al Mille; ma caratteristiche simili sembra avere anche la nave di età tardoantica (IV-V sec. d.C.) scavata nel 1998 presso il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Mancano, per ora, riferimenti cronologici sicuri: i materiali recuperati nei livelli in connessione con lo scafo confermerebbero una datazione successiva ai primi decenni del III sec. d.C., mentre i resti di due barche, individuati al di sotto della "Barsicci" poco prima della stesura di queste note, ci portano al IV~V secolo... Lo scavo prosegue.
Stefano Bruni
Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana

Alle operazioni di scavo delle navi antiche di San Rossore e ai primi interventi conservativi, condotti dalla Soprintendenza ai Beni archeologici della Toscana e finanziati da Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Toscana e Ferrovie dello Stato, partecipano oltre cinquanta tra archeologi, disegnatori, restauratori e esperti di varie discipline, a cui si aggiungono un gruppo di volontari del Gruppo archeologico Pisano e alcuni laureati delle scuole di specializzazione in Archeologia delle università di Padova, Perugia e Ferrara.
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