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Raggiunti i - 100 m. nel Pozzo del Merro
di Giorgio Caramanna.
Il Pozzo del Merro
Il "Pozzo del Merro" è un'ampia voragine, parzialmente allagata, che si apre nella roccia calcarea del complesso carbonatico dei Monti Cornicolani nel Lazio orientale nel territorio del Comune di S. Angelo Romano. Come altre analoghe strutture deve la sua origine all'azione di dissoluzione chimica del carbonato di calcio, costituente principale delle rocce carbonatiche, da parte degli acidi presenti nelle acque circolanti nel terreno. Col passare del tempo la cavità si è progressivamente ingrandita ed approfondita fino ad assumere l'attuale conformazione di una specie di grosso imbuto al fondo del quale si incontra la superficie dell'acqua da cui ha inizio la nostra esplorazione subacquea. L'aspetto della superficie liquida è reso particolare per la presenza di una copertura di piccole piante acquatiche (Lemna sp.); sotto questo manto vegetale si apre un abisso di acqua cristallina.
Il progetto scientifico
Il progetto esplorativo del Pozzo del Merlo si inquadra in una più vasta ricerca riguardante l'idrogeologia dei M.ti Cornicolani nel Lazio orientale. Il responsabile della ricerca è il Prof. Paolo Bono docente di Idrogeologia presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Roma "La Sapienza".
Per la particolarità del sito in studio si sono rese necessarie delle immersioni scientifiche speleosubacquee al fine di raccogliere i dati necessari alla ricerca; come Scientific Diver F.I.A.S./ I.S.S.D sono impegnato nell'esecuzione di queste immersioni e i dati raccolti, dopo un'adeguata elaborazione, costituiranno parte integrante della mia Tesi di laurea in Scienze Geologiche. Le immersioni naturalmente costituiscono solo una parte, seppur spettacolare ed interessante, del meticoloso lavoro scientifico necessario per condurre una seria ricerca idrogeologica. Mai come in questo caso è necessario un lavoro di squadra che coinvolge persone con bagagli culturali diversi e complementari gli uni agli altri. Oltre al già citato Prof. P. Bono e al sottoscritto lavorano al progetto il Dott. Carlo Percopo (collaboratore scientifico del D. S. T.) esperto in geochimica delle acque e valido sub, Riccardo Malatesta (effettivo nel Corpo dei Vigili del Fuoco) che, nel tempo libero, collabora alla raccolta dei dati durante le immersioni e si occupa di buona parte della logistica, Simone Formica (Istruttore Subacqueo) compagno di immersione.
Il lavoro nel Pozzo del Merlo si articola in più punti che spaziano dalla mappatura della struttura a misure termiche, al campionamento di acqua, roccia e materiale biologico. Per ognuna di queste operazioni si sono adottate tecniche diverse e adeguate alla logistica del sito. Quando possibile abbiamo utilizzato protocolli suggeriti da organizzazioni speleosubacquee nazionali ed internazionali, altre volte abbiamo sviluppato procedure nuove testandole preventivamente in immersioni di prova.
Un aspetto da non trascurare in questo tipo di attività è anche quello "burocratico"; le operazioni condotte esulano da quelle classiche di una Tesi tradizionale soprattutto per gli aspetti assicurativi e di responsabilità civile. Per questo motivo è stata stipulata un'assicurazione professionale specifica mediante il Divers Alert Network sollevando il D.S.T. e il Prof. P. Bono da qualsiasi responsabilità. Inoltre la cavità è inserita nell'Area protetta del Parco di "Macchia di Gattaceca", lecosistema in studio è estremamente delicato e particolare ed occorre prestare la massima attenzione al fine di minimizzare limpatto ambientale che si origina immergendosi in acque sostanzialmente isolate da moltissimo tempo. Prima di intraprendere qualsiasi attività di ricerca abbiamo contattato le Autorità locali e il Servizio Natura ed Aree protette della provincia di Roma. Da questi Enti abbiamo avuto una risposta entusiastica alla proposta di ricerca ed un'ampia collaborazione, soprattutto da parte dell'Amministrazione comunale di S. Angelo Romano nella persona del Sindaco O. Mattei.
L'esplorazione subacquea
Una prima serie di immersioni ci hanno consentito di raggiungere la profondità di -70 m. eseguendo una mappatura preliminare e campionamenti di acqua e roccia. La cavità prosegue oltre questa quota ma non è prudente scendere a profondità superiori a quella raggiunta continuando ad usare la semplice aria come gas respiratorio. Abbiamo quindi deciso di estendere l'esplorazione con l'uso di miscele per cercare di raggiungere il fondo della voragine. L'operazione è stata resa possibile anche grazie al contributo economico concesso alla ricerca dall'Acea S.p.A. Lo scopo dell'immersione era di cercare di definire la profondità della cavità e campionare l'acqua per la ricerca in corso. Informazioni varie indicavano una profondità massima di circa 80 / 90 metri, in ogni caso avevamo organizzato la cosa in modo da poter essere operativi fino a -103 m.
