L'Archeologo Subacqueo

Quadrimestrale di archeologia subacquea e navale

Autorizzazione del Tribunale di Bari n.1197 del 9.11.94


NUMERO 23 - maggio-agosto 2002

A trent'anni dai Bronzi

cop23.jpg (21386 byte)Senza l'intento di dare corpo ad una celebrazione, in questo numero cerchiamo di andare sotto la superficie di uno dei ritrovamenti (il ritrovamento) emblema del secolo scorso: i Bronzi di Riace. Trent'anni non sono pochi per cambiare il corso delle cose; e i Bronzi ebbero tutte le caratteristiche per imrpimere una svolta, un impulso all'archeologia subacquea italiana. Quanto essi abbiano assolto a questa funzione, non è facile da quantificare; numerosi indizi denunciano però che la suggestione della scoperta, e le oggettive necessità scientifiche che essa fece emergere prepotentemente, abbiano portato dei cambiamenti.

L’archeologia subacquea italiana non cominciò certo a muovere i primi passi nel 1972: da decenni, l’opera di Nino Lamboglia aveva posto l’Italia all’avanguardia nella ricerca; decenni in cui venne messo a punto l’assetto metodologico della ricerca subacquea, ancora oggi fondamentale. Già erano venuti alla ribalta le tante scoperte e scavi da lui condotti con il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina: basti ricordare, per tutti, la risonanza che ebbe lo scavo della nave di Albenga. Per quanto clamore, pero, abbiano sollevato le attività in Italia o altri fondamentali scavi all’estero, non si possono però paragonare al fulmine che innescarono i Bronzi, non tanto alla scoperta, quanto dal momento della loro presentazione al pubblico, dieci anni dopo, come si vedrà nel servizio.

Senza troppo esagerare, fu in quel momento che l’opinione pubblica scoprì (o riscoprì, decenni dopo le navi di Nemi), l’archeologia subacquea, nelle sue varie componenti: dalla suggestione del tesoro sommerso’, al più prosaico valore venale del ritrovamento, ma anche - in certi settori - alla sua valenza di strumento di ricerca storica. Che esito poteva prendere questa rinnovata coscienza collettiva? Le strade si biforcarono. Da un lato, I esperienza di Lamboglia venne fatta languire dalle istituzioni preposte; in questo senso, i’episodio Bronzi" rimase praticamente lettera morta. Dall’altro, invece, gli istituti universitari cominciarono ad intensificare la ricerca. Le generazioni successive di giovani intravidero in questo settore delle scienze dell’antichità un’opportunità in più, e cominciarono a frequentare i pochissimi corsi universitari dedicati" allora disponibili.

Vale la pena di sottolineare come numerosi archeologi subacquei di oggi provengano da un corso specifico tenuto all’Università ‘La Sapienza" di Roma nel 1982 dall’allora dottor Piero Alfredo Gianfrotta. Questo percorso formativo si è sempre più ramificato, diffondendosi anche in altre Universita. Sinora, però, la materia di archeologia subacquea èstata offerta sotto forma di insegnamento, affidato temporaneamente a docenti di altre discipline o per contratto ad esterni: la riforma dell’Università consente oggi, invece, l’istituzione di insegnamenti autonomi di archeologia subacquea. Su queste tematiche L’archeologo subacqueo si è diffusamente soffermato nel n. 17 (pp. 1-2), a cui rimandiamo, rammentando che in quelle pagine si auspicò una pronta attuazione di questa opportunita. Quell’auspicio si è concretizzato: l’Università della Tuscia di Viterbo ha istituito un corso triennale di archeologia subacquea (vd. il box a fianco). In una situazione regressiva quale quella dell’organizzazione delle ricerche e della gestione dell’archeologia subacquea in Italia, caratterizzata da una perdurante confusione di indirizzi e dalla paralizzante inadeguatezza del Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea (STAS) del Ministero per le attività culturali e solo in parte bilanciata dalle iniziative di alcune Soprintendenze archeologiche (Veneto, Toscana, Lazio, Calabria e poche altre), la notizia che su un altro versante, di grande rilevanza culturale nel quadro nazionale, si vogliano investire intelletti ed energie per promuovere la ricerca scientifica e la formazione di addetti nel settore (finalmente non improvvisati), è oltremodo positiva. E una notizia che fa bene sperare per una crescita in primo luogo culturale, che nel vastissimo ambito subacqueo non può essere efficacemente realizzata senza l’incontro sistematico di esperienze diverse, tradizionalmente poco comunicanti (come le cosiddette scienze umanistiche e le scienze esatte, le vecchie e le nuove tecnologie di ricerca e di analisi, il vario mondo di chi opera sul mare e quello ancor più variegato dei subacquei).

Il percorso iniziato da Lamboglia (e forse accelerato dai Bronzi e dai tanti ritrovamenti successivi) ha dato buoni frutti: agli insegnamenti dell’archeologia subacquea già attivati come singola materia in alcune sedi universitarie italiane (Agrigento, Foggia, Lecce, Napoli Il, Pisa, Roma, Trapani, Venezia), viene dunque ora ad aggiungersi la assai più impegnativa iniziativa dell’Ateneo viterbese che - se il futuro si giudica, almeno in parte, dal passato - mostra di avere tutte le carte in regola per una buona riuscita.

Enrico Felici

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