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Valent’huomini sulle tracce del Caravaggio a Roma.
Ma la ricerca, va sostenuta. di Michele Cuppone
Ideatore di questo che, a tutti gli
effetti, è un vero e proprio evento storico-culturale, il direttore Eugenio Lo Sardo, il cui appello a
salvaguardare le preziose carte dalle ingiurie del tempo (minacciate
soprattutto dalla forte corrosività degli inchiostri dell’epoca, che tante
pagine aveva già pietosamente ridotto in brandelli), diffuso dalla penna del
giornalista e “motore” dell’impresa Marco
Carminati, è stato prontamente accolto da enti, aziende e soggetti privati (Arcus, Ics, Fit, Land Rover Italia, Eberhard & Co., Axa, Autoservizi Canuto, Giovanni Pezzola), il cui vivo interessamento a preservare la
memoria è già di per se lodevole. La grande sensibilità e munificenza
dimostrate poi sono andate ben oltre le previsioni, tale che dall’originaria intenzione
di restaurare ed esporre documenti, si sono potute attivare delle borse di
studio per condurre operazioni di ricerca fra gli oltre sessanta chilometri di
scaffalature dell’Archivio. Che tanto c’è ancora da scoprire sull’‘ombroso’
artista che ha lasciato poche testimonianze dirette e quasi nessuno scritto
autografo, per cui la biografia è sempre più delineata da deposizioni in
tribunale e querele, contratti di committenza e quietanze, inventari e carteggi,
per i quali ci si imbatte in episodi molto spesso gustosi, raccontati con il
vivace linguaggio dell’epoca. Il progetto ha ottenuto anche qui un
successo ben superiore alle aspettative, grazie alla sinergia tra le diverse
competenze del gruppo di borsisti, di base tutti archivisti, ma specializzati poi
ciascuno in diversi campi, dalla storia dell’arte alla storiografia, dalla
paleografia alla diplomatica, alla topografia. E vale la pena citare e ricordare i
nomi dei giovani e brillanti ricercatori che vi hanno collaborato, diretti dai
due funzionari di lunga esperienza dell’Archivio Michele Di Sivo e Orietta
Verdi, curatori della mostra e del catalogo [nella foto, da sinistra, gli ultimi due in piedi]: Daniele Balduzzi [primo in piedi], Daniela
Soggiu, Antonella Cesarini, Patrizio Scopino, Orsetta
Baroncelli, Francesca Curti, Federica Papi [da sinistra, seduti]; tutti «valent’huomini»
(per usare le parole con cui Caravaggio stesso denotava coloro che sanno far
bene il proprio lavoro) cui le parole forse non bastano a comprenderne il
grande spirito di abnegazione: dopo una formazione lunga e altamente
qualificata, si ritrovano a svolgere un lavoro faticoso (non solo dal punto di
vista intellettuale, se si pensa che hanno persino trascorso il mese d’agosto a
consultare i pesanti ‘libracci’ tra i lunghi corridoi dell’Archivio senza aria
condizionata) ma non adeguatamente remunerato (quando c’è, il compenso annuo si
aggira nell’ordine dei 5.000 euro). È la forte passione per la propria attività
che li spinge ad andare avanti, senza un briciolo di certezza sul futuro (tra
un “incarico” e il successivo rinnovo possono passare decine di mesi di
inoccupazione), col rischio che si perdano tali professionalità. Un esempio
virtuoso, la buona volontà dei ricercatori, che però fa riflettere su quanto
poco siano valorizzate le eccellenze nel “Bel Paese” (sic), che più di ogni altra nazione avrebbe tutto l’interesse a
investire nel settore culturale e della ricerca, su cui pure la classe politica
sembra sempre avere tutte le buone intenzioni, salvo poi disattenderle passata
la tornata elettorale ed anzi, se possibile, chiedendovi ulteriori risparmi e
sacrifici. Un’amara considerazione di cui si sarebbe volentieri fatto a meno,
nel contesto delle Celebrazioni del IV Centenario, se anche lo stesso Comitato
presieduto da Maurizio Calvesi non
fosse stato investito dai tagli indiscriminati ai fondi, i quali non potevano poi
non ripercuotersi negativamente sui contributi previsti, a mostre, progetti e
manifestazioni, cancellati o fortemente ridimensionati. Ma sapendo trovare il lato bello
delle cose anche quando queste non sembrano volgere al meglio, cosa non
difficile per chi si appassiona d’arte, occorre fare un passo indietro e
tornare a parlare di “Caravaggio a Roma.