L'organizzazione dell'immersione ha richiesto vari giorni di preparativi. Per prima cosa si è scelto il gruppo di supporto, fondamentale per la riuscita in sicurezza dell'immersione, poi abbiamo iniziato la compilazione delle tabelle necessarie e quindi ci siamo occupati delle miscele La miscela scelta è stata un Nitrox 36 per il trasferimento dalla superficie ai -33m ed una miscela Heliair 12/40 (12% Ossigeno, 40 % Elio, 48% Azoto) dai -33m al fondo. La decompressione si è effettuata in Nitrox 36 ed ossigeno puro per le quote di 6 e 3 metri. Per gli aspetti medici abbiamo avuto la cortese e professionale assistenza del Centro Iperbarico Romano e in particolare della Dott.ssa Giuliana Valente e di Luca Borzelli
Finalmente sabato 08/05/1999 tutto era pronto! Ci siamo alzati di buon mattino e, con una certa trepidazione, abbiamo controllato un'ultima volta tutta l'attrezzatura prima di caricarla sulle macchine e partire alla volta del Merlo. Giunti sul posto si è iniziato a scaricare il materiale e a trasportarlo fino alla superficie dell'acqua. Dopo quasi tre ore di duro lavoro la squadra di supporto (composta da otto validi elementi) terminava il suo compito e passava il testimone al gruppo sub.
Il primo a scendere in acqua è stato Simone Formica che, impeccabilmente come sempre, ha sistemato le bombole per la decompressione e per le miscele di riserva. Ottenuto l'OK da Simone Riccardo Malatesta ed io ci siamo preparati per la discesa.
La discesa inizia sicura lungo la cima guida principale fino ai -33 m a questa quota lasciamo le bombole di Nitrox e proseguiamo con l'Heliair. Alla quota di - 50m la cima principale si interrompe e Riccardo collega a questa la cimetta del reel che da questo punto in poi costituirà il solo legame con la superficie. Raggiungiamo rapidamente i -70m , la cavità inizia a restringersi ed il fondo si orizzontalizza; oltre i -75m però la struttura assume una forma a fessura e pochi metri dopo ci troviamo sospesi nel buio senza più vedere il fondo o il tetto! Ci portiamo verso la parete orientale e continuiamo la discesa. La parete di calcare scorre veloce mentre noi ci lasciamo scivolare nel buio liquido che ci circonda, il display del computer indica valori crescenti - 80, -90, -95.... a - 100m ancora non c'è traccia del fondo ma ci dobbiamo fermare e cercare un buon ancoraggio per la cima lungo la parete. Mentre Riccardo si occupa di sistemare la cima guida io riesco a prelevare un prezioso campione d'acqua che sarà oggetto di analisi geochimiche nel laboratorio dell'Università. Un rapido controllo dei tempi ci dice che è inderogabilmente ora di risalire verso la lunga decompressione che ci aspetta molte decine di metri più in alto. La risalita è continua e cadenzata dal rispetto delle velocità programmate e dei tempi di transito alle varie quote; il computer, ignaro del fatto che stiamo respirando una miscela ben diversa dall'aria, continua il suo silenzioso calcolo della decompressione e i tempi evidenziati sono impressionanti. Verso i -70 scorgo la luce del faro di Simone che , 20 metri più in alto, ci attende alla quota prevista. Raggiungiamo i -50m, un rapido segno d'intesa e continuiamo la risalita lungo la cima principale fino ai -33m. A questa quota cambiamo gas respiratorio riprendendo il Nitrox che ci accompagnerà, dalla tappa di decompressione dei - 30 m fino ai -6 m ove inizieremo la lunga fase ad ossigeno puro. Simone ci segue con una bombola di riserva pronto ad intervenire per ogni evenienza.
Siamo ormai a pochi metri dalla superficie e mentre aspettiamo che passino i lunghi minuti di decompressione torniamo a ripensare a quanto visto. La cavità è ben più estesa di quanto si potesse immaginare e sicuramente torneremo per cercare non solo di trovarne il fondo ma per eseguire un rilievo della parte profonda visto che questo è uno degli scopi della ricerca in corso.
Prevediamo, nel prossimo futuro, di organizzare una campagna di alcuni giorni in modo da poter organizzare una serie di immersioni profonde, con l'uso di miscele, per definire meglio le dimensioni e le caratteristiche della parte terminale della cavità.
Vorrei concludere questa nota ricordando che in immersioni di questo tipo è di fondamentale importanza l'organizzazione al fine di minimizzare i rischi per gli operatori coinvolti. L'esecuzione di misure e campionamenti infatti aggiunge ulteriore carico di lavoro ad un'immersione che è già di per se stessa complessa ed impegnativa per profondità raggiunte e per la tipologia dell'ambiente in cui si svolge. Solo con una lenta progressione e accettando i propri limiti è possibile raggiungere risultati scientificamente validi nel rispetto della sicurezza che, non è superfluo ripeterlo, viene prima di ogni altra considerazione.
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