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Preprint del convegno: "Le cavità sotterranee nell'area urbana di Roma e della Provincia. Problemi di pericolosità e gestione" (Roma, Sala di Palazzo Valentini, 12 marzo 1999)
IL SOTTOSUOLO DELLE AREE URBANE: RISORSA O MINACCIA ?
Il sottosuolo di molti centri abitati, in Italia e all'estero, dalle grandi metropoli alle cittadine di provincia, ha modificato nel tempo il suo ruolo nel complesso sistema costituito dalla città e dai suoi abitanti. Da risorsa indispensabile per la nascita e lo sviluppo dello stesso centro abitato, il sottosuolo è divenuto nel tempo un "vincolo" gravoso nella realizzazione delle successive opere di urbanizzazione (edifici, infrastrutture, ecc.); infine, in molti casi, è degenerato in "minaccia" per il tessuto urbano e per gli abitanti.
In talune circostanze, tale trasformazione è derivata dalla naturale evoluzione dell'ambiente geologico, ma in molte altre è stata sicuramente indotta dalle attività antropiche. Al secondo caso sono riferibili i fenomeni di subsidenza conseguenti alla estrazione dal sottosuolo di fluidi (acqua o idrocarburi) o di materiali solidi (minerali o rocce) di interesse per l'industria e le costruzioni.
In particolare, nei centri abitati dell'Italia centrale, molti problemi di instabilità derivano dalla presenza di cavità artificiali, di vario tipo e di varie dimensioni, scavate dall'epoca etrusca ai primi decenni del XX secolo, per soddisfare esigenze quanto mai diversificate. Catacombe, cunicoli di drenaggio, acquedotti, cantine e, soprattutto, cave in sotterraneo di materiali da costruzione, variamente associate ed interconnesse, pervadono estesamente il sottosuolo di molti centri abitati e principalmente di quelli di più antica data. Il problema si esalta, ovviamente, in corrispondenza delle grandi città. Facendo riferimento al caso della città di Roma (Sciotti M., 1982; 1983; 1984) si rileva che, in generale, tali cavità si trovano a profondità tali da interagire con le opere di urbanizzazione, creano vincoli, difficoltà tecniche ed aggravi economici nella realizzazione di nuove opere in superficie e nel sottosuolo.
In alcuni casi, tali cavità sono in sufficienti condizioni di stabilità e sono utilizzate per la coltivazione di funghi, come magazzini, ecc. In molti casi, invece, sono in condizioni di stabilità molto precarie sia per il modo in cui venivano condotte in passato le coltivazioni, sia per il progressivo, naturale ammaloramento delle strutture in sotterraneo; tali cavità condizionano la sicurezza di ampie aree del territorio urbano. È importante, tuttavia, sottolineare che si hanno anche esempi nei quali le condizioni di stabilità di queste cavità sono state aggravate, anche nei tempi relativamente recenti, da provvedimenti incauti, tesi ad un illusorio recupero di zone del territorio con manifesti segni di dissesto in superficie (Sciotti M., 1984).
Da un'analisi storica della situazione emerge che lo sviluppo di questi centri abitati è avvenuto da sempre attraverso una serie di attività interdipendenti ma conflittuali, generatrici, a lungo termine, di squilibri ambientali, di pesanti vincoli per il successivo sviluppo della città, di rischio per le persone e le cose (Sciotti M., 1984). A fronte di questa situazione si pongono due pressanti interrogativi:
- è possibile eliminare le situazioni di rischio?
- quali sono gli interventi più opportuni?
La risposta al primo interrogativo è senz'altro affermativa, se si fa riferimento a situazioni circoscritte, per le quali sia verificata tutta una serie di favorevoli condizioni al contorno (tra cui, principalmente, l'estensione limitata e finita delle cavità) e siano noti o siano stati definiti: parametri geometrici delle cavità, parametri geologico-tecnici e geomeccanici dei terreni presenti nell'area interessata dalle cavità, condizioni di stabilità delle cavità stesse. La definizione di questi parametri è difficile, e spesso molto impegnativa sul piano tecnico ed economico, anche per l'intralcio causato dalle opere di urbanizzazione in superficie. Alcuni di questi aspetti saranno illustrati in dettaglio da altri Relatori in questo Convegno, anche con riferimento ad alcuni interventi realizzati di recente.
