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EOLO, BIANCANEVE E LA STREGA CATTIVA (controcanto)

articolo pubblicato sul numero 11 (mag.-ago. 1998) della rivista L'ARCHEOLOGO SUBACQUEO

Come nelle fiabe, nelle profonde acque del canale di Sicilia le reti del peschereccio "Cicciobello" hanno pescato una statua in bronzo, da qualche buontempone subito battezzata Eolo (dio dei venti; si tratta in realtà di uno di quei Satiri che accompagnavano le processioni di Dioniso). Anche stavolta non è mancata l'ampia serie di (per lo più) superficiali servizi giornalistici; l'immediato accorrere delle massime autorità istituzionali da un lato ha legittimato l'importanza del rinvenimento, dall'altro ha offerto il destro di prospettare per l'archeologia subacquea italiana un futuro ricco di risorse, mezzi e opportunità.

Non per distinguerci ad ogni costo, ma ancora una volta gli eventi ci spingono ad uscire dal coro, ad esprimere la nostra critica: non ci garba un certo modo di interpretare o, peggio, di strumentalizzare fatti che meriterebbero ben altra analisi e attenzione.

In primo luogo va sottolineato come la scoperta non sia frutto di una ricerca scientifica organizzata, ma rappresenti invece il fortunato "valore aggiunto" di una apparentemente normale operazione di pesca. Se così fosse, dovremmo ben rallegrarci d'aver recuperato insperatamente un pregiato capolavoro artistico, ringraziando altresì il comandante dell'imbarcazione per aver consegnato l'opera alle autorità. Una volta tanto è stata evitata la diffusa sorte dei rinvenimento marini, che ritenuti (illegittimamente) proprietà di nessuno, prendono troppo spesso la strada del mercato clandestino (e il bronzo di Fano, ora al Paul Getty Museum, insegna).

Il rinvenimento siciliano tuttavia, al di là delle apparenze, non sembra che sia stato del tutto casuale: a noi è apparsa piuttosto una mirata battuta di caccia, iniziata, tra l'indifferenza (?) delle istituzioni preposte, più di un anno fa, se è vero che lo stesso peschereccio aveva già consegnato alla Soprintendenza di Trapani una gamba della statua. Ora, senza con questo voler mettere in cattiva luce l'intraprendente comandante, come è possibile che da parte delle istituzioni si sia tollerato un recupero selvaggio di questo tipo? Perché non si è provveduto per tempo ad avviare ricerche scientifiche nell'area del primo rinvenimento? Quali danni irreversibili avrà causato il ripetuto strappo delle reti sul relitto? Quanto grande sarà stata la dispersione e la distruzione di un carico così pregiato? Già sentiamo a tal proposito le pronte risposte degli interessati: "non sapevamo nulla", oppure "non c'era altro mezzo vista la profondità", "non avevamo risorse", od anche "ma abbiamo recuperato un capolavoro sconosciuto, che volete di più?". Questo tipo d'atteggiamento da parte delle istituzioni sarebbe gravemente offensivo ed irresponsabile, poiché equivarrebbe non solo ad ammettere la propria irnpotenza e l'accettazione supina di uno stato di fatto ritenuto immodificabile, ma anche la somma indifferenza a quello che è l'aspetto scientifico, base per qualsiasi ricerca archeologica. Se questa è la realtà italiana (quasi avessimo la tradizione marina del Lichtenstein), a che servirà alzare la voce se la prossima estate il Ballard di turno verrà a rastrellare reperti nel Mediterraneo? Anzi, questo ritrovamento suscita il forte sospetto che l'avventuriero americano sia venuto dalle nostre parti proprio a cercare "Eolo e i suoi fratelli", coadiuvato nell'intento, oltre che da mezzi tecnici e risorse economiche imponenti, anche dalla non meglio chiarita "consulenza" di un funzionario della stessa Soprintendenza Archeologica di Trapani, che non era all'oscuro del primo rinvenimento. Ci sembra dunque che della scoperta siciliana molto poco vi sia di che menar vanto. Essa dimostra una volta di più la totale incapacità delle istituzioni a fronteggiare una situazione certo particolare, ma non così eccezionale da considerarsi imprevedibile. La cosa, del resto, non stupisce, constatando quanto poco si sia fatto, e si faccia, nella gestione ordinaria dell'archeologia subacquea in Italia.

La vicenda siciliana ha comunque sortito qualche effetto: ha costretto a parlare "fuori stagione" di archeologia subacquea e a prospettare soluzioni e interventi. E, come nelle favole, un personaggio benefico e lungimirante è apparso sulla scena, animato da ottime intenzioni e determinato a strappare alle molte streghe cattive il nostro patrimonio sommerso. Così il Ministro per i Beni Culturali Walter Veltroni, per l'occasione, ha rilanciato l'idea di far intervenire le unità navali della Marina Militare, dotate di strumentazioni e attrezzature idonee in grado di individuare a grandi profondità relitti e presenze archeologiche. E' un'idea che va considerata con attenzione e che riprende la tradizione di collaborazione tra le due istituzioni dello Stato risalente ai primi anni '50, quando il prof. Nino Lamboglia per le ricerche del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina ebbe in uso dalla Marina Militare le unità navali Daino e Cycnus. Purtroppo quella promettente stagione si chiuse bruscamente con la morte di Lamboglia e da allora nessuno, ha avuto il coraggio politico o l'autorevolezza di riproporla.

