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IL PROBLEMA DELLE CAVITA' SOTTERRANEE A ROMA (Un rischio geologico)
2 - INQUADRAMENTO GEOLOGICO E AMBIENTALE
La presenza di gallerie nell'area romana è legata prevalentemente alle passate attività di cava per la coltivazione di materiale pozzolanico, con tecniche di scavo a camere e pilastri, e pertanto la presenza di tali reti ipogee va ricercata ove sussistano depositi vulcanitici dotati di proprietà pozzolaniche, le quali sono riscontrabili prevalentemente nelle piroclastiti della serie pozzolanacea del Vulcano Laziale, ma anche nei depositi del Vulcano Sabatino.
Le pozzolane che hanno maggiormente interessato le coltivazioni sono rappresentate dalle Pozzolane Rosse e subordinatamente dalle Pozzolane Nere e Grigie (queste ultime chiamate anche pozzolanelle per le minori caratteristiche pozzolaniche). Nell'area romana, oltre alle coltivazioni di materiali pozzolanacei, si sono sviluppate anche cave per il prelievo di sabbie e ghiaie, sempre con le metodologie di scavo a camere e pilastri.
La più che bimillenaria presenza dell'uomo sulle sponde del Tevere ha portato alla realizzazione anche di cunicoli drenanti e di captazione di sorgenti, di catacombe e aree cimiteriali sotterranee, che contribuiscono a realizzare una vera e propria Roma sotterranea.
I metodi di coltivazione, che si sono susseguiti quasi inalterati dai tempi più antichi fino a tempi recenti, prevedevano lo scavo di una galleria principale con imbocco lungo un versante e perpendicolarmente alle isoipse, in modo da guadagnare subito in copertura; da questa galleria si dipartivano ad angolo retto, o quasi, le gallerie laterali.
In genere si realizzavano gallerie di larghezza di circa 2-3 metti con altezze variabili da 3 a 5 metri; in presenza di pozzolane con spessori notevoli si raggiungevano dimensioni delle gallerie leggermente maggiori, rispettivamente di 4 e 8 metri.
Durante gli scavi in avanzamento, fra galleria e galleria, venivano isolati pilastri a sezione quadrangolare con lati variabili da 8 a 15 metri; molto frequentemente comunque nell'area romana si rinvengono pilastri da 6 a 8 metri di lato: tali dimensioni sono possibili in quanto al momento di abbandonare l'area di coltivazione, per esaurimento degli strati pozzolanacei, i pilastri venivano ulteriormente ridotti per ottenere ancora materiale (riquartatura).
Le norme in uso nel passato tendevano pertanto a obbligare i cavatoii a mantenere certe dimensioni fra gallerie e pilastri (rapporti areali di scavo < 40%), in modo di garantire una certa sicurezza durante i lavori; successivamente l'eventuale operazione di riquartatura e l'innesco di sgrottamenti, erosioni ed alterazioni delle pareti e delle volte delle cavità, hanno portato all'aumento dei volumi delle gallerie con conseguente incremento del rapporto di scavo (>50% di cavità) e con diminuzione dei coefficienti di sicurezza globali.
Una volta abbandonata l'attività estrattiva le gallerie potevano essere parzialmente riutilizzate come deposito, fungaia, ecc, determinando ulteriori potenziali modificazioni e disturbi. Anche le gallerie eseguite in corpi geologici ghiaio-sabbiosi sono state realizzate con metodologie simili.
di Maurizio Lanzini - (articolo pubblicato in "Geologia dell'Ambiente" n. 3 - lug./set. 1995)
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