Per quanto riguarda la risposta al secondo interrogativo, è evidente che la scelta degli interventi più opportuni deve derivare necessariamente dalle caratteristiche specifiche del sito e da un accurato accertamento dei parametri sopra ricordati. È da ricordare, tuttavia, che fare riferimento solo ad aree circoscritte in una situazione nella quale il problema è diffuso su grandi aree appare troppo limitato e fonte di possibili errori: se, infatti, le cavità costituiscono reti complesse ed estese, nella verifica statica e nella progettazione dell'intervento in un'area circoscritta si deve tener conto delle interazioni con le cavità presenti nelle zone limitrofe e degli effetti degli interventi stessi, anche a lungo termine, sulla stabilità di aree più ampie. In questo caso gli interventi che vengono effettuati hanno il carattere specifico di emergenza e non eliminano (al contrario spesso aggravano) il problema del pericolo e del rischio preesistente sull'area più estesa.
Nel caso che il primo interrogativo (eliminare le situazioni di rischio) si riferisca ad una situazione di pericolo temuto, diffuso su ampia area, la risposta deve essere più articolata ma, a mio avviso, può ancora essere affermativa. In tali casi la complessità dei fenomeni di instabilità che possono verificarsi e quella delle varie interazioni con il tessuto urbano, nonché la diffusione del fenomeno in interi quartieri della città richiede studi, indagini, e interventi molto impegnativi ed onerosi sotto l'aspetto economico.
È evidente che a questo livello, per l'importanza dell'impegno finanziario necessario, per le implicazioni di competenze tra i soggetti istituzionali che hanno titolo in materia, l'intero problema richiede l'intervento e il coordinamento dell'Autorità pubblica.
È necessario, pertanto, che alla scala del centro abitato il problema sia affrontato preliminarmente in termini ampi, con un approccio di studio che consenta una valutazione quantitativa del rischio e premetta di graduare nel tempo l'impegno tecnico ed economico da dedicare ad accertamenti di dettagli, a più precise valutazioni del rischio e della necessità di intervento, alla scelta degli interventi di consolidamento più idonei.
Tale approccio può essere efficacemente realizzato facendo riferimento alle metodologie di valutazione del rischio già sperimentate e collaudate negli studi sulla instabilità dei versanti, adottandone con opportuni accorgimenti, i principi informatori ed i criteri che guidano nella scelta della strategia di intervento.
I vincoli imposti dal tessuto urbano certamente riducono la scelta tra le possibili strategie di intervento nei casi di instabilità del territorio, ma, in ogni caso, le analisi suggerite dalla metodologia consentono di verificare e confrontare in modo più organico ed oggettivo i vari fattori che concorrono a definire il livello di rischio.
Si possono incontrare oggettive difficoltà nelle verifiche di stabilità sia per la irregolare geometria delle cavità, sia per la difficoltà di valutare il comportamento meccanico dei terreni interessati dalle coltivazioni, soprattutto se si tratta di pozzolane, come nella città di Roma. Ma certamente l'aspetto più critico nelle analisi (Sciotti A., 1999) è rappresentato dalla scelta del coefficiente di sicurezza da assumere nella verifica di stabilità delle cavità o, ancor più, il coefficiente di sicurezza minimo da conseguire con un intervento di stabilizzazione. Inoltre, la definizione del rischio implica necessariamente la definizione di un livello di rischio accettabile in una determinata area. La definizione di tale soglia ha implicazioni sociali, giuridiche, economiche e deve trovare in ogni caso consenso ed adesione da parte dell'opinione pubblica.
Nel caso della città di Roma, l'applicazione di tale metodologia è già possibile sulla base delle conoscenze attuali, a partire dai lavori di censimento e delimitazione delle aree con presenza di cavità fatti già in passato sulla base dell'analisi dei riscontri diretti, della successione stratigrafica selle varie aree, dello spessore e delle caratteristiche degli orizzonti che venivano coltivati e delle tecniche di coltivazione che venivano adottate (Ventriglia e Sciotti M., 1970; Sciotti M., 1982).
L'applicazione di tale metodologia affidata ad una Authority che raccolga figure professionali diverse (geologi, ingegneri, urbanisti ed archeologi) sarebbe una chiara risposta alla richiesta di maggior livello di protezione contro il "rischio cavità sotterranee".
In tal modo il sottosuolo potrebbe riacquistare il suo ruolo primitivo di "risorsa", ed essere considerato, a pieno titolo, come una riserva di spazio, tanto più utile e necessaria quanto più la superficie dell'area urbana è congestionata.
Riferimenti bibliografici citati nel testo
Prof. Maurizio Sciotti - geologo (Facoltà di Ingegneria Università di Roma "La Sapienza")
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