L'idea è dunque interessante. Però, per decollare, necessita di alcuni presupposti chiari ed inequivocabili:

a) direzione scientifica autorevole e competente (quale appunto fu quella del Lamboglia);

b) priorità assoluta della ricerca scientifica rispetto a qualsiasi altro fattore (politico, propagandistico, ecc ... );

c) creazione di un gruppo qualificato di lavoro, composto dalle diverse professionalità, che hanno titolo nella ricerca archeologico subacquea;

d) copertura finanziaria adeguata.

Diversamente si metterebbe in piedi un'operazione solo di facciata e velleitaria, che invece d'apportare benefici concreti si risolverebbe in uno spreco di denaro pubblico, senza esiti per la tutela e l'acquisizione scientifica, proprio come (ad esempio) le due ultime collaborazioni tra Ministero BB.CC. e Marina Militare a Brindisi e a Capri stanno a ricordare.

Potrebbe essere un'opportunità preziosa, poiché l'intervento delle unità della Marina Militare rappresenterebbe l'unica possibilità (visti i costi proibitivi) di realizzare ricognizioni, sondaggi e recuperi in acque profonde. Proprio in un ambito in cui, mentre altre nazioni stanno da tempo sviluppando e sperimentando mezzi tecnici e metodologie adeguate, l'Italia si segnala oggi per la sua assenza, che lascia un vuoto politico e culturale per troppi versi pericoloso.

Parallelamente, inoltre, riteniamo che la ricerca archeologico nelle acque profonde, pur dipendendo strettamente dai mezzi e dalle più avanzate tecnologie, non possa però ridursi unicamente a questi aspetti, che solo i ricchi Paesi industrializzati sono in grado d'approntare, ma debba essere condotta all'ainbito che le è più connaturato, quello culturale, assunto maturamente a livello internazionale in un clima di cooperazione tra Stati. Proprio il Mediterraneo potrebbe essere un banco di prova particolarmente significativo, che permetterebbe di sperimentare strategie e interventi a tutela delle nazioni economicamente più deboli, quali ad esempio quelle della costa nordafricana. Queste iniziative, oltre ad offrire evidenti potenzialità per la ricerca, potrebbero poi scoraggiare cacciatori di tesori sommersi e avventurieri.

L'auspicabile collaborazione tra Ministero per i Beni Culturali e Marina Militare potrebbe, dunque, risolvere gli aspetti collegati alla ricerca nelle alte profondità; rimane però drammaticamente aperta (e non è cosa da poco) la questione della tutela e della salvaguardia del patrimonio sommerso soggetto alle strascicanti dei pescherecci e raggiungibile dai normali subacquei. E' infatti a tutti noto come danni consistenti e continui siano procurati dalla enorme massa dei praticanti che, all'occasione, si prestano a trasformarsi in scavatori clandestini. Finora la risposta dello Stato a questa situazione è stata debolissima, se non inesistente, e dunque inefficace, tanto dal punto di vista della repressione dei reati collegati, quanto dal punto di vista della tutela e della salvaguardia.

Ci si è affidati allo STAS, la struttura ministeriale, incapace non solo di concepire le corrette linee di un programma di interventi, ma anche di fornire la tanto sbandierata "assistenza tecnica" alle Soprintendenze.

Occorre, di conseguenza, domandarsi quali siano, nelle intenzioni del Ministro, i confini e i termini di questo accordo con la Marina Militare: riguarderebbero solamente le acque profonde, oppure avrebbero valenza più generale e allargata? La nostra opinione è che l'intervento dei mezzi della Marina Militare potrebbe ben rappresentare un utile strumento per superare l'attuale stallo operativo, determinato anche dall'esiguità dei finanziamenti, ma è ineludibile la necessità di riformare a fondo la struttura ministeriale, tanto nella gestione, quanto e soprattutto negli uomini. Non basta infatti avere mezzi, anche consistenti e di qualità, se non si è in grado di programmare gli interventi o di dirigere scientificamente un cantiere archeologico subacqueo.

Come si vede si torna inevitabilmente al nocciolo del problema, tante volte oggetto d'analisi in queste pagine: cambiare il modo di gestire l'archeologia subacquea significa modificare le strutture che finora l'hanno coordinata (si fa per dire); significa inevitabilmente cambiare l'allenatore d'una squadra più volte retrocessa, acquistare nuovi giocatori, investire nuove e più consistenti risorse, dare fiducia all'intero settore.

Il Ministro ha finora mostrato - a parole - grande attenzione per l'archeologia subacquea; attendiamo ora da lui passi concreti e non contraddittori. Augurandogli che sappia evitare in tempo, contrariamente a Biancaneve, l'offerta di una mela stregata, causa di amaro risveglio.

Francesco Paolo Arata

 

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