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FRAMMENTI DI STORIA
DAL MARE DI SECCAGRANDE
articolo pubblicato sul numero 78
(nov./dic. 1999) della rivista ![]()
Sui fondali dell'agrigentino è stato rinvenuto un giacimento archeologico che fa luce su uno degli ultimi drammatici momenti dell'Impero Romano: quando i Vandali sconvolsero la Sicilia e le province africane
Possono alcuni frammenti di ceramica far luce su un periodo storico o arricchirlo di particolari significativi? La risposta è scontata: tra i motivi che rendono dannosa l'azione dei tombaroli, sia sulla terraferma che in mare, c'è infatti quello di estraniare un reperto dal suo contesto storico. Negli antichi portolani, la località di Seccagrande, frazione di Ribera (Ag), sulla costa sudoccidentale della Sicilia, non indicava come nelle moderne carte una ridente località balneare, ma un basso fondale con secche insidiose. Nelle epoche passate questi scogli hanno intralciato un'importante rotta commerciale, battuta dagli antichissimi legni del Neolitico come dai moderni velieri del nostro secolo (vedi: AV n. 52). Una perlustrazione sistematica dei fondali è stata effettuata dal Club Seccagrande, un'associazione di sommozzatori che collabora con la Soprintendenza per i Beni culturali di Agrigento,
FIGURE DI BACCO REALIZZATE CON LO STESSO PUNZONE
Dal fondale, che degrada dolcemente fino a una quindicina di metri, formazioni di roccia e argilla, ritte come pilastri e rivestite da rigogliosa posidonia, si stagliano fino a lambire la superficie del mare, circoscrivendo numerose sacche di sabbia con reperti archeologici. Tra i molti frammenti ceramici, incastrato tra i rizomi della posidonia ne è stato rinvenuto uno, di forma triangolare, che dopo un semplice lavaggio ha rivelato una decorazione, il volto di un personaggio, ottenuta mediante la pressione di un punzone sull'argilla fresca prima della cottura. Il reperto è parte di un grande piatto di ceramica rossa (classificabile come "sigillata romana nordafricana") ed è stato consegnato alla Soprintendenza di Agrigento con una relazione ben dettagliata sul sito sommerso.
Per identificare il piccolo volto raffigurato nel piatto di Seccagrande è stato sufficiente confrontarlo con il catalogo degli elementi decorativi che illustrano il volume Late RomanPottery, di J. W. Hayes, lo studioso inglese che ha provveduto a una meticolosa classificazione di tutte le forme vascolari e delle decorazioni di questo tipo di ceramica. Il frammento di piatto rinvenuto non mostra una figura intera, ma solo un volto molto stilizzato; sotto il capo e sulla spalla sinistra, si nota quello che doveva essere un drappeggio, mentre la spalla destra è molto pronunziata; in secondo piano c'è un elemento vegetale.
Un confronto tra le due figure (quella del reperto e quella riportata da Hayes) ha dimostrato che sono uguali, addirittura sovrapponibili (generate dallo stesso punzone! ). La figura intera riportata dal libro, rappresenta un Bacco nudo, con un drappo sulla spalla sinistra, reggente con la mano destra un'anforetta vinaria, di cui una pantera sembra bere il contenuto. Era questa un'immagine molto cara agli antichi romani, legata ai culti dionisiaci e all'ideologia imperiale. La figura riportata da Hayes decorava un piatto proveniente da Cartagine, trovato nel 1910 e conservato a Tunisi presso il Museo del Bardo, realizzato secondo lo studioso inglese intorno al V sec. d.C.
UN SECONDO PIATTO CON BENEDICENTE
Ma il reperto più interessante doveva ancora essere recuperato. Adagiato a cinque metri di profondità, con la base d'appoggio rivolta in alto, giaceva un grande piatto; nonostante fosse interessato da diverse linee di frattura, i vari grossi frammenti erano ancora a contatto fra di loro. il lavaggio ha rivelato una decorazione in eccellente stato. Inscritto in un doppio ordine di cerchi concentrici, realizzati al tornio, spicca un trittico formato da un personaggio al centro e da altre due figure più piccole (uguali, realizzate con lo stesso punzone), a destra e a sinistra di quella centrale. il personaggio al centro regge con la sinistra una grande croce, mentre l'avambraccio destro, parzialmente flesso sul petto, presenta la mano con due dita stese nel gesto della benedizione. Assai raffinato il drappeggio della tunica che copre il corpo e che tuttavia lascia intravedere, come in trasparenza, i particolari anatomici della gamba destra. interessante la croce, con motivi decorativi a piccoli rombi alternati a cerchietti puntati al centro lungo tutto l'asse maggiore.
Anche in questo caso la figura è riportata da Hayes nella sua catalogazione (stampo 236, stile E[ii], forma vascolare D2), realizzata, come nel caso del Bacco che abbiamo visto prima, con il medesimo punzone, poiché anche qui le due immagini del catalogo e del reperto di Seccagrande sono sovrepponibili.
Il piatto descritto dallo studioso inglese, rinvenuto in Egitto e studiato da Héron de Villefosse un secolo fa, è conservato al Louvre. Nel reperto parigino, però, accanto alla figura centrale vi sono due putti, mentre nel piatto di Seccagrande le figure collaterali sono diverse. Nel nostro caso si tratta di una piccola figura ripetuta due volte, forse per rappresentare due bambini d'alto rango: il capo è adorno di una corona d'alloro e la ricca tunica è stretta alla vita da una cintura; sotto il capo una collana stilizzata da piccoli cerchi impreziosisce il collo; la mano destra stringe un elemento vegetale.
NELLE VICINANZE DI UNA CITTADINA ROMANA.
Ancora dal fondale di Seccagrande sono stati recuperati anche numerosi frammenti di anfore (tipo Keay LII) e un vaso di argilla a fondo piatto che ha restituito della resina. Qual era l'approdo verso cui era diretta la nave naufragata? La zona dell'affondamento era vicinissima a Heraclea Minoa, città dotata di un porto canale e strutture di carenaggio, oggi sommersi.
A ovest del sito del naufragio si trovava un'altra località dotata di approdo, dove tuttora sono visibili sott'acqua dei blocchi monolitici che fanno da contorno a un arco a tutto sesto, adagiato sulla sabbia ancora integro. Tutto questo in corrispondenza di un sito archeologico sulla terraferma ricchissimo in superficie di ceramica tardoromana. Si tratta molto probabilmente dei resti della cittadina romana di Allavam, indicata nell'itinerario Antoniniano del IV sec. d. C. a 12 miglia da Ad Aquas (vicino all'odierna Sciacca).
Tra i frammenti ceramici di superficie questo sito ha restituito parte di un altro piatto in sigillata nordafricana, dove, sempre impresso mediante punzone, si nota uno dei bracci di una croce gemmata e la parte posteriore di un agnello (il piatto è classificato da Hayes come forma 104.16), del medesimo periodo di quelli trovati sottacqua.
A completare una collezione già straordinaria, va infine segnalato un altro frammento di piatto, proveniente dal suddetto sito di terra, raffigurante forse un santo che indossa una tunica e reggente una croce (stesso punzone della figura classificata da Hayes stampo 234, stile E [ii], forma vascolare 104 B). C'è di che meditare, archeologicamente parlando...
Domenico Macaluso
Ispettore onorario - Assessorato ai Beni culturali Regione Siciliana
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