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Il relitto U Pezzo nel golfo di Saint-Florent in Corsica

articolo pubblicato sul numero 24 (set.-dic. 2002) della rivista L'ARCHEOLOGO SUBACQUEO

Autore di questo lavoro è l’Associazione Tech Sub, appartenente alla Fédération Francaise dÉtudes et de Sports SousMarines. La Tech Sub (23, Rue du Chevalier Bayard, 77500 Chelles - Francia) è un’associazione volontaristica che si è specializzata nel lavoro su relitti di epoca moderna. Dal 1981 ha infatti sinora affrontato ricerche sui relitti de La Rondinaria (XVII sec.), La Girafe (XVIII sec.), Calvi 1 (XVII sec.), ~?a Ira (XVIII sec.), Épave des Lauzes, Fornali (XVII sec.) e, dal 1998, del relitto U Pezzo (XVIII sec.). Risultati delle ricerche sono apparsi in monografie e in articoli pubblicati nei Cahiers d’A rchéologie Subaquatique. L’attività dell’Associazione Tech Sub si alimenta con la partecipazione di volontari; le ricerche sono svolte sulla base di concessioni rilasciate dalle autorità francesi. Siamo lieti di presentare qui una sia pur stringata sintesi dei risultati delle campagne 1998-2001, guidate da Pierre Villié sul relitto U Pezzo, una nave appartenente alla classe delle unità commerciali, tanto diffusa quanto sinora praticamente sconosciuta. Per ragioni di spazio non possiamo riprodurre la cospicua e minuziosa documentazione grafica effettuata dalla Tech Sub sull’architettura dello scafo. I Lettori che fossero interessati possono però consultarla al sito della Tech Sub: http://perso..wanadoo.fr/tech.sub/ 

Il relitto battezzato U Pezzo si trova in Corsica, nel golfo di Saint-Florent, a meno di 80 metri dalla riva, su un fondo di tre metri. Lo scavo, tuttora in corso, è iniziato nel 1988 ed ha richiesto (compresa la campagna 2001) 342 ore di immersione, oltre al tempo dedicato alla logistica e alla documentazione delle membrature dello scafo portate a terra. Per tentare di individuare il tipo di nave, è stata infatti rivolta attenzione preminente all’analisi tecnica dello scafo: a questo scopo sono state prelevate delle porzioni per il rilievo all’asciutto. Dalla forma della carena è risultato evidente che si tratta di un’imbarcazione commerciale. Solo recentemente, però, si è potuto individuare con sufficiente certezza il tipo di nave e il nome dell’unità. Lo scavo è stato dunque affrontato con l’obiettivo primario di acquisire dati sulla scafo, al fine di inquadrare - insieme ad ogni altra informazione -la nave net suo contesto tecnico e storico. La datazione, elemento fondamentale, è stata ricercata dapprima nei risultati della dendrocronologia, che si sono rivelati però insoddisfacenti, per la presenza di alburno sui campioni di legno prelevati. Ci si è rivolti allora ai materiali di bordo, in base ai quali la nave è stata collocata alla metà del XVIII secolo; la ricerca di materiali, e di altri elementi di I carpenteria, è ancora in corso nelle aree periferiche del relitto, mediante saggi spinti fino a m 1,60, sinora su due riquadri di 2 metri dilato.

Dallo scavo sono emerse anche alcune testimonianze di vita materiale a bordo della nave. Si sono ritrovati: delle pipe, una forma per calzature, una pialla (priva della lama), dei proiettili di piccolo calibro (palle di ferro da sei libbre), ceramiche pesanti a invetriatura verde (vasi, tazze, brocche), una bottiglia, frammenti di piatti inquadrabili alla metà del XVIII sec., una pentola, una scatola di munizioni con 24 palle di piombo, una capezziera della velatura faceva probabilmente parte dell’attrezzatura, come anche il caratteristico bancale-stia per pollame. Si tratta di un semplice parallelepipedo che veniva poggiato in terra e usato come sedile; il frontale della cassa era attrezzato con sbarre verticali in legno, in modo da costituire una gabbia per il pollame.

Sparsi sul fondo dello scafo sono stati rinvenuti sedici resti faunistici, dai quali si sono tratte informazioni sul vitto di bordo. I resti ossei sono infatti frammentati da strumenti da macelleria, segnata-mente il trincetto, il che indica che si tratti di resti dei pasti dell’equipaggio. Alcuni resti ossei appartenevano ad almeno un bovino domestico adulto, da cui sono state ricavate almeno due portate di carne. Cinque ossi di caprino rimandano a tre pezzi: una testa di montone adulto (la scatola cranica è stata aperta con il trincetto), due piatti di costata e un posteriore. Da un malale è stata ricavata came di spalla. Particolare attenzione merita però un cranio completo di gallina di piccola taglia, trovato nei resti della gabbia da pollame. Probabilmente l’animale era allevato sulla nave per ottenerne uova o came, ed è annegato nel naufragio.

La pio que è un particolare tipo di imbarcazione non conosciuto da altri ritrovamenti. Il nome stesso costituisce un problema storico: nè la sua origine, nè il significato sono chiari. Lo stesso genere maschile/femminile è incerto. E noto in due lezioni, l’italiana Pinco e il francese Pinque. Anche la documentazione su queste navi è rara. L’iconografia delle pio qoes o baeque à lo mer costituisce l’essenziale del fondo documentario. Solamente l’album de l’Amirol Pdris permette di vedere schizzi degli scafi; per quanto riguarda le sistemazioni interne, la ripartizione e l’utilizzo degli spazi, sono praticamente sconosciuti sulle navi commerciali private.