Una vita dal vero”.
Tra la messe di novità e la mole di
informazioni (c’era proprio bisogno di una ventata di freschezza nelle ricerche
caravaggesche!), emerge nel catalogo l’ottimo lavoro di squadra all’insegna
dell’interdisciplinarietà, tra rimandi ai saggi interni, ringraziamenti per
segnalazioni e citazioni per la paternità dei ritrovamenti documentari (piccolo
inciso, va detto che il puro rinvenimento è solo un momento ‘intermedio’ di un
grande lavoro a più mani). Spetta dunque a Maurizio Calvesi aprire,
col consuntivo del Centenario che, a parte il rammarico di cui sopra, ha
suscitato un grande interesse e visto il fiorire di importanti studi e
pubblicazioni. Quindi, Marco Carminati, racconta in prima persona come sia
avvenuto e stato proficuo in questa e altre occorrenze l’incontro fra
giornalisti e archivisti. Seguono i saggi introduttivi dell’ideatore Eugenio Lo
Sardo e dei curatori Michele Di Sivo e Orietta Verdi, che forniscono le chiavi
di lettura e l’impostazione di fondo, illustrano le ragioni della mostra e il
valore aggiunto conferitole dalla sede della Sapienza, luogo deputato alla
conservazione della memoria caravaggesca e sito nel cuore della stessa Roma che
il pittore frequentò. Sono anche ricordate le storiche scoperte nell’Archivio
sul Caravaggio, da quelle ottocentesche di Antonino Bertolotti alle più recenti
di monsignor Sandro Corradini, il
più grande ricercatore vivente in tale ambito (tutti i documenti, ‘nuovi’ o già
noti, e questo è un altro dei punti di forza della mostra, sono poi stati
completamente ritrascritti in appendice). Claudio Strinati elenca quelli che restano grandi “quesiti
caravaggeschi”, secondo uno dei tanti neologismi di longhiana memoria, a
sua volta avanzandone uno per Orietta Verdi entra per prima nel
vivo della ricerca riportando al tessuto
urbano del tempo, identificando con precisione e ‘ricostruendo’ i più
significativi luoghi della presenza di Caravaggio, dalle scomparse o
profondamente trasformate chiese e palazzi nobiliari, botteghe e osterie,
spesso contigue, così da favorire uno stretto reticolo di relazioni sociali. Antonella Pampalone, riferendosi provocatoriamente nel titolo al «Caravaggio Virtuoso»,
scioglie una volta per tutte il dubbio sulla datazione di quello che, fino ad
ora, era ritenuto il più antico documento del soggiorno romano del pittore, una
lista di confratelli assistenti alle
orazioni delle Quarantore: non più del 1594-95, bensì del 1597. Si precisa
che il 18 ottobre di quell’anno, festività di San Luca, protettore dell’omonima
Accademia di artisti, Caravaggio era in compagnia di Prospero Orsi a pregare
presso la chiesa dei Ss. Luca e Martina al Foro (non ancora interessata dalle
modifiche cortonensi), e non al Pantheon, come spesso si è creduto. Con Antonella Cesarini la vicenda del “ferraiolo” (il mantello
ritrovato dal Merisi a seguito di un’aggressione, nella quale sembrerebbe non
avervi partecipato) è finalmente ricostruita con grande chiarezza, pur sempre