Nell’Amirol Pàris si trova il Souvenirs de navire conservA, in cui sono presentati due pinchi, uno dei quali identificato con il nome de Lo Fileuse. Va però ricordato che l’Amiral non è contemporaneo a questo tipo di nave: la raccolta della documentazione è cominciata nel 1871, ed i sei volumi
sono stati pubblicati tra il 1882 e il 1908. I pinchi, di cui uno è datato 1800, non sono disegni di prima mano. Senza quest’opera, tuttavia, non disporremmo di informazioni su questa imbarcazione, ma dovremmo accontentarci delle stampe di Baujean, in cui sono raffigurati dei pinchi della fine del XVIII secolo.

Le tavole dellAmiral recano dei commenti: "il I pinco ... era molto più alto sull’acqua dello sciabecco, del quale esso era lontano dall’avere le forme slanciate. Non si serviva mai di remi, imbarcava raramente scialuppa, salvo quando usciva dal Mediterraneo e portava raramente cannornx>; "nOn aveva né gru né occhio di cubia; le ancore si sistemavano sul capodibanda"; "le navi di questo tipo erano molto utilizzate anticamente, soprattutto per il uasporto delle merci di cui una parte dei colli era legata all’esterno del casseretto"; "le dimensioni dei pinchi rendevano l’uso delle vele latine difficile e talvolta pericoloso"; "la costruzione dei pinchi era grossolana... lo specchio di poppa un poco curvo portava delle sculture gialle su fondo bleu; esso era riquadrato da listelli gialli"; "i pinchi portavano 200-300 tonnellate"; "il piccolo casseretto superiore era aperto sul davanti per lasciare spazio al movimento della barra e sui lati si sistemavano piccoli oggetti dell’armamento. Al disotto l’alloggio del comandante era ad un livello inferiore del ponte del grande casseretto. Vi si scendeva atta-verso una cappa a coulisse dietro la quale si trovavano due bussole e sui lati delle gabbie per pollame che fungevano da banchi".

Tra le informazioni che si traggono da questa documentazione, risalta la presenza consueta delle gabbie per il pollame, che rappresenta un confronto per il relitto di U Pezzo, sul quale si è ritrovato questo accessorio della nave.

Le due navi rappresentate dall’Ammiraglio provengono dallo stesso autore, il costruttore della fine del XVIII secolo Vietor Jouvin. Probabilmente, la versione originale e autentica del pinco commerciale è il pinco genovese; la nave detta Fileuse sarebbe dunque una derivazione destinata al combattimento. Il confronto metrologico, effettuato dai dati sinora acquisiti, avvicina il relitto U Pezzo proprio all’archetipo genovese, con una lunghezza di entrambe le navi di poco superiore ai 23 metri.

Gli scarsi cocci di pesante ceramica dipinta di verde e le palle di piombo sparse verso la poppa orientavano verso un periodo tra il 1780 e il 1850. Poi, una ricerca dello studioso Guy Méria sul fondo della famiglia Servai di Saint Florent, uno dei cui membri era notaio, ha aperto uno spiraglio. Due atti rispettivamente del 6 e del 10 febbraio 1769 menzionano la perdita, sotto un colpo di vento particolarmente violento, di un pinco proveniente da Marsiglia dal nome Saint Etienne comandato dal capitano Bernard Sian, nella notte tra il 30 e il 31 gennaio. Lorientamento dei venti invernali, la morfologia del golfo e, in particolare, il suo fondo e l’accesso agli ormeggi della città sono collegati a questi fatti e alla giacitura del relitto, a lungo considerato un battello da pesca senza importanza e alla luce di quei documenti degno di rivalutazione.

Il notaio Servai raccoglie nel suo studio la dichiarazione di tre comandanti di imbarcazioni che hanno fatto naufragio nel golfo il 31 gennaio. La prima è quella di Bernard Sian, comandante il pinco St-Étienne, partito da Marsiglia 1114 gennaio 1769, con a bordo dei rifornimenti per le truppe del re: 1500 quintali di farina segalata; 130 qii di farina bianca; 18 stuoie come sostrato per i sacchi; 300 quintali di fieno in balle da 100 libbre ciascuna; 9 balle di lenzuola contenenti 540 paia; 15 balle di coperte di lana ad uso delle truppe (360 pezzi); 2 altre balle contenenti 26 coperte; 2 balle più una cassa destinate al reggimento reale italiano contenenti capi di vestiario.

Giunge nel golfo il 27 gennaio e si presenta alle autorità locali perché ritirino le merci. Nella giornata del 28 si leva un vento di nord-nordest ed èimpossibile impiegare le scialuppe per lalleggio. Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio il vento rinforza. Quel giorno, alle 8. le cime si spezzano e la nave si incaglia nella sabbia. Esso è immediatamente posto sotto la protezione della marina, poiché i ribelli corsi non sono lontani. Tuttavia, secondo Generi de la Grave che visita il Pinco, il i febbraio, il bastimento è aperto in sei punti. Nei giorni seguenti, il comandante della fregata L’Engageante, cavalier Raymond di Modena, fa procedere allo scarico dei viveri, ma mancano 30 sacchi di farina segalata, 2 barili di farina bianca, 7 coperte di lana, 212 balIe di fieno, 18 stuoie, che sono state gettate e strappate dal mare. La nave non potrà essere salvata, poiché oltre ai danni infertì dalla tempesta, i carpentieri dei bastimenti da guerra del re hanno dovuto abbattere il primo ponte per recuperare il carico, lutti i testimoni confermano le dichiarazioni del capitano Bernard Sian.

Enrico Felici

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