fin dove i documenti lo permettono, tra reticenze dei testimoni e interrogatori
non ancora emersi. Merito del rinvenimento, da parte di Francesca Curti e
Daniele Balduzzi, della testimonianza di
Pietro Paolo Pellegrini, garzone presso un barbiere, le cui parole descrivono
per la prima volta la parlata “lombarda” del Merisi. Sulla scorta di studi recenti,
Orsetta Baroncelli aggiunge qualche dettaglio sul ricovero all’Ospedale della Consolazione, avvenuto verosimilmente tra
1596 e Francesca Curti, vera anima del
gruppo di giovani ricercatori, in un sol colpo dà notizie sul pittore Lorenzo Carli, il primo ad ospitare il Caravaggio, anche a seguito
dell’inventario della sua bottega ritrovato dalla medesima con Orietta Verdi, e
avanza l’ipotesi che, dovendosi datare l’ingresso in tale bottega al marzo
1596, stando alla testimonianza del garzone Pellegrini, il lombardo non può che essere giunto in città al più tardi dal 1595,
almeno tre anni dopo la tradizionale data del 1592 (in seguito alla
spartizione dell’eredità a Milano). E
questa è probabilmente, senza nulla togliere al resto, la novità di più grande
portata della mostra. L’ipotesi, più che ragionevole e di fatto la più
credibile, spiegherebbe a questo punto la grande lacuna documentaria ‘romana’
tra il 1592 e il 1596 (per gli anni successivi, numerose sono invece le
testimonianze, via via che crebbe la fama dell’artista), che a questo punto
andrebbe cercata altrove, magari a Venezia, meta di un primo soggiorno tra Si allaccia al precedente saggio quello
di Lothar Sickel, ricercatore presso
Di nuovo, Francesca Curti con Lothar
Sickel, firmano assieme un ulteriore saggio sulla vicenda della committenza di Fabio Nuti, che sposta
l’attenzione fuori dall’Urbe. Il secondo studioso, sulla base di ricerche
condotte anche a Siena, città natale del personaggio, avanza l’ipotesi che la
tela possa identificarsi con l’Annunciazione
di Nancy, discostandosi forse da considerazioni di tipo stilistico, ma parliamo
pur sempre di una tela che molto ha sofferto di cattivi restauri del passato. «Uomini valenti» è la rilettura del processo Baglione che ne
fa Michele Di Sivo, autore anche della completa ritrascrizione degli atti
giudiziari che, per una volta ‘sottratti’ all’interpretazione degli storici
dell’arte, svelano nuovi particolari. Proprio la lettura critica e filologica dei
documenti da parte dei ‘tecnici’, è uno dei grandi meriti del progetto caravaggesco
dell’Archivio di Stato. Federica Papi dà conto dell’ulteriore
proposta di identificazione della pala
della Resurrezione di Giovanni
Baglione al Gesù, già avanzata da Filippo Trevisani, che ne dedica una
scheda più avanti. Essa sarebbe ravvisabile in alcuni frammenti ritrovati nel Riconfermando quanto ipotizzato da
Pietro Caiazza, a seguito di una ‘invidiabile’ ricognizione sul campo da parte
del gruppo di ricerca, la casa di
Caravaggio è localizzata al civico 19 dell’odierno vicolo del Divino Amore.
Già proprietà del committente Laerte Cherubini, come spiega Daniela Soggiu, qui
fu stilato l’inventario dei beni posseduti dal pittore e ad essa si riferisce
il famoso “buco nel soffitto” che, grazie al ritrovamento da parte di Antonella
Cesarini del contratto d’affitto, sappiamo ora essere già previsto negli
accordi fra l’insolvente affittuario e la locatrice Prudenzia Bruni, e
trattarsi più esattamente dello scoperchiamento di metà della sala. Ci torna su Alessandro Zuccari, per completezza, suggerendo che tramite quella
clausola il pittore poteva usufruire
dell’ulteriore illuminazione di un abbaino e lavorare anche su tele più alte e
quindi più grandi, osservazioni che tornano presto pensando ai dipinti appartenenti
a quel periodo di soggiorno (1594-95), E vi ci si allacciano pure Rossella Vodret, Marco Cardinali e Maria
Beatrice De Ruggieri, la cui esperienza nella diagnostica per immagini
trova qui terreno fertile per considerazioni
tecniche sugli effetti luministici nelle tele e la configurazione dell’atelier
caravaggesco. Carla Cerati
traccia gli ‘identikit’ dei modelli più
noti, la cortigiana Fillide Melandroni e Caravaggio stesso, protagonista o
personaggio più defilato nelle sue composizioni. Quindi, l’addio per sempre da Roma:
le vicissitudini della fuga in seguito
all’omicidio Tomassoni sono ripercorse da Daniele Balduzzi strettamente
sulla base dei documenti – ovviamente in tale contesto – successivi al fatidico
28 maggio 1606. Tiene il fiato sospeso l’avvincente
contributo di Ferruccio Ferruzzi
quando per un attimo insidia il dubbio
che Caravaggio sia morto nel 1609, come risultante da certa documentazione,
mandando quasi a monte l’apparato celebrativo ora giunto alla sua coda di
iniziative. Ma il lieto fine ‘sperato’ è una nuova ventata di ottimismo per il
lettore, appassionatosi oramai all’archivistica caravaggesca. Quindi, importante anticipazione,
sono descritti i primi dati oggettivi di un dipinto che, non ancora “visto”, ha
già destato grandi curiosità e aspettative, e se gli studi in corso da parte
della scrivente Silvia Danesi Squarzina
confermeranno l’attribuzione, sarebbe la più grande scoperta dai tempi di Sergio
Benedetti con Stefania Macioce, che tanto pazientemente aveva riunito l’intera documentazione
caravaggesca in una pubblicazione (che è e resta uno strumento indispensabile
per gli addetti ai lavori, studiosi o appassionati che siano) e che alla luce
delle nuove scoperte quasi potrebbe immaginarne una nuova edizione per il
futuro, spazia sul tema delle incisioni
dalle opere del lombardo, che sono fondamentali nel caso in cui queste
ultime si siano perdute. (breve
digressione di natura ‘statistica’ sull’importanza del patrimonio archivistico
della Sapienza: dei 160 documenti riportati nel libro di Macioce che citano
espressamente il nome di Michelangelo Merisi da Caravaggio, approssimando per
comodità, ben 70 provengono da qui). Infine, anche Paolo Moreno affronta un argomento ‘collaterale’ dando prova di fine
“connoisseurship”,
rapportando alcuni soggetti dei dipinti a modelli più antichi, talvolta anche piuttosto
remoti, smentendo ancora una volta il biografo Bellori e quanti sostennero che
Caravaggio fosse poco incline allo studio dall’antico.
Si apre quindi il vero e proprio catalogo delle opere esposte, sul quale
a questo punto non ci si vuole dilungare oltre, pensando anche di stimolare
così la visita della mostra che, documenti a parte, di Caravaggio espone (per
la seconda volta assoluta) il Ritratto di Paolo V Borghese e, più ‘timidamente’
collocato alle sue spalle, un meno convincente Davide con la testa di Golia, la cui attribuzione (collaborazione
col Galanino) tuttavia è sostenuta anche da Mina Gregori; presente solo nella
scheda a firma di Antonella Pampalone, Tutt’intorno a Caravaggio, poi, le
tele dei pittori contemporanei, “valent’huomini”
o meno che da lui fossero stimati: il
Cavalier d’Arpino, Federico Zuccari, il Pomarancio, Annibale Carracci, Antonio
Tempesta, Orazio Gentileschi, Giovanni Baglione, Tommaso Salini, Ottavio e
Ippolito Leoni, Guido Reni e pochi altri anonimi. E, almeno in tale occasione, ci si aspetta
che il merito venga riconosciuto! Michele
Cuppone (Roma, 7 marzo 2011) |
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